Cinema – Mommy di Xavier Dolan

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Una scelta estetica radicale

di Cristina Iandelli

Mommy di Xavier Dolan con Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Oliver Pilon, Canada 2014

Due sono i film che hanno provveduto, negli ultimi mesi, ad aggiornare con radicali revisioni il ruolo materno. Dodici anni sono occorsi a Richard Linklater per realizzare Boyhood e veder crescere davanti alla macchina da presa il suo giovane protagonista, bambino silenzioso e introverso che alla fine del racconto la camera abbandona sulla soglia dell’età adulta ormai alto, un po’ incurvato e con un visibile accenno di barba. Per sua madre, interpretata da Patricia Arquette parallelamente invecchiata davanti all’occhio meccanico, è il momento della verità: lasciar andare il figlio equivale a rendersi conto che un affanno permanente ha cancellato dodici anni trascorsi troppo in fretta. Davanti a lui ammette che aveva previsto tutto tranne la felicità che il ragazzo esprime con gesti disinvolti mentre sta lasciando il nido per volare lontano. Un momento analogo, l’espulsione dalla scuola e gli scatoloni chiusi a sancire l’inizio di un nuovo percorso esistenziale, rappresenta in Mommy di Xavier Dolan la gioia e il dolore negati. Diane detta Die, bellezza vistosa appena sfiorita, non è più scombinata della mamma tratteggiata da Linklater, solo che la vita l’ha colpita più duramente. Nel film di Dolan, infatti, la sequenza che s’incarica di orchestrare un montaggio musicale su sorrisi in tocco e toga e altri riti di passaggio risulta una visione onirica: sono immagini sognate a occhi aperti da una mamma alla guida, incantata da troppo tempo davanti a un semaforo verde. Non si tratta, come lo spettatore poteva immaginare, di un salto in avanti nel racconto, ma di un desiderio che non si può avverare. Anche lei, come l’altra, è lucida, sa che la natura, mentre farà crescere il proprio amore, provvederà a diminuire quello del figlio. A differenza dell’altra, però, Die deve gestire un ragazzo violento, ritardato, attaccabrighe, capace di saltare su all’improvviso con un collo di bottiglia rotto in mano. Un giovane ingestibile. Steve dipende dalla madre e dal suo amore in maniera morbosa.

Erede di Cassavetes?

Ci sono altri motivi per accostare i due film: erano anni che il cinema non raccoglieva con tanta efficacia l’eredità di Truffaut e Cassavetes, cioè di una stagione che negli anni sessanta e settanta ha colpito al cuore gli spettatori sciorinando verità minute e sintonizzandosi sulle inquietudini di un’intera generazione. Mostrando personaggi in corso di definizione, per intima costituzione provvisori e in movimento, persi nel flusso della vita e intercettati dal racconto cinematografico come se fossero piovuti per caso davanti alla cinepresa, quel nuovo stile sapeva definirsi per contrasto rispetto al modo di fare film che l’aveva preceduto. Anche Linklater e Dolan si schierano contro i prodotti predigeriti, epitomi della tarda postmodernità: in una sorta di chiasmo culturale, il regista-sceneggiatore e produttore indipendente americano sembra guardare più a Truffaut e il giovane autore canadese francofono a Cassavetes. Ma in modo analogo le loro ultime opere, dai tratti sconvolgenti, mettono al centro del racconto figli adolescenti e madri fragili, immature, innaturalmente somiglianti, quasi delle coetanee: come ballano bene insieme, Die e Steve. Le madri di Boyhood e Mommy si fanno osservare, spiare, mettono lo spettatore in condizione di guardarsi allo specchio, così come effetti di rifrazione incatenano i destini delle madri a quelli dei figli di finzione. Die (una strepitosa Anne Dorval, degna erede di Gena Rowlands) vede all’origine della sua sfortuna l’abbandono scolastico, vorrebbe ma non sa dare un’educazione al figlio che del resto non ha i numeri per studiare. Nel film di Linklater invece la madre prende in mano il futuro nel momento in cui decide di tornare sui libri.

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Una madre e un figlio sui generis

Il pluridecorato cineasta indipendente americano e l’attore-regista canadese, che la giuria di Cannes 2014 ha provveduto a incoronare, giudicano in modo analogo l’assenza e la presenza della scolarizzazione nelle vite che osservano. E i loro racconti, con la forza di una tempesta di emozioni, spazzano via gli stucchevoli (e ferocemente competitivi) modelli adolescenziali imperanti su Disney Channel: crescere i figli o crescere in quanto figli (non fa differenza) nel mondo occidentale degli anni dieci pare un’impresa disperata, amarsi da una generazione all’altra, somigliandosi troppo, è devastante.

Die non si presenta bene ai servizi sociali: fuma, beve, dice parolacce, fa incidenti per distrazione. Ha una loquela rissosa e violenta. Steve l’adora e la imita, nei litigi si incrudeliscono a vicenda, nessuno dei due, nelle rispettive manifestazioni di rabbia e di gioia, sa porre argini o freni. Il racconto delle poche settimane trascorse insieme procede fra eccessi di vitalismo e di disperazione da parte di entrambi. Die è vedova ma la famiglia improbabile che compone con il figlio attira una vicina di casa triste e balbuziente (Suzanne Clément disegna una donna introversa e vibrante, perfetto rovescio di Die) che ha abbandonato l’insegnamento e prova un crescente attaccamento verso di loro nonostante la famiglia ordinata di cui fa infelicemente parte, dall’altro lato della strada. Mentre le due donne e il ragazzo disegnano un abbozzo di nucleo familiare accidentale, il personaggio di Die si precisa: di sequenza in sequenza si fa più complesso e profondo e al tempo stesso resta lineare, fedele ai suoi squilibri. Mommy è una madre selvaggia e irresponsabile ma anche una donna segnata dal destino, come in ogni melodramma. Nell’ospedale psichiatrico, quando tutto parrebbe perduto, in pochi secondi Steve prende in mano l’azione, forse per prendersi cura di lei, come promesso baciandola sulle labbra: fugge dalla camicia di forza e inizia a correre, verso una finestra.

Non solo pregi

La materia rovente non inganni, in un’economia del racconto non esente da difetti, smagliature e inverosimiglianze, le pause sono importanti quanto l’azione. Le foglie volano per aria in un cielo livido, i parcheggi sono semideserti e gli incroci delle periferie ordinati, Steve è ripreso mentre fa roteare vorticosamente un carrello della spesa, ancheggia sullo skate, danza con gli occhi truccati, canta Bocelli al karaoke, povero ragazzo afflitto da crisi paurose. I momenti di stasi narrativa sono saturi, le immagini gremite. C’è una scelta estetica radicale alla base del senso di pienezza che le inquadrature del film comunicano: il regista ha scelto un rapporto quadrato dell’immagine che nessuno oggi usa più. Guardando Mommy torna però in mente ciò che diceva un personaggio di Godard dei formati panoramici imperanti, che sono buoni per i serpenti, non per gli esseri umani. All’inquadratura affettiva per eccellenza, quella del volto e alla visione sempre mutevole delle sue espressioni, giova un formato quadrato. Si esaltano le facce, la cinepresa sembra volercele far toccare. Il lavoro degli attori diventa essenziale.

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Dolan (regista, sceneggiatore e produttore venticinquenne) fa film pieni di energia, di eccessi e intemperanze. Mommy è il primo a essere distribuito in Italia ma già il precedente, Tom à la ferme, si era distinto nel 2013 a Venezia per la veemenza dei suoi personaggi controversi, in particolare il protagonista che lui stesso interpretava (qui sarebbe stato perfetto). Inizialmente noto come doppiatore di cartoni americani, fa un cinema “alla Cassavetes” perché, come il maestro americano, lavora con i suoi protagonisti sul set arrivando perfino a progettarne i costumi. Die in modo particolare è costruita su una tavolozza molto ampia di indizi esteriori, con abiti a tinte forti, capi da ragazzina, accessori di cattivo gusto. Così la borgatara quebecchese ritratta con divertimento complice dall’attrice e dal regista, osservata in un’intimità quasi disturbante fra corpo e camera, è bella di una bellezza che non somiglia a nessun’altra.

cristina.jandelli@unifi.it

C Iandelli insegna storia del cinema all’Università di Firenze

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