Umberto Eco – Internet, el memorioso

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Intervista a Umberto Eco, di Franco Rositi e Vincenzo Viola

Giugno 2010  – anno  XXVII – n.6

Si continua a parlare di Internet. Continuano anche le prime prove di legifìcazione su Internet. Il mondo della scuola continua a chiedersi, così come tanti anni fa quando comparve la televisione, cosa si possa farne di questa nuova macchina informativa. Vorremmo che lei ci desse una sua opinione distillata su questo tema, ora che da tanti anni se ne ha esperienza. Lei ha sempre mostrato grande attenzione alle innovazioni della tecnologia dell’informazione e non ha mai manifestato preconcette e/o aristocratiche avversioni. Proprio per questo le sue denunce di rischi derivanti da questa nuova macchina informativa sono più autorevoli. E dunque: qual è a suo parere il più grande rischio per le nuove generazioni nell’uso intensivo di Internet?

Non essere antimoderni non vuol dire ignorare i rischi della modernità. Conosciamo tutti, per esempio, i rischi dell’automobile, e ce ne difendiamo senza rifiutarne l’uso. L’antimoderno si ostina a non salire sulle auto. Proprio perché sono un utente di Internet, ne conosco il rischio fondamentale e vorrei che fosse evitato: Internet è una biblioteca senza filtraggio. La virtù delle biblioteche, come delle enciclopedie, non è soltanto quella di conservare la memoria, ma di buttare via quello che a una cultura non serve. Ci si sbaglia, magari, a buttare qualcosa; ma se non buttassimo niente saremmo tutti come Funes el memorioso, quel ragazzo di un racconto di Borges che, ricordando tutto, era completamente idiota. Internet è Funes: contiene tutto, il vero e il falso, è, se vuoi, anche l’A-leph di Borges. Non ci sarebbe niente di male in un’enciclopedia totale che contenesse sia il vero che il falso, sia quello che una cultura ritiene vero sia quello che ritiene falso, il filtrato e tutto il non filtrato, ma dovrebbero esserci almeno degli stelloncini a distinguere fra ciò che si ritiene vero e ciò che si ritiene falso. Gli stelloncini su Internet non ci sono. Il che è un rischio grave soprattutto per i giovani. Bene o male un adulto colto ha accumulato una certa esperienza e, almeno sulle materie che conosce, è in grado di distinguere fra i siti bizzarri e quelli affidabili. Se, per esempio, sono uno studioso di semiotica e cerco i siti dedicati a Peirce, so distinguerne la qualità; ma se cerco qualcosa sulla teoria delle stringhe, non so, non posso sapere, se quel sito che ora leggo mi sta dicendo banalità o una fantasiosa divulgazione o qualcosa di serio. Se questo è il problema per persone come noi, diciamo persone abituate alla critica, figuriamoci per un ragazzo che viene gettato a fare una ricerca su Internet: pensiamo a una ricerca sull’Olocausto e alla possibilità che da sprovveduti ci si immerga in siti negazionisti. Questo è il dramma anche nel rapporto Internet-scuola. La scuola dovrebbe insegnare, oltre che grammatica e calcolo, anche una tecnica del filtraggio, ma una tecnica del filtraggio non esiste, non si può insegnarla. Gli insegnanti non possono trasmetterla neppure artigianalmente, trovandosi essi stessi a essere neofiti, come gli allievi, spesso più degli allievi che, cresciuti entro questa tecnologia, possono almeno avere una specie di “pollice verde” della navigazione veloce.

wifi

La scuola ha investito e continua a investire in informatica. Ma si ha l’impressione che questa resti una specie di accessorio esterno, un’appendice marginale che non sappiamo come utilizzare e che non produce alcun cambiamento di metodo.

È perché non c’è ancora un insegnante nato nell’informatica. Non ci sono i nativi. Se le prime macchinette informatiche circolano negli anni ottanta, il primo personal Ibm è intorno al novanta, la prima generazione con alte probabilità di immersione nativa nel computer, nata cioè in questo bagno culturale, è del 1995, appena quindici anni fa, evidentemente troppo poco perchè ne provengano insegnanti. Mancano dunque insegnanti, ma, ripeto, almeno per ora manca anche una tecnica che possa essere insegnata. Ho discusso varie volte di questo problema, di come venirne a capo. Un modo è semplicemente nel modello della bottega artigiana. Leonardo e Raffaello non sono stati a scuola, sono stati a bottega, con un maestro che mostrava loro come si dipinge. Il ragazzo vedeva il maestro, la sua mano, i suoi strumenti, e pian piano imparava. Così oggi nella scuola un bravo docente può mostrare agli scolari una navigazione su Internet. Quindi, se nelle scuole si insegnasse Internet, l’insegnamento non sarebbe grammaticale, ma testuale, per riprendere la distinzione di Lohmann fra culture grammaticali fondate su regole e culture testuali fondate su esempi (per intenderci: il Vangelo appartiene alla classe delle culture testuali, perchè si compone di esempi, il catechismo a quella delle culture grammaticali). Un altro modo, più strutturato, consiste nel fare sì che si educhi lo spirito critico in azione, per esempio affidando agli scolari il compito di cercare su un argomento almeno venti siti, di compararli, di ragionare sulla loro validità e attendibilità: così, innanzitutto, senza avere regole codificate, nasce l’attenzione alla comparazione e al rischio di fidarsi di un solo sito. Basta poco perchè lo scolaro faccia scoperte importanti, per esempio una data diversa in Wikipedia fra la versione italiana e quella inglese. Poiché non esiste un manuale con le regole di filtraggio, questo lavorare con esempi è l’unico modo per insegnare un rapporto critico con Internet.

Può accadere che una generazione nativa di Internet rovesci la direzione dell’insegnamento, tradizionalmente dal docente allo studente, e che dunque questa generazione di studenti insegni qualcosa ai docenti?

Un po’ sempre l’insegnamento deve prevedere uno scambio reciproco fra studenti e docenti. All’università ovviamente più che nella scuola media, su certe materie più che in altre, per esempio le equazioni di terzo grado occorre apprenderle e basta. Quanto a computer e a Internet, oggi in molti casi gli studenti potrebbero insegnare qualcosa agli insegnanti, fosse anche solo la loro abilità con i pulsanti, il loro “pollice verde”. Ognuno di noi ha esperienza di figli che, senza leggere manuali o trattati, ci risolvono problemi di hardware e di software in modo che a noi appare miracoloso. Anche questo è uno scambio, ha significati, è trasmissione di esperienza valida.

Umberto Eco

Si può avanzare qualche altro dubbio sulla “cultura di Internet”. Noi sappiamo che la scuola è stata fondata, nella nostra tradizione, essenzialmente sul libro. Certo un libro è anche un’antologia che ha qualcosa della cultura testuale, può essere cioè visto come un’accumulazione di esempi, ma i testi hanno qui una strutturazione elevata. Si pensi alla geometria di Euclide per avere un modello di cultura sistematica, rigidamente sistematica. Si potrebbe così temere che il rapporto con Internet spinga avanti un altro modello di acculturazione, un modello paratattico, una cosa vicina all’altra, un disordine difficilmente ordinabile.

Questa, in sostanza, è la distinzione fra paratattico e sintattico. E noto che la cultura anglosassone è più paratattica di quella latina o tedesca. Per un traduttore in lingua inglese di un testo filosofico italiano e tedesco c’è un bel da fare per mettere a posto i nostri “ciononostante”, “tuttavia” ecc., che sono il segno esplicito delle connessioni. Ora è vero, certamente, che il computer sta incoraggiando il paratattico. Già la scrittura al computer rende più facili le operazioni di taglia e incolla se nelle nostre frasi non ci sono tanti “ciononostante” e “tuttavia”. Nel giro di una generazione questo potrebbe anche cambiare il sintattismo latino di certe culture. Se la distinzione è questa non si può vedere in tale cambiamento, di per sé, un rischio. Non si può ragionevolmente dire che una cultura sintattica è migliore di una cultura paratattica. Certo, c’è anche il paratattico dell’idiota, ma anche il sintattico ha i suoi idioti (ci sono sillogismi idioti: tutti gli abitanti del Pireo sono ateniesi, tutti gli ateniesi sono greci, pertanto tutti i greci sono abitanti del Pireo).

Altra preoccupazione. Chi insegna da molti anni dovrebbe ricordare che appena una ventina di anni fa la storia era molto amata dagli studenti, oggi è diventata per molti una materia ingrata. In breve, questo che potremmo chiamare un declino della memoria non è forse collegabile a quell’intenso continuo fluire dell’informazione che è anche una caratteristica dell’uso di Internet?

Non saprei. Quel che si sa è che una cultura può avere in maggiore o minore considerazione la memoria storica, indipendentemente e prima di questo intenso fluire di informazione. Per esempio, un disprezzo della memoria storica c’è nella cultura americana: quarantanni anni fa, nel dipartimento di filosofia di Princeton, c’era un cartello all’ingresso “Vietato l’ingresso agli storici della filosofia”. Per quella cultura la storia della filosofia non aveva niente a che fare con la filosofia, certe proposizioni sono vere o false e non importa sapere da chi sono state dette la prima volta. Né vale, di fronte a tale radicata attitudine antistorica, avanzare anche argomenti molto semplici, per esempio l’utilità di evitare errori passati, evitare di scoprire l’acqua calda. Questo fa sì che un ragazzo americano dell’high school non vada più indietro di Washington, forse nemmeno di Lincoln. Negli anni cinquanta mi stupivo nel vedere i fumetti di Superman, Superman che va a vivere nel medioevo, e qui si disegnava gente vestita come nel Settecento. Ora tutto questo sta avvenendo anche da noi. Hanno almeno un decennio le lamentele su ragazzi che non sanno chi fosse Peróni o De Gasperi – chissà, forse fascisti, forse capi partigiani – e non parliamo di Cairoli, Iacini, Minghetti, mentre alla stessa età io e i miei compagni di scuola sapevamo chi fosse Facta. Certo, il fatto che siamo sottomessi a un intenso flusso di informazioni ha a che fare con la smemoratezza, la rafforza e comunque rende difficile organizzare e filtrare.

Bambini e ragazzi immigrati, classi multietniche, interculturalismo o multiculturalismo. Internet può servire a qualcosa su questi problemi?

Non credo. Tra l’altro alle normali difficoltà di integrazione si aggiunge anche, a questo riguardo, il digitai divide, la provenienza di questi bambini e ragazzi da famiglie senza computer. Preferisco pensare a una scuola che sappia far riflettere sulle differenze culturali, in particolare sulle differenze fra una lingua e l’altra. Noi conosciamo abbastanza la questione degli alberi sintattico-trasformazionali e potremmo, con un po’ di pazienza, mostrare a un bambino cinese e ai suoi compagni di classe, per esempio su una frase molto semplice come “ho mangiato una mela”, le differenze sintattiche fra la sua lingua e la nostra. E un gioco comparativo che potrebbe appassionare e, paradossalmente, avvicinare, integrare.

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