Damien Chazelle – La La Land

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Il jazz che fa vacillare il mondo

recensione di Paola Cristalli

dal numero di marzo 2017

Damien Chazelle
LA LA LAND
con Emma Stone, Ryan Gosling, John Legend, Rosemarie DeWitt, J. K. Simmons
Usa 2016

Damien Chazelle - La La LandCon formula romantica rubata a Coleridge, si dice che il cinema pretenda dallo spettatore la sospensione dell’incredulità. Tanto più romantica la formula diventa quando si tratta di musical. Per accedere indenni al territorio del musical, e godersi lo spettacolo, occorre sopravvivere al trauma rappresentato, per il comune sistema di attese, da un passo di cammino che senza motivo apparente diventa passo di danza, da un discorso che per esprimere amore e rabbia e altri struggimenti si trasforma in canzone. È lo stesso trauma che accompagna il genere fin quasi dalle origini. C’è stata una stagione, l’aureo apprendistato dei primi anni trenta, in cui il cinema ambientava i suoi musical tra ribalte e backstage di Broadway, e musica e canzoni venivano motivati da uno spettacolo che prendeva vita; ma presto il musical scioglie i propri numeri da ogni vincolo di plausibilità narrativa, e per mettersi a cantare e ballare basteranno un gazebo e un temporale (Isn’t this a lovely day / to be caught in the rain, Fred Astaire e Ginger Rogers in Cappello a cilindro di Mark Sandrich, 1935), o ci vorrà la gloria en plein air di un’intera città (New York New York / what a wonderful town, Gene Kelly & friends in Un giorno a New York di Gene Kelly e Stanley Donen, 1949). Un trauma dolce che, dalle origini, produce la disposizione complice di alcuni, l’insofferente disagio di altri.

Let’s face the music and dance

Damien Chazelle convoca il trauma dalla prima inquadratura. L’ingorgo su una superstrada della Los Angeles Land d’improvviso diventa un flashmob dove tutti escono dai loro abitacoli, calcano l’asfalto come fosse un palcoscenico, s’arrampicano sui cofani, compongono una sgargiante coreografia multietnica, mentre musica e parole ci assicurano che domani sarà Another Day of Sun. Perché lo fanno? Anche in termini di economia musical, è un’ouverture dissonante, giocata su una scala che richiama un po’ A Chorus Line un po’ Hair, esterna al paradigma classico con il quale d’ora in poi il film si confronta. Diciamo che il coro dell’ouverture sorregge la solennità della dichiarazione di poetica. Richiudete le portiere, allacciate le cinture: si parte, e sarà come sempre: per chi crede, nessuna spiegazione sarà necessaria, per chi non crede, nessuna spiegazione sarà sufficiente. Let’s face the music and dance.

Damien Chazelle - La La Land

La La Land è un elegante esperimento sulla spendibilità di quel trauma, oggi, e sulle precarie delizie che esso può ancora riservare. Può essere ancora questa the art / that appeals to your heart (da Spettacolo di varietà di Vincente Minnelli 1953)? L’arte del musical romantico, che trovò la sua suprema levigatura negli anni cinquanta, è ancora capace di agganciare i nostri cuori del 2017? L’esperimento prevede di saper maneggiare lo stereotipo, le matrici originali del genere, e sullo stereotipo il film lavora con trasparenza, producendo una tessitura così sottile che a ogni piega evoca memorie (e svela il meccanismo). Ma tra crepuscoli cangianti e visioni notturne profilate di luci al neon, c’è in La La Land una pulizia stilistica e concettuale che lo rende fragrante, ed elimina dalla rivisitazione ogni traccia di stantio.

Tutto fila secondo le regole

Non è forse la scelta più audace; ma la via della semplicità, sul piano figurativo e musicale, pone Chazelle al riparo dalla saturazione che ha reso stucchevoli i più celebri revenant del musical visti negli ultimi vent’anni, da Moulin Rouge! a Chicago. Tutto fila secondo le regole. Il ragazzo incontra la ragazza. Due colpi di clacson, un dito medio (versione aggiornata di smorfie o repliche linguacciute), altri scontri che sembrano casuali e invece sono made in heaven, scintille d’attrazione et voilà. Siamo già su una panchina, la città drappeggiata in un tramonto rosa e arancio. Su una panchina. Come nel film d’esordio di Chazelle, che si chiamava Guy and Madeline on a Park Bench. Ma soprattutto come in Dancing in the Dark, ovvero proprio il numero-chiave di Spettacolo di varietà, dove Fred Astaire e Cyd Charisse, dopo mezz’ora di scontri e scintille, scivolavano a passo di danza nell’iperuranio dell’armonia, e il Central Park della Mgm diventava il migliore dei mondi possibili. Dalla loro panchina con veduta su una città trasfigurata (“ho voluto filmare Los Angeles dal vero, ma in modo che sembrasse tutto falso”), Emma Stone/Mia e Ryan Gosling/Seb non accedono a nessun iperuranio, ma sanno come lambirne i margini. Lei si toglie i tacchi e infila scarpe basse, allineandosi non solo alla primadonna Charisse ma anche alle garconnes Leslie Caron e Debbie Reynolds. Ballano, e potrebbero essere appena usciti dal secondo anno di una scuola di ballo. Però il loro desiderio di un’altra vita irrompe, palpita, trova le note e trova le parole (What a Waste of a Lovely Night porta echi di standard come A Fine Romance o Let’s Call the Whole Thing Off e, squisita sorpresa, non sfigura al confronto).

Lui suona il piano nei locali e vorrebbe aprire un suo club di “pure jazz”, lei serve caffè agli studi Warner e sogna una carriera d’attrice. Cercano a loro modo il “magico accordo” tra ambizione e sentimento, come quarant’anni fa Robert De Niro e Liza Minnelli in New York New York. In un’intervista Chazelle, interrogato sul miglior momento musical del cinema postclassico, sceglie perfidamente la scena di ballo di John Travolta e Uma Thurman in Pulp Fiction (quasi tutto il resto, in effetti, è trascurabile). Ma dimentica (dimentica?) il grande film di Scorsese, sontuosa, struggente variazione d’autore sul genere, e per La La Land quasi una filigrana: il jazzista e la performer, l’amore che unisce, la carriera che allontana, una città di cui si raddoppia il nome (Ny Ny, La La, città vera, città immaginaria) e la musica che ha l’ultima, malinconica, parola. Trentenne del New Jersey, origini per metà francesi, studi ad Harvard, Chazelle dichiara invece una curiosa devozione a Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, delicata stravaganza tra film musicale e nouvelle vague. L’ouverture automobilistica ne richiama la prima sequenza, dove pure si ballava tra i camion parcheggiati su una chiatta; più significativamente, il tema di Mia e Seb, che fornisce al film la sua legatura sentimentale (composizione originale di Justin Hurwitz, come tutta la colta e fluida colonna sonora), deve qualcosa, o forse moltissimo, al tema romantico di Michel Legrand per le Demoiselles. La musica, le retoriche della musica, sono il vero campo di gioco di Chazelle, e la sua comfort zone. Whiplash era un film sul jazz come passione adolescenziale, sacrificale, ribelle, enfatica, estatica. La La Land è sempre più, mentre il film procede, il jazz secondo Seb. J. K. Simmons, l’ex mentore-tiranno di Whiplash, prova a portarci fuori strada: “Attieniti alla scaletta, niente free”. Ma il free è quanto di più lontano dal mondo di Seb. La sua jazz land sta tutta tra Hoagy Carmichael e Thelonious Monk, e lui la percorre, al volante della sua auto vintage color amaranto, con commovente ostinazione.

Mitologia della solitudine al pianoforte

C’è nella sua passione anche qualcosa di ottuso (gli dice l’amico bandleader: tu hai il mito di Thelonious ma lui era una rivoluzionario, tu sei ancorato al passato); sul “New York Times”, Anthony Oliver Scott ha osservato che i gusti rétro di Seb possono essere letti come un “più che plausibile vezzo da millennial”. Il jazz che ami tu è musica per ascensori, per ristoranti, per posti dove la gente beve e parla e intanto qualcuno s’affanna coi tasti e i fiati, lo provoca lei; lui ribatte con le eroiche origini della musica afroamericana, ma questo conta poco; conta invece, perché alla fine è il filo che tende il film da un capo all’altro, una certa mitologia della solitudine al pianoforte, del cono di luce che esalta e isola dalle relazioni umane (City of stars / are you shining just for me?). Perché il suo jazz infine è proprio quello, musica che s’insinua negli ascensori, nei ristoranti, nei club, tra lo svuotarsi dei bicchieri e il rumore bianco delle chiacchiere, e si fa strada, produce un varco, scava un ascolto, apre una porta su quel che sembrava inaccessibile: e qualche volta “spalanca il mondo, e lo fa vacillare”.

Damien Chazelle - La La Land

Alla fine le loro preghiere saranno esaudite, dunque non saranno felici. Poiché non sono Charisse e Astaire, poiché la perfezione non è del loro mondo, non ci sarà happy ending (e poiché non sono Bogart e Bergman, non avranno nemmeno Parigi). Avranno solo l’illusione di una sliding door, sei anni dopo, lui al piano del suo club, lei che il destino ha portato in platea. E se tutto fosse andato diversamente, le ambizioni, le audizioni, le sere della prima, i pas de deux, i baci rubati? Insieme (forse) montano il film della loro vita mancata, sgranature sbiadite da vecchio home movie alternate a rutilanti fondali che citano la sequenza onirica di Un americano a Parigi. Siamo al punto: il momento di massima tensione manierista di La La Land coincide con un appello emotivo a cui è difficile porre resistenza. L’esperimento è riuscito (e lo spettatore è vivo e, si direbbe, soddisfatto: sale ovunque piene e un’infilata record di nomination che si sono in parte trasformate in Oscar). Gran finale, comunque. Il mondo si spalanca, vacilla e svanisce in sette minuti di cinema e jazz, stoffa di cui son fatti i sogni americani. Sette minuti nel migliore dei mondi impossibili.

paola.cristalli@cineteca.bologna.it

P Cristalli è critico cinematografico ed editor presso le Edizioni Cineteca di Bologna

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