Orhan Pamuk – Il museo dell’innocenza

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Mille modi di spegnere una sigaretta

recensione di Giuseppe Merlino

Dal numero di marzo 2008

Orhan Pamuk
IL MUSEO DELL’INNOCENZA
ed. orig. 2007, trad. dal turco di Barbara La Rosa Salim
pp. 585, € 24
Einaudi, Torino 2009

Orhan Pamuk - Il museo dell'innocenzaContano gli oggetti nel Museo dell’innocenza di Orhan Pamuk, contano molto e fin dall’inizio. Il romanzo esordisce con una scena, casta nelle parole, di amore carnale nella Istanbul del 1975, e con un orecchino che cade, mordicchiando lui l’orecchio di lei, e più non si trova perché lui l’ha incamerato: souvenir? Premonizione? Maniacalità di futuro raccoglitore feticista? Amuleto? Lo vedremo.
La trama è semplice: un giovane borghese ricco è fidanzato con una ragazza impeccabile e “moderna”, ma fortuitamente incontra una giovanissima e lontana parente, impoverita, e viene posseduto dall’aura della bellissima diciottenne. L’aura è più complicata della sola, radiosa bellezza, e l’intero racconto si affannerà a descriverla e definirla, riuscendo però solo a ribadirla, sfiorarla o alludervi; la “semplicità” di lei ha un che di inespugnabile. Il romanzo, da qui in poi, sarà il romanzo delle “conseguenze dell’amore”, e da una sordina iniziale, quasi trascurabile (sensualità inebriante e anima trascurata), crescerà fino a una dimensione tenera e ossessiva.
Anche qui, come nei Frammenti di Barthes, è un innamorato che parla; ma il “tu” amato non è un interlocutore retorico e virtuale, necessario per rilanciare il monologo, bensì una fanciulla, Füsun, che reagisce alle svolte della vicenda amorosa con comportamenti diversi: impauriti, reticenti, orgogliosi, delusi, irati. La nuova passione non cancella il quieto affetto per la fidanzata Sibel, ma – estintosi il desiderio – lo erode, lo blocca, lo svuota, trasforma Sibel in confidente, testimone, super-io e presenza fisica cui ancorarsi nella disperazione; tutti ruoli utili per il teatrino dell’innamorato sventurato.

Istanbul - Mercato

Istanbul – Mercato

Due temperature erotiche diverse attraversano il romanzo, e due immaginari divaricati tra l’ossessione carnale e gli agi del dé-cor borghese; e anche due paesaggi opposti: la Istanbul festaiola, ricca e affannosamente occidentale con Sibel, e con Füsun la camera impolverata di un appartamento in disuso nell’ottomano Palazzo della Pietà, stracolmo di oggetti desueti, resti e rifiuti: lo scenario perfetto per una deriva erotica fuori dal mondo. La passione amorosa, impedita, distoglie Kemal dai luoghi e dai riti dell'”alta società” (Hilton, night club, ubriacature, boutique, viaggi, sci, vecchie case di legno sulle isole…) e lo sospinge verso i quartieri cadenti e alluvionati della media borghesia impoverita (vita domestica, arredi kitsch, tv, opinioni semplici, svaghi fanciulleschi, rapporti di vicinato). Al passaggio da una società all’altra si affianca quello di una Istanbul modernista a una tradizionalista e, per Kamel, il passaggio da un’inautenticità piacevole e lievemente isterica a un’autenticità démodée e promettente.

La lenta scivolata dai quartieri alti verso i quartieri semi-popolari è un tema costante nel romanzo: la passione si radica lì dove si estingue la vanità sociale? La topografia urbana, nella forma della passeggiata-pellegrinaggio, viene tentata da Kemal per ravvivare o spegnere sentimenti e passioni; ma l’esperimento non è soddisfacente e il protagonista si volge all'”oggetto biografico”. La grande passione si nutre di se stessa, ma gli oggetti che la riguardano, innumerevoli come sono le reliquie, vengono accumulati dall’amante solitario (per indecisione e coraggio vacillante) come i migliori conduttori del ricordo amoroso: nutrono la memoria, confortano il corpo, leniscono l’assenza dell’amata. Gli oggetti legati alla persona di Füsun e alla storia d’amore per lei costituiscono il Museo dell’innocenza (l’innocenza di un primo amore, a prima vista, e la residua innocenza della città); sono oggetti modesti ma, appena liberi dal pratico-inerte della cosa, scintillano per un sovrappiù di senso. Da un primo ruolo denotativo e deittico (“qui c’è il reale”), si va verso le diverse connotazioni del coeur romantique des choses, dell’idolatria per le materie che hanno sfiorato il corpo di lei, di segni memorativi contro l’oblio, di indizi del passaggio da un finale di decadenza a un imprevedibile avvio di modernità. Tirato fuori dalla penombra dell’uso domestico e triviale, l’oggetto, già asservito a una funzione, le si sottrae entrando nel Museo dove si lega con altri per raccontare una storia esemplare (la felicità è impercepibile mentre la si vive, e solo uno sguardo retrospettivo la rivela), per offrire consolazioni al collezionista-fondatore, e per celebrare uno spirito di penitenza perché è lì che si piangeranno due scomparse: quella di Füsun, e quella, doppia, della propria gioventù e della città stravolta.

Nel centro del libro ci sono le bellissime pagine che dicono il trauma dell’abbandono e dell’assenza. Il paesaggio è noto: la mutilazione, l’attesa, il pensiero ossessivo di lei, i rituali per riavere ciò che si è perduto – e che falliscono -, le confidenze impossibili perché si guastano appena proferite, la solitudine dell’amante, il mondo ostile e la vita bloccata. Ma Pamuk racconta la peripezia amorosa in termini brutalmente fisici, come un dolore che tortura lo stomaco, dilania le ossa, toglie respiro e si insinua in ogni terminale dell’organismo: la sofferenza è palpabile e disegna una mappa anatomica. Nelle ore più ossessive, il nome di lei, Fü-sun, Fü-sun, si confonde con il battito cardiaco e lo accelera. Questa pena Pamuk la descrive con un ritmo diaristico, ma di un diario compresso, ripetitivo, furiosamente monotematico. Le parole sono semplici, le costruzioni sintattiche anche, e le immagini comuni; risaltano allora aspetti trascurati della passione: la struttura elementare, il linguaggio corrente, il bisogno della ripetizione, il ritornello del dolore, il lamento intransitivo (nessuno lo accoglie); or il préférait toutes les douleurs à l’horrible chance de ne plus la voir ( Flaubert).

Mozziconi di sigarette nel Museo dell'Innocenza

Mozziconi di sigarette nel Museo dell’Innocenza

Il sonno dell’Albertine proustiana, e la lezione di inscienza che il narratore ne trae osservandola, rimane un grande testo sulle incertezze che patisce l’innamorato ridotto a decifrare affioramenti fugaci e lapsus del corpo amato. E una decifrazione virtuosistica, e appena delirante, del mutevole sentire di Füsun nel corso di migliaia di serate trascorse da Kemal con lei nella casa dei genitori, in una vicinanza senza intimità, Pamuk la tenta classificando i mozziconi delle sigarette di lei che di volta in volta sono eleganti, anneriti, stizzosi, torturati, allusivi, o seducenti se cerchiati di rossetto, e così via. Il ricordo va a quell’analogon visivo che è il reliquiario laico di Damien Hirst intitolato Anatomy of an Angel and the Abyss, con innumerevoli mozziconi disposti con cura su mensole di vetro. I modi di spegnere le sigarette, crede Kemal, variano (e ricordano) secondo l’umore l’impazienza, il momento, le notizie in tv, i presenti, le malinconie, le nostalgie, i ricordi, e il protagonista avvia così una preziosa antropologia dei sentimenti di lei e una meteorologia dei suoi umori. La passione d’amore richiede un’attenzione instancabile per un'”indagine” inesauribile.

G. Merlino insegna letteratura francese all’Università di Napoli

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