Ruben Ostlund – Forza maggiore

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La trappola familiare

recensione di Carla Ammannati

Ruben Östlund
FORZA MAGGIORE
con Lisa Loven Kongsli, Johannes Kuhnke, Clara e Vincent Wettergren
Francia / Danimarca / Germania 2014

Forza_maggiore_Teaser_Poster_Italia_bigIl film Forza maggiore del quarantunenne regista svedese Ruben Östlund, vincitore del Premio della Giuria nella sezione Un Certain Regard al festival di Cannes 2014, è ambientato in una stazione sciistica (Les Arcs) delle Alpi francesi e mette in scena una famiglia svedese, composta dal padre Tomas (Johannes Kuhnke), la madre Ebba (Lisa Loven Kongsli) e i loro due bambini Vera e Harry (Clara e Vincent Wettergren), durante una vacanza sulla neve. È una famiglia campione, esemplare, attraverso la quale lo sguardo del regista intende rivelare la complessità del legame coniugale. È questo il tema del film. A farne le spese, fatalmente, il desiderio. L’incomunicabilità profonda traspare, infatti, nelle diverse inquadrature. Il regista sceglie il tempo lento della macchina fissa: l’occhio che guarda va a fondo, dice al di là delle parole, mostra l’ineffabile. Molto opportunamente il commento musicale, vera e propria voce del film, è il terzo movimento (Presto) del concerto L’estate (op.8 Le quattro stagioni) di Vivaldi: il tema è la tempesta, che violino, archi e basso continuo restituiscono nel suo lento avvicinarsi e poi nel suo rovesciarsi violento, finale, sulla terra. Ad amplificare la percezione di una minaccia che incombe sul paesaggio fatto di montagne maestose, possenti quanto indifferenti alle sorti degli omonculi che le calpestano, gli spari ritmati dei cannoni da neve: scoppi spaventosi che evocano una guerra latente, prossima a esplodere. Piccoli ma significanti gesti segnalano, del resto, il disagio già nella prima parte del film.

C’è un altro modo, nel film, di vivere la vita e l’amore. Una figura femminile incarna questa terza possibilità: Charlotte (Karin Myrenberg). Lei si dichiara in vacanza dalla famiglia. La vediamo in spensierata compagnia di uomini ogni giorno diversi. Dice a Ebba che ha due figlie e un marito, dunque alcuni rapporti transitori e uno stabile, sereno. Se le figlie stanno bene? Certo, lei è un genitore responsabile, dà loro sicurezza. E se fosse suo marito a tradirla? Se lui stesse bene ne sarebbe contenta. Anche in caso di abbandono? Certo non le farebbe piacere, ma lei non fonda la sua autostima sul rapporto con una sola persona, ci sono altre figure importanti nella sua vita. Ebba conclude che, semplicemente, la sta provocando. La libertà individuale è difficilmente contemplabile nell’orizzonte culturale di ognuno di noi ma il film la include, meritoriamente, nelle chance di tutti.

Intanto la coppia formata da Ebba e da Tomas si avvita sempre di più intorno al tema della fuga egoistica di Tomas. Che egli nega, per di più. Fino alla capitolazione finale, quando in un accesso di pianto che ha tutto il sapore di un crollo di nervi, Tomas ammette di essere vittimadei suoi istinti. E di averle mentito e di averla tradita. Il rospo è sputato e la barca su cui navigano, bambini a bordo, appare davvero a rischio d’inabissamento.
Nella conclusione del film la famiglia appare, tuttavia, ricomposta. Mentre sciano in una pista segnalata ma in mezzo a una nebbia fitta, Ebba si perde nel bianco abbacinante che trasforma tutte le forme in ombre e fantasmi. È il momento del riscatto per Tomas. Che, toltisi gli sci, va a cercarla. I bimbi soli, immobili, chiamano i genitori. Suspence. Dopo alcuni, lunghi secondi di schermo vuoto e cecità assoluta, ecco emergere i contorni di Tomas che torna portando in braccio Ebba. Ce l’abbiamo fatta, tutto bene. L’impressione dello spettatore è che non solo Tomas, Ebba, Vera e Harry siano salvi, ma l’intero genere umano. La famiglia come argine al caos, alla follia. Come principio ordinatore del mondo.

È il momento del ritorno. Le note della musica vivaldiana scatenano una tempesta che rotola giù dalle cime innevate e tutto travolge. Il pulman che percorre gli stretti tornanti della montagna ha alla guida un autista che spaventa, prima di tutti, Ebba. La quale dalla paura è dominata. Sparge il panico tra i passeggeri, quest’uomo è ubriaco, dice. Fino a che pretende che le venga aperta la porta e, per prima, scende. Tutti quanti, contagiati dall’ansia di Ebba, si precipitano a terra. E prendono a camminare, infreddoliti, verso la valle. Solo una donna rimane sull’autobus, si tratta di Charlotte. Lei si fida. Oppure accetta il rischio.

carlaamm@alice.it

C. Ammannati è scrittrice e insegnante

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