Leonardo Di Costanzo – L’intrusa

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Preziosa voce fuori dal coro

recensione di Francesco Pettinari

Leonardo Di Costanzo
L’INTRUSA
con Raffaella Giordano, Valentina Vannino, Martina Abbate, Anna Patierno, Marcello Fonte
Italia, Francia, Svizzera 2017

Leonardo Di Costanzo - L'intrusaA fronte dell’assenza di film italiani nel concorso ufficiale dell’ultima edizione del Festival di Cannes, sei erano distribuiti nelle sezioni parallele; tre di questi hanno fatto parte della selezione della Quinzaine des Réalisateurs, dove hanno ottenuto un’ottima accoglienza da parte della critica. Si tratta di tre opere che stanno molto bene insieme perché sono in qualche maniera vicine, offrono un panorama molto interessante di quello che è al momento il nuovo cinema del reale prodotto in Italia. Cuori puri, l’ottimo esordio di Roberto De Paolis, esplora la periferia romana fuori dagli standard narrativi dei format televisivi che sempre più spesso si ritrovano al cinema. A Ciambra di Jonas Carpignano, opera seconda, premiata come miglior film europeo della sezione, un romanzo di formazione all’interno della comunità rom di Gioia Tauro, si è rivelato un vero e proprio caso, culminato nella candidatura a rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar per il miglior film in lingua non inglese – mentre lo scarso interesse del pubblico non fa che rimarcare la linea di confine tra cinema d’autore di alto valore e cinema commerciale. L’intrusa di Leonardo Di Costanzo, anche questa un’opera seconda, è la conferma di un grande talento del nostro cinema. 
Ischitano, classe 1958, Di Costanzo si è fatto conoscere come documentarista con una serie di opere di grande rilievo – da ricordare Prove di Stato del 1998 e A scuola del 2003; ha esordito tardi in quello che si chiama cinema di finzione – definizione decisamente impropria per il suo cinema -, nel 2012, con un film eccellente, L’intervallo, presentato nell’ambito della Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, anche se, a parere unanime della critica, avrebbe meritato il concorso: si tratta di una sorta di fiaba impossibile, con protagonisti due ragazzi che sfidano i ruoli che sono stati loro imposti, lui deve fare da guardiano a lei che è una sequestrata della criminalità: tutto magistralmente orchestrato dentro un racconto che è chiuso nel rispetto dell’unità di luogo e di tempo, e che mette in scena un’attesa che di per sé produce senso, senza alcuna necessità di arrivare a un colpo di scena.

Su di un filo

L’intrusa si pone sulla scia del precedente, rivela la riconoscibilità di una vocazione politica e di una poetica molto personali: è un film costruito sulla linea sottile che separa la legalità e l’illegalità, il lecito e l’illecito, l’accoglienza e l’emarginazione.
Siamo nella periferia di Napoli. Anche questa volta, a parte una manciata di scene, Di Costanzo sceglie il vincolo dell’unità di luogo, facendone un elemento di forza del film: la città si vede solo come sfondo, come insieme di facciate che si guardano dalle finestre, anche riprodotte dai murales dipinti da Gabriella Giandelli che conferiscono allo spazio aperto dove di svolge pressoché tutto il flm l’aspetto di un palcoscenico di teatro – e la prima inquadratura è un suo disegno. Nel film, La Masseria è un centro di ricreazione che accoglie i bambini del quartiere dopo la scuola, con l’intento di sottrarli a famiglie spesso disfunzionali e soprattutto di impedire che diventino precoce manovalanza della camorra – nella realtà è la sede di Arci Movie a Ponticelli. A gestire il centro è Giovanna (Raffaella Giordano, storica danzatrice della compagnia Sosta Palmizi), aiutata da una serie di collaboratori che, come lei, onorano la volontà dell’impegno, la pratica del volontariato in una situazione non facile da gestire.

Leonardo Di Costanzo - L'intrusa

L’intrusa – Una scena del film

Il film inizia come un documentario, dove si può ammirare il talento del regista nella capacità di riprendere i bambini, i loro cambi di espressione, i loro gesti, l’immediatezza della loro improvvisazione che cancella qualunque impressione di finzione. I bambini, sotto la guida degli adulti, stanno costruendo, in vista di una festa, un lucertolone gigante e un oggetto che prende corpo nella durata del racconto: Mr. Jones, un pupazzo stilizzato composto da pezzi di biciclette assemblati insieme in maniera tanto assurda quanto creativa. Appare poi un elicottero della polizia e gli agenti invadono il centro: dentro il cortile c’è una casupola, un monolocale uso foresteria dove Giovanna ha dato ospitalità a Maria, una giovane donna del quartiere, e ai suoi due bambini. Ma lì si nasconde anche il marito della donna, un latitante della camorra che viene arrestato perché ha ucciso un uomo, oltretutto scambiandolo per un altro: questo Giovanna non lo sapeva, i poliziotti la sospettano di favoreggiamento, l’ispettore che la conosce le rimprovera di essere stata incauta. Poco dopo, Maria, la moglie del boss, torna con i due figli e si stabilisce nella casupola, rifiutandosi di andare a vivere dalla suocera.

La collettività e il singolo

Questo diventa il nucleo del racconto: non può esserci separazione tra l’intrusa e gli abitanti del centro. Rita, la figlia di Maria, è una bambina che gioca a calcio come un maschio e che parla di motorino elettrico, è intraprendente – bellissima la scena notturna in cui quando la madre non può scaldare il latte al fratellino perché si è esaurita la bombola del gas, lei la accompagna furtivamente nella cucina della Masseria, essendo a conoscenza del posto dove Giovanna nasconde le chiavi -; ebbene, Rita rifiuta di tornare a scuola perché si vergogna del padre, e preferisce integrarsi con i ragazzi che costruiscono Mr. Jones. Tra bambini questo è possibile, mentre sono i genitori, le madri, che non accettano la presenza di Maria e nemmeno quella dei figli nel microcosmo protetto che la sua presenza contamina con il mondo da cui loro vogliono difendersi. Ernestina, una bambina che frequenta il centro, non parla più, da quando gli uomini del clan del marito di Maria hanno massacrato di botte il padre davanti a lei. Le varie situazioni mettono in campo le contraddizioni della realtà rappresentata: la ragione del singolo e la logica di autodifesa della collettività.

Giovanna, che nel quartiere è molto amata per quello che ha costruito, assume su di sé la pratica della resistenza, difende a oltranza il dovere di accogliere, non solo chi ha deciso di salvarsi da sé ma chi, come Maria – una bestia ferita, testarda, secondo le sue parole – ha bisogno di essere salvato, e perché fuori da un ambiente protetto suo figlio non sia destinato a seguire le orme del padre. Proprio un tafferuglio tra bambini e una reazione spropositata di Maria accelera i tempi: la scuola ritira i bambini dal centro, la festa viene annullata, Giovanna è sola, i collaboratori le stanno vicino, ma con fatica, non la capiscono, si sentono traditi. Ma la tensione che attraversa tutto il film sfocia in un vero e proprio anticlimax: una mattina la casupola è vuota, Maria se n’è andata con i suoi figli e le sue cose, ha risolto lei il problema; il commissario dice a Giovanna che non è andata né a trovare il marito in carcere, né è tornata dai genitori, con i quali non ha più rapporti da tempo: l’intrusa è sparita, è diventata il deus ex machina risolutore della situazione caotica che la sua stessa presenza aveva causato.

Piccoli eroi del quotidiano

L’ultima, splendida sequenza, mostra la festa: una musica diegetica, suonata da una banda musicale, contribuisce a creare un’atmosfera stralunata, tra il surreale e il circense, tutti ballano e sono felici. Anche Giovanna, che all’inizio sta in disparte, si lascia poi accogliere dall’euforia del momento: solo Mr. Jones, il pupazzo educato, muove la testa e gli occhi a destra e a manca, come se cercasse qualcuno. Due elementi, quasi contraddittori, si impongono durante la visione di questo film: sul piano visivo, la presa diretta della realtà – e anche del suono – conferma lo sguardo di De Costanzo come quello di un documentarista di grande levatura; nello stesso tempo, la sceneggiatura – scritta dal regista insieme a Maurizio Braucci e a Bruno Oliviero – mostra quanto sia stata meticolosa la costruzione del racconto per poter arrivare a un tale livello di naturalezza e di credibilità. A questo contribuisce anche il fatto che Raffaella Giordano è l’unica attrice, l’unica che recita – a livello del corpo l’espressività della danzatrice si vede molto, e il timbro della sua voce, la erre nordica, stacca fortemente con il linguaggio degli altri interpreti che sono non professionisti – eccellenti Valentina Vannino, esordiente, nel ruolo di Maria, e la piccola Anna Patierno in quello di Rita.

In mezzo a un dilagare di racconti per immagini in cui la camorra è diventata materia per fare spettacolo e il “gomorrismo” un insieme di cliché e di banalità, un’opera come L’intrusa segna un notevole salto di qualità, mostrando come senza ricorrere agli stereotipi si possa costruire una narrazione dove l’impatto cinematografico e quello antropologico vanno di pari passo, e dove il coinvolgimento dello spettatore non si fonda sul larger than life, sull’eccedere il reale, sulla trovata a effetto. La realtà inquadrata parla da sola, il ruolo che il regista assume non è quello di salire in cattedra ed ergersi a narratore onnisciente, bensì quello di mostrarla, la realtà, in forma di racconto, e di stimolare una riflessione, un’interrogazione. È una preziosa voce fuori dal coro il cinema di Di Costanzo: fatto di uno stile asciutto, anche severo, ma mai punitivo per lo spettatore; popolato da persone – da piccoli eroi del quotidiano, come li definisce il regista – e non da personaggi; intriso di un realismo dove non si può scegliere tra stare dalla parte dei malamente o farsi i fatti propri, ma si deve abitare la zona grigia, quella delle contraddizioni, quella in cui un gesto di accoglienza può farsi rivoluzionario.

fravaz_tin_it@hotmail.com

F Pettinari è critico cinematografico

Microcosmo familiare: il commento di Francesco Pettinari al film di Kore-eda Hirokazu, Ritratto di famiglia con tempesta.

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