Jacopo Gresleri – Cohousing

0

L’eredità della coabitazione

recensione di Angelo Sampieri

dal numero di dicembre 2015

Jacopo Gresleri
COHOUSING
Esperienze internazionali di abitare condiviso
pp 264, € 20,
Plug_in, Genova 2015

 

Per meglio abitare è bene condividere. Questo è il principio che ha orientato le innovazioni più interessanti nel campo dell’offerta abitativa recente, che ha riscoperto il cohousing quale archetipo di un modello declinabile entro espressioni molto variegate e che ha permesso al progetto architettonico di configurarle attraverso combinazioni in parte inedite di spazi privati, pubblici, collettivi. Il volume Cohousing. Esperienze internazionali di abitare condiviso aiuta a puntualizzare la specificità del modello continuamente richiamato, invita a ragionare attorno alle forme di innovazione, vecchie e nuove, che esso porta con sé, ma ancor più mette in guardia rispetto alle implicazioni di un riferimento troppo facile e poco mediato a un modello problematico come quello che nella storia dell’ultimo secolo ha siglato la coabitazione.

Cohousing, una definizione difficile

Il primo problema riguarda la definizione. Gresleri lo tratta a rovescio – il cohousing non è – denunciando da subito che una buona definizione non c’è. Ce ne sono molte, che nel tempo si sono evolute a partire da un’origine anch’essa incerta: forse la Danimarca negli anni settanta, con evoluzioni in Svezia, Stati Uniti, Australia, Giappone, più recentemente un po’ ovunque. Come non considerare però i prodromi, i modelli utopistici ottocenteschi, i falansteri, i familisteri, i kibbutz, le forme coabitative realizzate durante gli anni del socialismo sovietico e tutte le altre prodotte per aumentare il tempo di lavoro e ridurre quello libero a un pasto in comune? Per meglio precisare, conviene ripartire da alcune esperienze che dall’inizio del Novecento a oggi si sono confrontate con il tema della condivisione di servizi entro complessi abitativi plurifamiliari, prevalentemente scandinavi. Una data importante è il 1903, quando, su modello delle teorie femministe di Lily Braun, una cucina serve venticinque appartamenti a Copenaghen e sessanta a Stoccolma. A partire dagli anni trenta, attraverso le ricerche in sociologia di Alva Myrdal e in architettura di Sven Markelius, si perfezionano le soluzioni tecnologiche e redistributive di ambienti e funzioni, con la conseguente crescita di interesse anche da parte delle classi sociali più colte e abbienti, pronte a cogliere nei nuovi modelli un buon modo per scegliere come e con chi stare.

cohousing

Architetto Sven Markelius – cohousing

Ma vivere assieme è impegnativo e le sperimentazioni sempre più diversificate che si susseguono dopo gli anni cinquanta, lungo una sequenza di successi e fallimenti, ne sono la dimostrazione. Coabitare, entro una modalità ormai variamente detta condivisa, comunitaria, collaborativa o cooperativa a seconda di come e quanto stringenti si vogliano indicare i vincoli dello stare assieme, implica sì scegliere chi avere come vicini, ma anche preparare con loro il cibo, partecipare alla manutenzione degli spazi comuni e risolvere all’interno della comunità tutte le attività di gestione, evitando così di dover richiedere lavoro all’esterno. Si tratta nel complesso di disposizioni perentorie, soprattutto se consideriamo che, al moltiplicarsi delle esperienze, e con il supporto delle amministrazioni pubbliche, si moltiplicano anche gli spazi comuni, da mantenere. A Prästgårdshagen, dal 1984, si condividono cucina, soggiorno, lavanderia, sala gioco per bambini, sala riunioni, sauna, laboratorio fotografico, falegnameria, laboratorio ceramico, sala per la musica, asilo e molti altri spazi collocati a ogni piano dei fabbricati. Se abitare è un lavoro, coabitare, a partire da qui, è un inferno. Ce lo ricorda la genealogia evolutiva che il volume traccia prima di introdurre le esperienze contemporanee. Dalla New Lebanon Society degli Shakers, alle Senior Housing Communities, dalla comunità di Oneida agli ecovillaggi, coabitare non è cosa per tutti, perché ove non è una scelta dettata da una confessione, da una filosofia di vita, da un ideale politico, o da una specifica volontà di escludere un mondo esterno poco gradito, a unire è la necessità di far fronte a problemi, altrimenti non risolvibili, di giovani, vecchi, poveri, donne sole con figli a carico. In ognuna di queste esperienze, l’accesso alla coabitazione è selettivo, l’investimento, nella forma di tempo, partecipazione e lavoro impiegato, è elevato, e il successo garantito dalla presenza di un buon capitale culturale di base.

L’esplosione a partire dagli anni settanta

Dagli anni settanta il modello esplode, assumendo tratti sempre meno esclusivi, decisamente più aperti e accessibili a partire dal nuovo millennio. Il volume li restituisce attraverso un atlante delle esperienze internazionali di maggior rilievo, nuovamente precedute da tentativi definitori. Questa volta, il cohousing è: un modello di vicinato, un’abitazione plurifamiliare con appartamenti privati e spazi comuni, una residenza collaborativa, una mini società consapevolmente generata, una comunità costituita, e così via. Australia, Canada, Stati Uniti, Europa, Giappone. Al cambiare dei contesti, cambiano le definizioni e le declinazioni, fino all’elaborazione di formule nuove che del vecchio modello contemplano solo parziali eredità: una buona dose di omogeneità sociale, variamente elitaria, un po’ di autogestione e molta collaborazione. Il libro si chiude richiamando le virtù possibili di un patrimonio così complesso e delicato, riportando, a titolo d’esempio, tre filiazioni: le viviendas dotacionales spagnole, per giovani o vecchi, istituite e ben supportate dalle amministrazioni pubbliche, i baugruppen tedeschi e gli habitat groupé francesi, entrambe cooperative di privati impegnate nella progettazione e costruzione di case di alta qualità architettonica, tecnologica, energetica, ai margini del mercato immobiliare tradizionale.

Ma gli epigoni sono di più. Perché pezzi del vecchio patrimonio se lo stanno ascrivendo un po’ tutti. Dal mercato immobiliare a tutte quelle forme di organizzazione sociale, tradizionalmente incluse in quelle dette dal basso, oggi in cerca di una casa anche solo temporaneamente condivisa. In ognuna di queste offerte e in ognuna di queste domande colpisce la leggerezza con la quale è trattata la questione della condivisione, in particolar modo quando riferita all’abitare. È attorno a questo che riflette l’introduzione al volume di Paolo Ceccarelli, ed è in questa direzione che la nuova storia del cohousing torna a essere monito importante. Se spartirsi un pezzo di casa è stato nella storia dell’abitare pratica impegnativa, piena di obblighi, vincoli e costrizioni, seppure accanto alle virtù infinitamente celebrate, come si declina nel presente questa particolare forma di condivisione? Quali traiettorie apre? Ancora le difensive e molto spesso obbligate condizioni entro le quali la condivisione è in primo luogo protezione, possesso, rifugio? Oppure davvero tutte quelle espressioni di un abitare leggero, agile, creativo e temporaneo, capace di rivedere un tradizionale principio di proprietà in ragione del suo solo uso, e rievocare così il vecchio modello in relazione a una condizione abitativa più dinamica rispetto alla tradizionale casa di famiglia per tutta la vita? L’eredità del modello apre due direzioni radicalmente diverse. Si tratta allora di chiedersi quanto e in che modo esclusive. Se la prima non preannuncia sorprese, la seconda promette di aprirsi a un pubblico di non solo eletti. Il lavoro di nuove startup per la coabitazione, come quelle per il turismo, la mobilità urbana e extraurbana, i consumi di gruppo, il lavoro, fino a quelle per le visite mediche a domicilio, sta provando a generare intrecci virtuosi tra domanda e offerta. Difficile dire quanto domani tali intrecci saranno per tutti. Quello che il modello del cohousing torna a ricordarci è che lo spazio che oggi li articola è della condivisione quanto del conflitto e che non si abita come si prende un taxi.

a_sampieri@libero.it

A. Sampieri insegna urbanistica al Politecnico di Torino

Condividi.