Cinema – Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

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Lusso e leggerezza sull’orlo del baratro

recensione di Mariolina Diana

Dal numero di maggio 2014

Grand Budapest Hotel, di Wes Anderson, con Saoirse Ronan, Ralph Fiennes, Edward Norton e Willem Dafoe, Usa 2014

Uno scrittore rievoca l’incontro avvenuto venti anni prima con il misterioso proprietario del Grand Budapest Hotel, un albergo di lusso ormai in decadenza, con pochi sparuti clienti e atmosfere dimesse. L’incontro tra i due uomini dà origine a un lungo racconto pieno di ricordi commoventi, di situazioni surreali in un vortice di avventure, colpi di scena, omicidi, evasioni, agnizioni e ricongiungimenti. Il lieto fine però non è d’obbligo, perché dietro una certa leggerezza di tocco si presagisce l’arrivo di un mostro che, con i suoi lunghi artigli, sta per strappare via ogni sicurezza. Il mondo scintillante fatto di lusso e di piaceri sta per crollare definitivamente, lasciando spazio alla solitudine, al rimpianto.

gustave-hNei titoli di coda si fa riferimento a una fondamentale fonte d’ispirazione che aleggia sia nelle scelte di sceneggiatura sia nella definizione di personaggi e luoghi. Il regista stesso ha dichiarato di aver quasi plagiato per questo suo ultimo lavoro lo scrittore mitteleuropeo Stefan Zweig, che già nel suo aspetto fisico (baffetti scuri e capelli impomatati) sembra il ritratto di Monsieur Gustave H., l’impeccabile concierge del Grand Budapest. Sono diversi i testi del prolifico scrittore viennese, altre volte portato sullo schermo (Lettera da una sconosciuta di Max Ophüls, La paura di Roberto Rossellini, per citare solo alcuni film), che Anderson ha tenuto a mente quando ha voluto ricreare le atmosfere di un mondo che si avvia al tramonto, travolto dalla follia della guerra e dal delirio di squadre di fascisti brutali. Non a caso, dunque, Anderson ha curato per le edizioni Pushkin un piccolo libretto intitolato The Society of the Crossed Keys (quella per intenderci che salva Monsieur Gustave durante la sua evasione) in cui sono raccolti alcuni brani tratti dalle opere di Zweig, oltre che una conversazione tra il regista e George Prochnik, che a Zweig ha dedicato i suoi studi. In particolare Anderson cita Il mondo di ieri, ovvero la struggente autobiografia di Zweig, che dopo anni di successi è costretto all’esilio in un’Europa sconvolta dal nazismo, fino al suicidio, nel 1942, in terra brasiliana; poi L’ impazienza dell’ amore, la cui introduzione viene esplicitamente parafrasata nel discorso dello scrittore che, con lo sguardo fisso rivolto allo spettatore, illustra la genesi del racconto che ha dato vita alla storia di Grand Budapest Hotel. A completare il quadro possiamo aggiungere Estasi di libertà, dove la giovane protagonista si trova improvvisamente catapultata in un lussuosissimo albergo tra le nevi di Pontresina, in un mondo dorato ma corrotto, affollato di donne eleganti che nascondono segreti impronunciabili, di portieri che sanno tutto e vedono tutto, descritti con precisione quasi maniacale, oppure Sull’orlo dell’abisso, l’epistolario di Zweig con Romain Rolland, che fa presagire il baratro in cui l’Europa sta precipitando portandosi dietro la fine delle illusioni di pace e di speranza.

La vicenda di Grand Budapest Hotel si dipana dando luogo a un intreccio che si dispone su più livelli temporali e con un variegato succedersi di voci narranti. Il film ha infatti una sorta di cornice esterna: una giovane ragazza entra nel cimitero di Ludz, cittadina immaginaria come tutta la geografia del cinema di Wes Anderson, e rende omaggio alla statua di un uomo, alla cui base appende una chiave, una delle tante che fanno visibilmente mostra di sé. La ragazza si siede su una panchina e comincia a leggere un libro intitolato appunto Grand Budapest Hotel. Subito dopo l’autore del libro, lo stesso della statua, acquista voce e corpo e lo vediamo nel 1980 nel suo studio, durante un’intervista, più volte disturbato da un bambino che gioca vicino a lui. Lo scrittore ci parla della matrice delle sue opere in cui, anche quando sembra che il racconto sia frutto dell’immaginazione, è la realtà a essere arrivata prepotente, imponendosi come un’onda di marea da far rivivere sulla pagina scritta. A questo preludio segue un flashback. Si torna così indietro di vent’ anni. Lo scrittore è lo stesso, con gli stessi baffi, gli abiti dello stesso colore, affezionato frequentatore del Grand Budapest Hotel. Su suggerimento del concierge Jean, lo scrittore dà vita a una lunga conversazione con lo strano proprietario dell’hotel, il signor Moustafa. Misterioso, curioso, affascinante (pernotta ogni volta in una stanzetta angusta, senza nessun comfort, riservata al personale dell’albergo) Moustafa, durante una lunga cena, prende la parola facendoci tornare indietro nel tempo fino al 1930.

Il Grand Budapest è splendido, frequentato da clienti facoltosi. Il protagonista assoluto è Monsieur Gustave H., interpretato da uno scoppiettante Ralph Fiennes. Monsieur Gustave è il simbolo dell’hotel, tutto conosce, tutto sa, impeccabile, preciso, profumato, ha tuttavia un rapporto privilegiato con alcune clienti anziane a cui amichevolmente offre i suoi servigi, andando ben al di là di quelli che il suo compito prevede. Scopriamo così che Moustafa altri non è che Zero, il giovane lobby boy che Monsieur Gustave ha preso sotto la sua ala protettiva: lo istruisce, lo educa, e soprattutto lo trascina in una rapporto che prima è di subalternità, poi via via di fratellanza, di mutuo soccorso. Lo strano sodalizio li porterà a trafugare un prezioso dipinto rinascimentale lasciato in eredità da madame D., una delle amanti attempate di Gustave, ad affrontare i rischi della prigione, l’incertezza di inseguimenti rocamboleschi, la violenza di spietati assassini che tagliano teste e mozzano arti, la furia devastatrice di manipoli fascisti che invadono l’hotel mentre la guerra infuria. Stranamente, però, il racconto di Moustafa è ellittico, subisce un’improvvisa accelerazione e lascia fuori sia la morte di Monsieur Gustave sia quella dell’adorata moglie Agatha, così da farli diventare solo un ricordo vivido e perenne. Moustafa finisce la sua storia, ma il racconto viene ripreso dallo scrittore. La sua voce narrante fa calare il sipario sul Grand Budapest, guidandoci verso la cornice della giovane lettrice, che chiude tutto in un’immagine crepuscolare ma senza tempo.

Lo studioso americano David Bordwell ha definito Wes Anderson un regista dal planimetric style. Il suo cinema è infatti caratterizzato dalla frequenza di inquadrature frontali che definiscono lo spazio in una composizione formalmente perfetta ed equilibrata, dove i personaggi e lo sfondo si trovano in un rapporto rigido di perpendicolarità e simmetria. Numerose sono le inquadrature frontali di un personaggio, di gruppi diversamente disposti in profondità, che danno al film una compostezza visiva assolutamente originale. Molto spesso, inoltre, i personaggi danno l’impressione di guardare verso la macchina da presa, che si frappone, in modo del tutto irreale, in mezzo a loro, come se fosse uno specchio trasparente cui volgere lo sguardo. Tuttavia nel film si aggiungono altri punti di vista, sempre e comunque perfettamente costruiti: basti pensare alle inquadrature dall’alto sia dell’esterno che della hall dell’albergo; allo scalone interno che come una sinuosa spirale collega i diversi piani della villa di Madame D.; alla stanzetta dei secondini della prigione Check-point 19. Ad arricchire visivamente il film si aggiungono gli adrenalinici inseguimenti, veri esercizi di stile cinematografico: la corsa in slittino sulle nevi tra gli alberi o la fuga tra le armature nel museo. Inoltre Anderson, insieme al suo fedele direttore della fotografia Robert Yeoman, sceglie di rendere visivamente i diversi livelli temporali usando per ogni sezione un rapporto d’aspetto diverso dell’inquadratura: per gli anni ottanta e il presente usa l’1,85, gli anni sessanta sono visti in 2.40, secondo le proporzioni dell’anamorfico, gli anni trenta invece nel più antico 1.37. Questa scelta non solo risponde a una sorta di filologia (ogni epoca ha l’aspetto dei propri film), ma consente una maggiore versatilità nell’uso dello spazio, organizzato in verticale o in orizzontale, tra pieni e vuoti, a seconda delle esigenze. L’attenzione di Anderson ai dettagli non viene meno nella scelta dei cromatismi: si va dalle atmosfere brune, crepuscolari dell’hotel in abbandono dopo l’ondata livellatrice del regime comunista, allo sfavillio di luci e cristalli dei bei tempi vissuti dal Grand Budapest. Il rosso fuoco che avvolge la hall o l’ascensore; il rosa tenero della facciata, ogni cosa contribuisce a creare una sensazione di lusso e raffinatezza, prima del nero delle divise fasciste. Non mancano neppure i riferimenti pittorici esplicitamente esibiti: il finto paesaggio alla Friedrich nella sala da pranzo dell’hotel; il ritratto rinascimentale del ragazzo con mela sospeso tra Bronzino e Holbein, sostituito poi da uno sfacciato Schiele con due donne amanti. Niente viene lasciato al caso, Anderson come Monsieur Gustave, dirige il suo hotel con maestria e precisione, divertendoci con un gusto eccentrico e ricercato.

mariolina.diana@tiscalinet.it

M. Diana è insegnante e critica cinematografica

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