Maren Ade – Vi presento Toni Erdmann

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Il lessico della felicità

recensione di Francesco Pettinari

Maren Ade
VI PRESENTO TONI ERDMANN
con Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn, Thomas Loibl, Trystan Pütter
Germania, Austria 2016

Maren Ade - Vi presento Toni ErdmannChe posto può occupare la felicità personale nel tempo del business globalizzato, dove non solo i rapporti di lavoro, ma anche quelli intimi, quelli archetipici, come quello genitori figli, sono all’insegna della spersonalizzazione e dell’assenza di comunicazione?
Il festival di cinema, e a maggior ragione quelli più importanti, non sono solo occasioni per confermare o per consacrare il talento di autori già affermati; sono altresì la rampa di lancio per far conoscere giovani cineasti, e spesso sono proprio questi ultimi a mettersi in luce come elementi di novità e di sorpresa: rispetto al Festival di Cannes, si pensi a un film come Il figlio di Saul dell’ungherese László Nemes nel concorso dell’edizione 2015, mentre, per quanto riguarda il concorso del 2016, il film-sorpresa si è rivelato essere quello della quarantenne regista tedesca Maren Ade, Toni Erdmann: acclamato a gran voce dalla critica mondiale – unica eccezione quella italiana, ma se ne può trovare una ragione -, rimasto fuori dal palmares – senza dover arrivare a dire che è stato ignorato dalla giuria -, si è comunque portato a casa il Premio Fipresci assegnato dalla federazione dei critici internazionali e, da quel momento, è cominciato per questo film un percorso a dir poco glorioso; tra gli altri, ha ricevuto il Premio Lux assegnato dal Parlamento Europeo, e ben cinque Efa, gli oscar del cinema europeo, nelle principali categorie: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attrice e miglior attore protagonisti, fino ad arrivare nelle cinquine finali sia ai Golden Globes sia agli Oscar americani per il miglior film straniero. Non è un’opera prima, è il terzo lungometraggio di Maren Ade, e c’è di che riflettere ricordando che il suo secondo film, Allen Anderen, premiato alla Berlinale del 2009 con il Gran premio della giuria e con l’Orso d’argento alla miglior interprete femminile, sia rimasto inedito, mai distribuito in Italia. Il nuovo film esce ora nelle nostre sale con il titolo Vi presento Toni Erdmann e con tanto di sottotitolo didascalico Un padre così non l’avete mai visto, grazie a Cinema di Valerio De Paolis.

Una commedia eccezionale

Si tratta di un’opera eccezionale, nel senso proprio di costituirsi come eccezione, a cominciare dall’etichetta che la identifica come commedia: e su questo ha, o meglio avrebbe, già infranto un tabù, quello per cui il criterio della politique des auteurs che informa di sé la composizione della selezione ufficiale cannense, avrebbe accolto addirittura nel concorso principale, giustappunto, una commedia. Che cosa ci si aspetta da una commedia, specie per come può intenderla uno spettatore italiano? Che sia un film che faccia ridere, che diverta: e in genere, viene accontentato: un vero e proprio vizio di forma. Guardando Toni Erdmann si ride parecchio, e si ride anche genuinamente, ma, rispetto alla commedia italiana, è un vero e proprio ufo. Intanto è un’opera smisurata, a cominciare dalla durata, ben centosessantadue minuti, e questo suo essere fuori misura si estende a tutto, specie al protagonista e alle situazioni che inscena. Il film parte su un piano estremamente realistico ma che già prepara e preannuncia un crescendo continuo fino al parossismo e al  nonsense carico di senso della seconda parte.

Maren Ade - Vi presento Toni Erdmann

Winfried Conradi è un sessantacinquenne, insegnante di pianoforte in pensione, e da subito viene mostrata quella che appare come una sua qualità innata, nemmeno acquisita: la predisposizione allo scherzo, alla burla, a farsi beffe di chi gli sta davanti, salvo poi, dichiarare: che si tratti di improvvisare un proprio doppio, un fratello appena uscito dal carcere perché costruttore di pacchi-bomba, davanti a un incredulo fattorino che gli sta consegnando un pacco; o di presentarsi dall’anziana madre truccato da zombie per una recita di addio alla scuola dove insegna: lui però si inventa improbabili altre finalità, e quando lei gli domanda perché non fa sopprimere il suo anziano cane ormai cieco e sofferente, lui non può che risponderle che in quel caso dovrebbe far sopprimere anche lei, che non è messa molto meglio. A casa della ex moglie è di passaggio la figlia Ines, la quale lavora a Bucarest come consulente aziendale di una società petrolifera, e viene mostrata da subito nei panni di una manager costantemente attaccata al cellulare, incapace di uscire dal ruolo che si è imposta – un perfetto esemplare di workaholic, a indicare la dipendenza dal lavoro come patologia; nel seguito della vicenda, si vedrà che il suo è un lavoro sporco che, in seguito alla dismissione di un giacimento petrolifero e del trasferimento dell’impresa in Cina, porterà al licenziamento di un ingente numero di persone. Il padre coglie questo aspetto, infatti parlandone con la ex moglie, chiosa: “Forse abbiamo sbagliato qualcosa”. Così, dopo la morte del suo amato quadrupede, decide di prendersi una vacanza di un mese e di recarsi a Bucarest, per cercare di capire come vive la figlia. E qui comincia una sorta di confronto-duello, condotto da entrambi i contendenti a colpi di dosi massicce di cinismo.

Sei un essere umano?

Nella prima parte del film, Winfried si presenta dalla figlia come padre, ma a lui bastano pochi elementi che peraltro si porta sempre dietro, soprattutto una dentiera, per predisporsi non solo a quello che solo superficialmente si può considerare una modalità di scherzo, ma per diventare una presenza inopportuna, fuori posto, che provoca disagio, imbarazzo e vergogna a Ines, tutta compresa nel suo ruolo manageriale e ben poco in quello di figlia che rende onore  alla visita del padre: che si tratti di un ricevimento all’ambasciata americana, di un cocktail in un locale alla moda, o di convivere nell’appartamento di lei, arredato con il gusto dell’interior design adeguato alla sua posizione professionale, la comunicazione latita: non solo, accanto alle situazioni comiche c’è sempre, come un contrappunto continuo, l’affondo drammatico di un’analisi realistica inconsueta in una commedia: “Sei un essere umano?”, domanda il padre alla figlia, la quale, per contrasto, viene definita dal suo capo una belva, in merito all’efficienza professionale; per Winfried è meglio ripartire, tornarsene a casa, e qui il primo cedimento di Ines: dopo quei secondi interminabili in attesa dell’ascensore, durante i quali non si riesce a dire quello che si vorrebbe adire, osservando il padre dal balcone, piange, ma è un attimo, e torna al suo ruolo. Mentre è con due amiche in un bar, con un coup de théâtre, il padre ricompare, stavolta non più nelle vesti genitoriali, ma con denti e parrucca indossati come segni identificativi di una nuova identità, seppure un alter ego: eccolo dunque il Toni Erdmann del titolo, il quale fa il suo ingresso nel film dopo un’ora e segna l’inizio della seconda parte.

Le burle di Toni Erdmann sono ancora più insidiose di quelle di Winfried, ma Ines sembra stare al gioco, e così quando lui si presenta alle amiche o ai suoi colleghi come un coach free lance lei lo asseconda, quando, in altre situazioni sempre più paradossali, la presenta come sua segretaria, lei non fa una piega: a piccoli passi, sembra che lei riesca a stabilire un rapporto con questo alter ego più che non con il padre vero e proprio. In tutto questo, la messinscena di Winfried/Toni Erdmann, per quanto a tratti si configuri nei toni dell’assurdo, rimane però sempre organicamente connessa al diegetico, non eccede mai la situazione narrativa, anzi provoca un’oscillazione tra vero e veridico che raramente si è vista al cinema. Al lessico aziendale di Ines fatto di termini come summit, come know-how, come performance, come feedback, Winfried oppone il lessico della felicità, del divertimento, della vita, parole che la figlia sembra aver del tutto escluse dal proprio universo.

Il trionfo del sentimentalismo

Infatti, una delle scene più irritanti, ma anche più significative del film, ci mostra Ines alle prese con il sesso. Il partner è un suo collega, bello e palestrato, ma il rapporto sessuale è all’insegna della totale inadeguatezza da parte di lei, che non riesce a lasciarsi andare, concedersi come persona – come essere umano – nemmeno in questa forma di rapporto, ma conserva intatto l’atteggiamento di dominio della manager, costringe il collega masturbarsi e a eiaculare su un dolcetto che poi lei mangerà – il sadismo non nasconde l’autolesionismo. Inatteso e geniale il rialzo del film nel prefinale: Ines non può svestire l’uniforme della manager nemmeno per concedersi una festa di compleanno, che poi sarebbe un’occasione per cementare il gruppo di colleghi, e, quasi per sfida, come se volesse emulare l’atteggiamento del padre, improvvisa un nude party dove riso e imbarazzo convivono magnificamente e dove Winfried compare con un costume adeguato: se tutti sono nudi, lui è rivestito di un peloso costume bulgaro che lo nasconde completamente, e solo mentre indossa questa maschera avviene, nei toni del grottesco e della deformità, quello che, in una commedia convenzionale, sarebbe il momento del trionfo del sentimentalismo: Ines lo insegue, lo chiama papà, e lo abbraccia, perdendosi in realtà nel folto della pelliccia che nasconde del tutto il padre.  Ma Ines è almeno arrivata alla consapevolezza che nella sua vita qualcosa non va?  E soprattutto, il padre ha ritrovato la figlia? Al funerale della nonna, nel finale, potrebbe sembrare così: Ines, in partenza per Singapore al servizio di una nuova società, arriva a indossare la dentiera del padre e un vecchio cappello della nonna; Winfried le chiede di aspettare, si allontana per andare a prendere il cellulare perché vuole immortalare la figlia nei panni di un Toni Erdmann al femminile; ma lei, rimasta sola, si toglie cappello e denti finti; chi troverà Winfried, l’essere umano o la belva?

Non si può non riconoscere a Maren Ade, anche autrice della sceneggiatura, un gran lavoro di precisione nella definizione dei personaggi – per Toni Erdmann ha dichiarato di essersi ispirata al celebre comico americano Andy Kaufman – nella scrittura dei dialoghi, nella capacità di tenere insieme una trama così eterodossa, e insieme ammirare una abilità registica nella direzione degli attori, a loro volta strepitosi: sia Peter Simonischek, attore di teatro austriaco, per il suo incredibile istrionismo, sia Sandra Hüller per le sfumature che sa dare al suo teutonico personaggio. E a visione ultimata, non solo la durata non pesa per niente, non solo è adeguata al fuori misura dei personaggi, ma si coglie benissimo come l’etichetta commedia è troppo riduttiva per quest’opera, anche volendola definire sui generis o eccentrica. Oltre ai notevoli meriti tecnici, la gamma dei registri che lo svolgimento del film fa risaltare, dal comico al grottesco, dall’imbarazzante fino al doloroso, ne fa a tutti gli effetti un’opera autoriale.

Maren Ade - Vi presento Toni Erdmann

Toni Erdmann fa venire in mente L’umorismo, il saggio di Luigi Pirandello, pubblicato nel 1908, dove si trova una valida teoria sulla distinzione tra comico e umoristico. Come non ricordare l’esempio della signora anziana che si tinge i capelli e si acconcia goffamente per apparire più giovane, e fa ridere; ma, se si pensa alle motivazioni che l’hanno portata all’autoinganno, al fatto che magari vuole tenere legato a sé il marito più giovane di lei, allora dal riso, attraverso la riflessione, nasce la pietà; il comico, secondo Pirandello, si ferma all’avvertimento del contrario, della dissonanza tra una situazione e come dovrebbero invece essere le cose, e questo porta a ridere, ma se si è capaci di penetrare l’apparenza e capire le ragioni interiori dei personaggi, si arriva al sentimento del contrario, quello che permette al riso di trasformarsi in pietà. La materia umana che sottopone allo spettatore il film di Maren Ade è sgraziata, è abnorme, è contraria all’ordine naturale delle cose, e in questa prospettiva è comica e fa ridere, ma il film non si ferma alla rappresentazione in chiave comica della stigmatizzazione del carrierismo e a come si riflette nei rapporti sociali e familiari; in Toni Erdmann c’è molto più umorismo che non comicità – e si toccano anche punte di  humour raggelante, di freddure vere e proprie, che ricordano le opere del regista austriaco Ulrich Seidl (su tutte, Canicola, Gran premio della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001) -, e al termine della visione resta un fondo di amarezza, il marchio di valore di un’opera che, pur essendo una commedia, ha fatto la sua bella figura nel concorso del festival cinematografico di maggior prestigio. Non rimane da aggiungere che, a ragion veduta, lo spettatore può quindi trasmettere alla regista tedesca feedback di congratulazioni per la sua mirabile performance.

fravaz_tin_it@hotmail.com

F Pettinari è critico cinematografico

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