Giugno 2016 – In questo numero

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Come tradurre la pasta e la pizza

Sul numero di giugno dell’Indice Luca Simonetti riprende le riflessioni sul cibo collegando il tema, sulla scorta di un recente libro di La Cecla, ai suoi aspetti conviviali e alle difficoltà della “traduzione”: “Il significato di un determinato prodotto culturale (qui, il cibo) non sarebbe comprensibile al di fuori della cultura che lo esprime. Insomma, non si può capire il significato della pasta o della pizza se si è cinesi o americani e non si ha avuto la fortuna di vivere in Italia per parecchi anni. La tesi, nel suo oltranzismo, non convince: e non convince, a ben vedere, soprattutto per la sua implicita sopravvalutazione del cibo rispetto a qualsiasi altro prodotto culturale. Se persino Dante può essere gustato da un inglese o da un cinese di oggi, perché mai la pasta o la pizza dovrebbero rimanere per loro dei volumi chiusi e impenetrabili?”

Il nodo problematico della “traduzione”, del passaggio da una cultura all’altra come rischio di perdita di senso e di identità ritorna in più punti del numero di giugno della rivista, per esempio nell’interessante intervista allo scrittore David Peace a cui viene rivolta questa domanda: “In un libro di qualche anno fa, lo scrittore Michel Random sosteneva che per capire realmente la cultura del Giappone bisogna essere giapponesi. Dopo oltre vent’anni di vita in Giappone, è riuscito a coglierne l’essenza, la cultura?”. Questa la risposta dello scrittore: “Quest’idea è un po’ strana per me. Quando parliamo di cultura di un paese, è difficile dire a cosa ci riferiamo, abbiamo percezioni e sensibilità diverse, e la cosa vale anche per gli altri paesi, non solo per il Giappone. Farei fatica a dire che conosco davvero la cultura di un paese”.

Percezioni e sensibilità diverse possono dunque essere d’ostacolo alla comprensione e anche giocare un ruolo importante nel lavoro più arduo del mondo, quello di trasferire un’opera narrativa in un altro sistema linguistico, cioè di “tradurre” nel senso tecnico del termine: ne discutono nella rubrica “La traduzione” ben cinque persone impegnate nel lavoro (non privo di piacere) della traduzione di Franzen. Racconta Silvia Pareschi: “Quello che il traduttore deve assolutamente fare è osservare, vedere, così da attivare le facoltà immaginative, e qui per la prima volta vedevo mentre leggevo”. Tradurre un autore significa entrare a far parte del suo mondo e non potersene distaccare mai: “È qualcosa che ti porti dietro, non è come il lavoro d’ufficio, in cui stacchi, vai a casa e fai altro”.

Ma “tradurre” significa anche riuscire a condurre in un altro tempo e a rendere vivo e attuale un autore, uno sguardo che sembrava perduto, lontano dalla nostra sensibilità: è quello che tenta di fare Orietta Rossi Pinelli parlando del metodo critico di Berenson, in un segnale di grande interesse. Il famoso “critico dello stile”, lungamente trascurato, torna alla ribalta attraverso studi che mettono a fuoco il profondo interesse di Berenson per un tema oggi di grande interesse, quello della ricezione dell’opera d’arte: “Particolarmente frequenti sono proprio le considerazioni sui ‘valori tattili’, ora definiti un momento estetico, ora perfino una visione mistica, sempre attivati dalla capacità dei grandi artisti di comunicare al pubblico l’intensità emotiva contenuta nelle opere di altissima qualità. Un’intensità che rende partecipe l’osservatore fino ad assimilarlo per qualche istante all’opera stessa. Un sentimento che si configura quindi come ‘intensificatore di vita’”.

La rilettura di un grande critico d’arte come Berenson riempirà di stupore il  lettore dell’Indice non meno della riscoperta di una figura come quella di Francesco Arcangeli, allievo di Roberto Longhi e attivo come insegnante all’Università di Bologna fra il 1967 e il 1970, versatile inventore di nuove categorie estetiche. Scrive Federica Rovati nello spazio dedicato al “libro del mese”: “Per Arcangeli l’anarchia non era un’infatuazione momentanea, era una lunga convinzione, maturata almeno da una decina d’anni, in parallelo alla scoperta liberatoria dell’action painting: un modo di agire fuori dagli schemi coercitivi di tradizioni accettate per inerzia, per convenienza; una scelta terribile e spericolata nel suo prendere corpo in uno spazio di possibilità infinite, cioè nel vuoto della libertà; un gesto non di negazione irresponsabile (tirare le bombe è il lato infantile dell’anarchia, diceva Arcangeli), ma di apertura incondizionata alla conoscenza di ciò che esiste attorno a noi, senza preclusioni dettate dalla fedeltà a un sistema di verità formulate a tavolino. Ecco, invece, il senso, esaltante ed angoscioso ad un tempo, che la vita dell’uomo presenti tuttora spazi oscuri e non decisi, ‘incognite’ che contraddicono ancora la riuscita di molte equazioni, imprevisti che disturbano tante programmazioni”.

Una chiave utile in sintesi quella della “traduzione”: in fondo è questo, in senso figurato, l’impegno di ogni recensore, qualunque sia l’oggetto del suo “racconto”.  E di “storie” questo numero è molto denso: si parla della disuguaglianza crescente e dell’immobilità sociale secondo Stiglitz, si “assaggiano” le opere segnalate e vincitrici al Premio Calvino,  si discute di scuola in una sezione “speciale”, si presentano libri di Uwe Johnson e Wallace Stevens, di Rosetta Loy e di Eva Taylor; nella pagina delle scienze si esplora ciò che è invisibile e ciò che avviene “sotto i nostri piedi” (secondo il titolo del libro di Alessandro Amato) quando si scatena un terremoto. Musica, fotografia e scenari internazionali: tutto un mondo in 48 pagine decifrato e tradotto per i nostri lettori.

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