Gabriele Mainetti – Lo chiamavano Jeeg Robot

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Un salto oltre le macerie (e l’autocommiserazione)

recensione di Matteo Pollone

Dal numero di giugno 2016

Gabriele Mainetti
LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Francesco Formichetti, Antonia Tuppo
Italia 2015

Lo chiamavano Jeeg Robot - LocandinaQuando, due anni fa, nelle sale italiane venne distribuito Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, l’accoglienza fu decisamente più fredda se paragonata a ciò che si è scritto e detto a proposito di Lo chiamavano Jeeg Robot, vincitore di sette David di Donatello e inaspettato successo di pubblico di questa stagione. L’Italia, sembrava paradossalmente dirci il film di Salvatores, non è un paese per supereroi. Non a caso, in Il ragazzo invisibile il protagonista viene dall’ex-Unione Sovietica, e vive in una Trieste austera e ariosa, lontana dalle location più tipiche di molto nostro cinema. La scommessa di Gabriele Mainetti, produttore e regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, è invece quella di ambientare un film di supereroi all’interno di un contesto del tutto familiare allo spettatore italiano, la Roma cinematografica e televisiva di molte commedie e racconti di genere, e di farlo servendosi di due volti noti: quelli di Claudio Santamaria e Luca Marinelli.
Secondo una formula già sperimentata da Mainetti nei cortometraggi Basette (2008) e Tiger Boy (2012), qui il richiamo costante al personaggio creato da Gō Nagai nel 1975, non funziona come l’evocazione di qualcosa di lontano e alieno allo spettatore italiano, bensì come un cenno familiare a una generazione di spettatori per cui il nome Jeeg rimanda inevitabilmente ai passaggi televisivi Fininvest dell’anime, popolarissimo, come lo erano Lupin III e L’uomo tigre, per la generazione del regista e del suo protagonista (il primo nato nel 1976, il secondo nel 1974).

Non è modello né capofila

L’idea di partenza assomiglia quindi a quella che portò alla nascita di un’altra pellicola anomala all’interno della produzione italiana recente, quel Zora la vampira, diretto nel 2000 dai Manetti Bros., che faceva riferimento, senza adattarlo, a uno dei più celebri fumetti erotici degli anni settanta. Il tono di Mainetti e dei suoi sceneggiatori (Nicola Guaglianone e Roberto Marchionni, in arte Menotti) è però radicalmente diverso dal pastiche parodico dei Manetti, che costruivano il loro film a partire da un assemblaggio stridente di diversi generi e cliché. La maggiore uniformità di Lo chiamavano Jeeg Robot (che pure alterna intelligentemente commedia e dramma) lo allontana dall’ammiccamento postmoderno e dal ricalco di genere che, proprio a partire dalle esperienze dei Manetti e dal recupero indiscriminato del cinema popolare italiano via Tarantino e Marco Giusti, sembra essere diventato, oggi, un sottogenere imponente di molta produzione marginale italiana. Il film sembra anzi porsi in polemica con l’inautenticità di tale recupero, rivendicando una formazione diversa (appunto, i cartoni animati giapponesi e non i film con Maurizio Merli) e delegando all’antagonista il compito di intercettare quella cultura vintage che guarda esplicitamente agli anni settanta.

Una scena da Lo chiamavano Jeeg Robot

Allo stesso tempo, ed è persino ovvio ribadirlo, Lo chiamavano Jeeg Robot non rappresenta una via italiana al racconto di supereroi. Non è, insomma, un testo che si vuole porre come modello, né come capofila di una nuova moda. In questo senso, l’apertura finale a un possibile sequel, come avveniva anche per Il ragazzo invisibile, sembra più un’ironica strizzata d’occhio alle consuetudini hollywoodiane che una vera promessa di ritrovare il protagonista impegnato in nuove avventure. Contrariamente a ciò che accade all’interno degli universi narrativi abitati dai supereroi statunitensi, in Lo chiamavano Jeeg Robot la morte dei personaggi appare subito come definitiva, e non lascia spazio a possibili e miracolose resurrezioni. Questa è, senza dubbio, una grande qualità di un film che non sconfina mai in forzature da cartoon, ma che mantiene una solida verosimiglianza interna, dove semmai è la Roma più tetra e meno fotogenica ad avere la meglio sull’elemento fantastico.

Lo chiamavano Jeeg Robot ha quindi almeno due meriti indiscutibili: quello di porsi come un’opera fuori dai canoni (ormai piuttosto ristretti) del cinema italiano contemporaneo e quella di mantenere, allo stesso tempo, un’identità precisa, senza trasfigurarsi, come accadeva con Il ragazzo invisibile, in un racconto che potrebbe essere ambientato in ogni paese del mondo occidentale. Non è un caso che, alla cerimonia dei David di Donatello, il film di Mainetti si sia diviso la maggior parte delle statuette con un’altra opera immaginifica ma profondamente legata al nostro paese come Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. È un risultato che va letto come una volontà di cambiamento e svolta per un cinema da anni ancorato agli stessi schemi e a due o tre generi ricorrenti? Forse, anche se i premi al miglior film e alla migliore sceneggiatura attribuiti alla classica commedia agrodolce di costume Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese portano a pensare il contrario. Ciononostante, va sicuramente salutato con gioia il successo di un’opera dalla lavorazione travagliata principalmente a causa della mancanza iniziale di capitali data dalla sfiducia nei confronti di un prodotto eccentrico rispetto a una monocromatica produzione mainstream, soprattutto se si considera che il rapporto tra cinema e fumetti (non inteso necessariamente come adattamento in senso stretto), in Italia, è sempre stato penalizzato al botteghino, da Cenerentola e il signor Bonaventura a Tex e il signore degli abissi, fino a Dellamorte Dellamore o L’ultimo terrestre.

Reagire di fronte a un contesto ostile

La storia di Enzo Ceccotti (Santamaria), ladruncolo romano che finisce nel Tevere per sfuggire a due poliziotti e lì viene a contatto con il liquido nerastro fuoriuscito da alcuni barili, sembra ricalcare in tutto e per tutto la genesi di molti supereroi Marvel, a partire da Spider-Man. Inizialmente restio a mettere i suoi poteri al servizio dei più deboli, Enzo finirà per convertirsi definitivamente grazie all’incontro con Alessia (Ilenia Pastorelli, ex-concorrente del Grande fratello inaspettatamente convincente). Tuttavia, Lo chiamavano Jeeg Robot non è tanto un film sul grande potere da cui derivano le abituali grandi responsabilità, bensì un’opera sulla necessità di trovare la forza di reagire di fronte a un contesto sempre più opprimente e ostile: si è parlato, spesso a sproposito, di un aggiornamento in chiave fantastica di Pasolini, e non sono mancati i critici che hanno voluto vedere corrispondenze con il film postumo di Claudio Caligari, Non essere cattivo, che vede tra i protagonisti Luca Marinelli, in Lo chiamavano Jeeg Robot impegnato nel ruolo del crudele gangster di borgata Zingaro. Alla piccola storia di mancata redenzione di Caligari, però, Mainetti oppone un tono scopertamente apocalittico (si pensi agli attentati che devastano Roma e che fungono da leitmotiv del film), che al massimo ricorda quello, più forzato, di Suburra di Stefano Sollima. Così, al di là di tutti i paralleli che si sono tentati, risulta chiaro come l’antecedente diretto, il modello a cui guarda Mainetti è la serie di produzioni cinematografiche e televisive generata dal successo di Romanzo criminale di Michele Placido (la serie omonima, e poi Gomorra), non a caso interpretato dallo stesso Santamaria. Lo chiamavano Jeeg Robot condivide il medesimo sguardo di Placido e Sollima, tra il compiaciuto e lo sconsolato, sull’Italia. I suoi personaggi, che portano sul corpo e nella mente ferite indelebili, sono il segno tangibile di un paese esausto, sconfitto, demoralizzato. È proprio questa voglia di allargare lo sguardo al di là delle dinamiche (peraltro piuttosto ovvie) che regolano i rapporti tra i personaggi, a rendere il film di Mainetti un’opera coraggiosa e capace di intercettare un sentimento comune. Merito del regista e dei suoi sceneggiatori è però quello di non fermarsi a contemplare le rovine, ma di spostare il discorso anche su un campo di battaglia più familiare e meno ostile, ovvero il cinema stesso.

Una scena da Lo chiamavano Jeeg Robot

È evidente come, nella scena – forse la più riuscita di un film con molti momenti memorabili – in cui Enzo porta Alessia all’interno di un luna park chiuso e, con la sola forza delle braccia, rimette in moto la ruota panoramica, Mainetti ci stia parlando del cinema italiano e della necessità di rimettere in moto una politica di genere da tempo trascurata, quando non ripudiata. È in questo senso che finisce per essere vincente la scelta del regista di non ricalcare vezzi e stilemi del cinema del passato, di non guardarsi indietro ma di saltare in avanti, come Enzo nell’ultima immagine del film. Se gli autori si dimostrano sostanzialmente pessimisti nel guardare all’Italia di oggi, un messaggio di speranza pare arrivare dalle storie che il cinema può ancora raccontare. Basta avere coraggio, superare l’autocommiserazione, e saltare.

matteo.pollone@unito.it

M. Pollone insegna storia delle teoriche del cinema all’Università di Genova

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