Gennaio 2017 – In questo numero

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In regime di contaminazione

Il numero che apre il nuovo anno sembra rinviare a un mescolamento di carte, a un’utile intersezione fra discipline. Del resto è proprio questa l’idea da cui ha avuto origine la nostra rivista: una divulgazione “alta” in cui i vari settori della cultura possano trovare un canale di comunicazione, innescando circoli virtuosi nell’oceano del sapere. Intanto scopriamo che una disciplina che credevamo morta o superata è viva, anche se in continua trasformazione: il Segnale sulla “critica letteraria” di Vittorio Coletti uscito sul numero scorso ha suscitato l’interesse dei lettori, che hanno inviato alcune “lettere” che abbiamo pubblicato in apertura del numero. E, all’interno del giornale, trovano spazio recensioni a libri di critici letterari di grande interesse, come Cesare Garboli e Angelo Guglielmi, che hanno molto da dire anche ai lettori più giovani.

Scrive acutamente Calcaterra a proposito di Garboli: “A questo punto è legittimo, per il lettore, porsi la stessa domanda che Garboli si chiedeva nel vergare il risvolto di copertina a Vita immaginaria di Natalia Ginzburg: in cosa consiste l’importanza dei saggi, degli articoli, delle “idee” contenute in questo libro? Non è difficile leggerli oggi come invito a protestare contro quella retorica dell’esistenza che ci allontana, rendendoci perciò più estranei e distratti, dalla concretezza della realtà: attualissimo monito a guardarsi da una simile tentazione (si veda il saggio del 1954 Poesia e decadenza, che può anche essere letto, tra le righe, come un discorso sul compito autentico della critica), cui dovrebbero essere oltremodo sensibili i tanti che proprio al magistero garboliano s’ispirano; implicita messa in guardia, insomma, verso quella retorica della vita che tende a truccare la critica da romanzo, non di rado in caduta libera verso una spaventosa, decisiva perdita del senso di realtà”. E recensendo il testo di Guglielmi il cui sottotitolo è Perché è ancora necessaria la critica letteraria, Francucci evidenzia il carattere aperto, interlocutorio, di dichiarata curiosità della vera critica: “I suoi studenti raccontano che Guido Guglielmi, scomparso – troppo presto – ormai quindici anni fa, affidava loro dei testi perché li presentassero e ne discutessero a lezione, trasformando il corso universitario in un vero ciclo seminariale. Il professore prendeva posto tra i banchi. Quando nella classe sorgevano divergenze interpretative e Guglielmi veniva chiamato a dirimerle, pare che rispondesse soltanto: ‘Ah, io imparo’. Nessuna volontà di compiacere, né di semplicisticamente rovesciare i ruoli, in queste parole, che anzi sono la perfetta applicazione, e dimostrazione pratica, delle idee tante volte formulate dal critico nei suoi scritti a proposito dell’interpretazione come processo fondato sull’ascolto della parola dell’altro, e in cui il necessario giudizio di valore non deve mai chiudersi in sé e pensarsi compiuto, pronunciato una volta per tutte. Il senso del testo nasce anche dal rapporto dialettico con le sensibilità e le strategie di lettura, che sono variabili e per di più si evolvono storicamente”. Dunque la critica letteraria è viva e ha assunto forme divergenti, come spiega Giorgio Patrizi nel suo intervento su Gadda e l’ultimo saggio sul “romanzo moderno” di Alfonso Berardinelli in cui il critico letterario “ribadisce l’aspirazione antimodernista a un romanzo che funzioni, in primo luogo, come lettura di una realtà riconosciuta quale unica base su cui il genere può fondare e strutturare la propria identità di costruzione di storie, ‘vere’ e morali”.

Molta critica letteraria dunque, sul numero di gennaio, disciplina per la quale, come si è visto, è d’obbligo il continuo passaggio fra letteratura e realtà (e ritorno)  ma anche interessanti intersezioni fra altri ambiti, con al centro un interesse vivo verso l’attualità. L’avvento di Trump alla presidenza americana sembra prefigurato curiosamente da un romanzo degli anni trenta, come racconta in un Segnale Cinzia Scarpino: “Il romanzo che anticipò il carisma autoritario di Donald Trump”: ecco lo strillo di copertina dell’ultima edizione Penguin di It Can’t Happen Here, pubblicato da Sinclair Lewis nel 1935, e rispolverato nell’autunno 2016 da giornali e magazine liberal quali ‘The Guardian’,  ‘The New Yorker’ e ‘Salon’ – nonché da un nuovo adattamento teatrale del Berkeley Repertory Theatre – a mo’ di esortazione pre-elettorale. Per quanto suggestivo, lo scenario distopico evocato si è franto contro l’inverarsi di quello iperreale. Cassandra aveva ragione, ‘poteva’ succedere, forse è successo”.

Bisogna andare così lontano per trovare un pronostico del tempo presente? Sembrerebbe di no, se si legge la recensione di Giaime Alonge su Free State of Jones di Gary Ross: “Questo film in cui si racconta di un’America variegata e inclusiva, ma drammaticamente minoritaria, che si contrappone a una maggioranza bianca e reazionaria, all’indomani dell’elezione di Donald Trump non poteva non essere letto come una premonizione. Il libero stato della contea di Jones, dove bianchi e neri convivono in armonia (lo stesso Newton ha una relazione con una ex schiava, con la quale vivrà fino alla fine dei suoi giorni e dalla quale avrà un figlio), circondato da un mare di odio razzista, assomiglia alle metropoli multietniche di oggi, che hanno votato in modo massiccio per Hillary, perse nel “rosso” (il colore del partito repubblicano) della provincia e dei quartieri suburbani”. Quindi, se servono vecchi libri e film recenti per leggere la storia attuale come stupirsi se per leggere la nuova economia, come sostiene Turri, abbiamo bisogno degli strumenti concettuali che vengono dalla filosofia e se, seguendo le riflessioni di Michele Curnis possiamo verificare l’utilità della filosofia antica in un mondo globalizzato? Come dire che tutto è utile e in continua comunicazione con tutto nel nostro modo transmediale.

E che quindi il fumetto può raccontare meglio di altri mezzi anche le tragedie della nostra storia, come ha dimostrato Art Spiegelman con la sua opera sull’olocausto. MetaMaus, il testo appena uscito in cui Spiegelman analizza le radici grafiche e letterarie della sua opera, è un’ottima occasione, come spiega Alice Balestrino, per riprendere in mano questa opera importante che ci ha costretto a rivedere molte nostre categorie: “In una sola opera, che gli è valsa il premio Pulitzer nel 1992, Spiegelman è riuscito quindi non solo a riqualificare il linguaggio del fumetto, potenziandone le possibilità espressive e rivendicandone la serietà artistica, ma anche a rivoluzionare il canone della letteratura dell’Olocausto e la sua comprensione. Il lavoro memorialistico meno convenzionale fino ad allora pubblicato: in Maus i personaggi assumono le sembianze di animali antropomorfizzati; gli ebrei diventano così topi perseguitati dai gatti-nazisti che vengono infine vinti dai cani-americani. Un Olocausto trasfigurato, volto in una metafora che richiama alla mente l’Orwell di La fattoria degli animali per la scelta di comunicare la gravità di un soggetto attraverso il turbamento del lettore di fronte a un’analogia così ingenua da risultare sconvolgente”. Un invito continuo, da parte dell’“Indice”, a excursus fra campi diversi con curiosità desta e senza pregiudizi e filtri ideologici. Con quella disposizione di spirito che faceva esclamare al grande maestro Angelo Guglielmi “Ah, io imparo”.

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