László Nemes – Il figlio di Saul

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Vivi, malgrado tutto

recensione di Andrea Mattacheo

Dal numero di marzo 2016

László Nemes
IL FIGLIO DI SAUL
con Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn, Todd Charmont, e Sándor Zsótér
Ungheria 2015

Il figlio di Saul - LocandinaNel 1996 l’artista polacco Zbigniew Libera espone Lego. Concentration Camp, sette confezioni di lego, riproduzioni fedeli di quelle originali, attraverso le quali – con mattoncini, omini gialli e piccoli scheletri – si sarebbero potuti ricostruire i diversi ambienti di un campo di concentramento nazista. Chiamato nel corso degli anni a difendersi da accuse di furbizia e cinismo, Libera ha dichiarato più volte di essersi consapevolmente servito di una provocazione, per porre l’accento sulla leggerezza con cui l’uomo aveva potuto compiere quelle atrocità. Oltre a rimandare alla banalità del male l’opera, allusiva e metaforica come molta arte contemporanea, sembra però anche invitare a riflettere su quanto possa essere banale la rappresentazione dell’orrore al tempo della sua commerciabilità. In un contesto in cui la sovraesposizione delle immagini che testimoniano il massacro ne ha ridotto il potenziale di realtà, fino quasi al paradosso di farle apparire fiction, e la memoria viene imbalsamata e “messa a scaffale” una volta l’anno, qualunque artista scelga oggi di confrontarsi con la Shoah deve fare i conti con il rischio di anestetizzarla, e di renderla, nell’eccesso di retorica, parodica quanto un forno crematorio fatto di lego. László Nemes (al suo primo lungometraggio dopo alcuni corti e l’esperienza da assistente con Béla Tarr) non cade in questa trappola, e restituisce con Il figlio di Saul una messa in scena estremamente diretta degli orrori nazisti, che non abusa della compassione e del dolore, e grazie a una cifra ragionata si fa emotiva e toccante senza essere ricattatoria.

Nessuna visione d’insieme

Nemes decide di raccontare l’universo concentrazionario aderendo in maniera pressoché totale allo sguardo di un membro del Sonderkommando. Uno di quei prigionieri scelti per collaborare alle operazioni di sterminio: addetti al convoglio dei deportati verso le camere a gas, alla raccolta degli oggetti di valore, allo “smaltimento” dei corpi e di quanto dopo restava ridotto in cenere. Uomini isolati in sezioni diverse in cui godevano di una condizione di privilegio, per fare in modo che lo scandaloso segreto da loro custodito restasse nascosto; e che pur condividendo lo stesso destino di morte di tutti gli altri – i Sonderkommando venivano “liquidati” ogni quattro mesi – erano costretti a farsi carico materialmente della colpa dei loro carnefici. Nemes mostra dunque da vicino il delitto forse più demoniaco del piano nazionalsocialista, che nella sua lucidità scientifica aveva previsto di togliere alle vittime persino la consapevolezza di essere innocenti. E lo fa appunto concedendo allo spettatore la sola prospettiva del protagonista, negando quindi una visione d’insieme della tragedia, che si svolge su uno sfondo lasciato volutamente opaco. All’inizio del film le immagini prendono infatti forma quando Saul appare in primo piano, acquistando nitidezza da una profondità che è destinata a rimanere fuori fuoco. E al centro del quadro resteranno poi quasi sempre le sue spalle, appesantite dalla croce rossa – marchio e onta del Sonder –, e il suo volto impassibile, quello di chi ha visto troppo e sa di essere per questo già morto. I dettagli macabri dello sterminio emergono dall’eco del fuori campo, dai margini, dalla coda dei suoi occhi: urla, raffiche di mitra, roghi di corpi morti e vivi che bruciano, cadaveri ammassati ovunque. Al pari di Saul ci si sfila accanto senza fermarsi, costretti a fare propria la sua abitudine e messi di fronte alla dimensione ordinaria del crimine più straordinario del secolo breve, inchiodati alle forme impensabili di routine quotidiana che aveva assunto la vita all’interno di una fabbrica di morte.

Il figlio di Saul - Scena del film

Ed è la parzialità di uno sguardo che non concede nemmeno un campo lungo, che rifiuta qualsiasi pretesa di totalità sull’evento e non vuole riassumerlo, a rendere Il figlio di Saul un film in grado di mettere in crisi e scuotere; e non l’ennesimo tassello da aggiungere a un immaginario sempre più edulcorato e innocuo. Come nelle poche fotografie scattate all’interno dei campi di concentramento dai membri del Sonderkommando (la cui storia si intreccia con la vicenda del protagonista) nel film del regista ungherese il senso profondo del dramma affiora per mezzo di ciò che ci viene lasciato soltanto intravedere; ciò che non possiamo fermarci a contemplare. Gli scatti presi dai deportati, nel loro essere lacunosi, nel ritrarre ipotesi di corpi deformati o le fronde di un albero, nell’esibire l’emergenza in cui sono stati strappati all’oblio, mostrano, più di ogni altra rappresentazione, la violenza messa in atto da chi aveva immaginato di annientare la memoria di quegli eventi e quegli uomini; la violenza di chi aveva programmato la cancellazione completa delle loro esistenze dalla realtà.

Non potendo dire tutto, quelle immagini restituiscono alla testimonianza la sua urgenza storica e il suo potere di verità. Allo stesso modo la testimonianza di Saul acquista forza nell’essere frammentaria, nel farsi carico di quanto di singolare, imperfetto e umano sopravvive in una storia e nella storia. Non dicendo tutto, urla che qualcosa si possa e debba ancora dire. Accostandosi con insistenza a una vittima desacralizzata, rassegnata all’orrore e alla morte, il regista ungherese pone gli spettatori in una condizione molto meno comoda del mettersi dalla parte dell’innocenza assoluta contro il male assoluto. E li obbliga a stare dalla parte di un’innocenza relativa, quella che può ogni uomo, contro un male relativo, quello di cui ogni uomo è altrettanto capace. Non potendo distogliere lo sguardo dal dettaglio, l’orrore perde il suo aspetto infernale per assumere quello più inquietante di un potere efficiente e organizzato. I nazisti che si vedono, e soprattutto sentono, attraverso Saul, sono sempre colti mentre impartiscono ordini precisi, per fare in modo che ogni ingranaggio del campo funzioni; non sono mostri sadici e perversi ma degli “esperti” come dice Primo Levi, “senza ironia”. E le vittime nel dettaglio tornano a essere uomini, il cui sacrificio è ben più difficile da accettare di quello dei martiri: non l’hanno voluto, non salverà la loro anima né quella di qualcun altro. E per questo la loro resistenza è ancora più miracolosa e dolente. Sono annichiliti, ridotti in condizioni in cui non sembra immaginabile avere pietà nemmeno di se stessi, eppure, in opposizione all’efficienza dei carnefici, trovano la forza di compiere gesti inutili. È inutile l’ossessione di Saul di dare sepoltura al cadavere di un bambino che potrebbe (o forse no) essere suo figlio, è inutile provare a far uscire le fotografie dal campo, è inutile dare il via a una rivolta. Ognuno di quei gesti nella sua inutilità testimonia quanto, malgrado tutti i tentativi di annientarlo per mezzo della tecnica, l’umano abbia potuto resistere. E quanto quegli uomini vadano ricordati come vivi.

Da uomini contro altri uomini

Nel ribadire l’essenza terrena dello sterminio, Il figlio di Saul riesce a essere uno di quei rari film che proprio grazie all’istanza teorica trovano riscatto dalla freddezza della teoria. Nemes scegliendo di dare al racconto un orizzonte stilistico e narrativo incarnato nel particolare si affranca dalla retorica dell’indicibile, della tragedia universale, dei crimini contro l’umanità, e ci ricorda ciò che di poco rassicurante spesso si tende a dimenticare vestendo gli abiti istituzionali delle commemorazioni: quei crimini sono stati commessi da uomini contro altri uomini. Quel male non è stato compiuto da un’entità astratta e non ha colpito un’indefinita umanità, ma è stato immaginato e messo in atto da esseri umani sulla pelle di altri esseri umani in un luogo e tempo preciso. Non è un caso che l’unico momento, salvo il finale, in cui la macchina da presa abbandona Saul, lo faccia per spostarsi sulle foglie degli alberi lungo la strada, durante un trasferimento in camion della sua unità. Lontano dai colori lividi del campo, oltre il filo spinato, la natura prosegue il suo corso come se nulla fosse. Quell’istante di verde, sul fondo terso del cielo, rivela che in quei giorni il tempo non è stato sospeso, le foglie hanno continuato a germogliare e a crescere nelle belle giornate; e che Auschwitz non è esistito solo nelle illustrazioni di un libro scolastico sfogliato oggi svogliatamente, e non era situato al centro dell’inferno, ma ai bordi di una foresta, in Polonia, sulla stessa terra che possiamo ancora calpestare.

andrea_mat@libero.it

A. Mattacheo è redattore editoriale

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