Danny Boyle – Steve Jobs

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Padri vs figli

recensione di Hamilton Santià

Dal numero di aprile 2016

Danny Boyle
STEVE JOBS
con Michael Fassbender, Kate Winslet, Jeff Daniels, Seth Rogen e Michael Stuhlbarg
Usa 2015

Danny Boyle-Steve Jobs.LocandinaQuando muore Steve Jobs, il 5 ottobre 2011, il mondo viene preso da un vero e proprio delirio collettivo. C’è addirittura chi organizza veglie funebri davanti agli Apple Store. Non è morto un imprenditore, uno storyteller artefice della percezione Apple (per cui un iPod o iPhone non sono oggetti ma segni di distinzione culturale): è morto un guru. Tutto questo a prescindere dalle controversie legate alla sua biografia personale, alle contraddizioni insite nel sistema di produzione industriale dei prodotti Apple e agli effetti deteriori di questa narrazione per cui si assiste a scene paradossali di gente che si mette in coda giorni prima della data di uscita per comprare un nuovo prodotto. Steve Jobs non è un imprenditore, è un culto. Apple non è un prodotto, è una storia.
Raccontare questa figura attraverso una semplice biografia sarebbe stato riduttivo. Un esperimento simile è stato fatto da Joshua Michael Stern con Jobs (2013) ma non è stato particolarmente apprezzato (Metacritic segna un tasso di gradimento del 44 per cento). Il film, diretto da Danny Boyle e, soprattutto, scritto da Aaron Sorkin, usa la figura di Jobs come un pivot per raccontare sostanzialmente un romanzo familiare.
Steve Jobs è un racconto di figli contro i padri. Jobs (Michael Fassbender), è al tempo stesso figlio alla continua ricerca di conferme e padre in conflitto con se stesso per accettare o meno l’esistenza della figlia Lisa. Padre assente ma al tempo stesso ingombrante. Figlio insubordinato verso il padre simbolico John Scully (l’amministratore delegato di Apple, Jeff Daniels); obbediente verso la madre, anche lei simbolica, Joanna Hoffman (la sua assistente personale interpretata da Kate Winslet); violento e prevaricatore verso i suoi fratelli Steve Wozniak (cofondatore di Apple) e Andy Hertzfeld (programmatore del Macintosh). Steve Jobs è il pivot attorno a cui ruotano le sue ossessioni, le sue manie di grandezza e il suo campo di distorsione della realtà.

Steve Jobs come Charles Foster Kane

Non è la prima volta che Aaron Sorkin ha a che fare con questi temi, già alla base di un altro importante lavoro su una figura controversa della società contemporanea: l’inventore di Facebook Mark Zuckerberg. Ai tempi di The Social Network (David Fincher, 2010) numerosi critici tra cui la scrittrice Zadie Smith hanno osservato gli stretti legami tra il film e Quarto Potere (Citizen Kane, Orson Welles, 1941). Legami che possiamo incontrare anche qui. Questa materia, infatti, permette di ritornare su alcuni grandi topoi della narrazione americana: l’individualismo, il professionismo, il successo non come generatore di soldi ma come affermazione personale, l’essere larger than life. Storie che nascono da rifiuti e strappi violenti (Kane dalla sua infanzia; Zuckerberg rifiutato dal sistema sociale; Jobs respinto dalla sua prima famiglia adottiva), mosse dal raggiungimento di un’idea: piegare il mondo ai propri voleri o, quantomeno, ricostruirlo a propria immagine e somiglianza. Nella realtà il magnate dei media cui si ispira il Kane di Welles, cioè William Randolph Hearst, amministrava il consenso quando i giornali rappresentavano il principale veicolo per la costruzione dell’opinione pubblica; Marc Zuckerberg ha piegato al suo social network tutta l’infrastruttura di internet; Steve Jobs ha creato una religione che vede in lui un’inedita figura di dio-profeta-figliol prodigo.

Michael Fassbender in una scena del film

Michael Fassbender in una scena del film

Steve Jobs era in grado di creare attorno alle presentazioni dei prodotti Apple un’attesa e un’aspettativa impareggiabili. Joanna Hoffman nel film gli ripete spesso della necessità di “to manage expectation” proprio per evitare di cadere a terra dopo aver cercato di volare verso il sole. La presentazione è il centro della liturgia della Apple. La sacra messa. Ecco perché Sorkin decide di costruire il film attorno a tre momenti, le tre presentazioni di prodotti significativi per la storia di Jobs: il Macintosh (la catastrofe), il Next (il piano diabolico), l’iMac (il ritorno/il successo). Una struttura che ritorna, si ripete come una canzone: strofa-ritornello, strofa-ritornello, strofa-ritornello. E non è un caso che le canzoni rivestano così tanta importanza: Jobs che vuole cambiare una citazione da Dylan subito prima di entrare sul palco per presentare il Macintosh; Jobs che discute delle differenti versioni di Both Sides Now di Joni Mitchell prima di lanciare Next con la figlia Lisa; Jobs che, sempre a Lisa, annuncia (nel momento in cui, in contemporanea, sembra fare pace con il suo ruolo di padre) di volerle mettere in tasca “mille canzoni” (l’iPod). La preparazione del momento sacro che, tra l’altro, non viene mai mostrato perché ci si ferma un secondo prima. Quando Jobs entra sul palco, si passa alla sequenza successiva. È un canovaccio: Jobs cerca di controllare ossessivamente tutto quello che succede; Joanna cerca di tenere sotto controllo il campo di distorsione della realtà del fondatore della Apple; Steve Wozniak cerca dal fratello maggiore un segno di riconoscimento; Andy Hertzfeld e Chrisann, la madre di Lisa, vengono sostanzialmente prevaricati nei loro tentativi di costruirsi un’identità dentro il “sistema Jobs”; Lisa cerca l’approvazione del padre. Un crescendo che culmina con i tre dialoghi più significativi, quelli con il padre simbolico John Scully. Tutto uguale, tutto diverso. Strofa-ritornello.

È proprio il secondo confronto con Scully a definire, più di altri momenti, la forza evocativa di Steve Jobs. 1988. Mancano pochi minuti al lancio mondiale di Next, nuovo, attesissimo, prodotto messo in piedi da Steve Jobs dopo la sua cacciata dalla Apple. Siamo in una sala secondaria della San Francisco Opera House, dove Jobs non si aspetta di trovare Scully. I due non si parlano da quattro anni, dalla notte in cui il consiglio di amministrazione, in seguito al fallimento del progetto Macintosh, forzato dallo stesso Jobs a decidere tra lui e Scully (“Because artists lead and hacks ask for a show of hands”), decide di sbarazzarsi del suo fondatore. I due cominciano a parlarsi. Danny Boyle – che la critica ha elogiato per aver fatto un passo indietro rispetto alla sua fama di regista pop e barocco – gestisce benissimo il tempo drammatico di quello che è un vero e proprio duello. Lascia il campo agli attori, lascia il campo alle parole. Organizza i flashback incrociati (sia quello in cui Scully va a casa di Jobs per comunicargli la soppressione del progetto Macintosh; sia la notte del consiglio d’amministrazione) per costruire un crescendo che funziona da solida base per parole sempre più intense, sempre più urlate, sempre più drammatiche. È forse il primo momento in cui Boyle mostra Jobs veramente turbato. Scully mette Jobs davanti al suo fallimento, squarciando per un momento il campo di distorsione della realtà. Il figlio che vuole uccidere il padre, il padre che vuole salvare quello che il figlio sta distruggendo. Il figlio che viene cacciato e alla fine, dieci anni dopo, ritorna per riprendersi quello che era suo, uccide il padre simbolico e si riappropria della storia che ha sempre voluto raccontare: da un garage con suo fratello, a inventare il futuro.

hamiltonsantia@gmail.com

H. Santià è dottorando in storia del cinema all’Università di Torino

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