Giorgio Agamben – Autoritratto nello studio

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Una lucida nebbia estrema

recensione di Marco Maggi

dal numero di luglio/agosto 2017

Giorgio Agamben
AUTORITRATTO NELLO STUDIO
fotografie in b/n e a colori
pp. 174, € 18, 99
Nottetempo, Roma 2017

Giorgio Agamben - Autoritratto nello studioSi ricongiunge idealmente agli albori dell’autobiografia filosofica, l’Autoritratto nello studio di Giorgio Agamben. “Dal nonno Vero, un buon carattere, non incline ad ira. Dalla reputazione e dal ricordo dell’uomo che mi ha generato, la riservatezza e l’animo virile. Da mia madre, la venerazione per gli dèi, la generosità e la capacità di astenersi non solo dal fare il male, ma anche dal concepire un pensiero del genere: e poi il vivere semplice e lontano dallo sfarzo dei ricchi”. Come nei Pensieri di Marco Aurelio, dei quali si sarà riconosciuto l’incipit, il racconto della vita di Agamben prende la forma di una “autoeterobiografia”, nella quale la fisionomia del volto emerge dal caleidoscopio delle amicizie e degli incontri. Tutti incontri con uomini (e donne) straordinari, come può testimoniare un loro pur sommario elenco: Heidegger, Arendt, Debord, Manganelli, Bergamín, Caproni, Betocchi, Calvino, Morante, Pasolini… Nomi ai quali vanno aggiunti quelli dei numi tutelari conosciuti attraverso le opere, a partire da Melville, Walser e naturalmente Benjamin, rispetto al quale Agamben riconosce l’incalcolabilità del proprio debito.

Anziché nello specchio della tradizione manieristica, l’autoritratto di Agamben si svolge nello studio, o per essere più precisi nella serie di studi abitati nel tempo tra Roma e Venezia. In realtà, lo studio è l’autoritratto: più che museo, spazio dell’avere, lo studio è per Agamben luogo dell’abitare; ma ancora, più che all’abitare, esso appartiene all’ordine, o al disordine, dell’essere abitati. Chi vi legge, vi pensa, vi scrive è “in balía del suo studio”. Nell’autodefinizione forse più pregnante dell’intero libro, Agamben si descrive come un epigono, ovvero, alla lettera, “un essere che si genera da altri e (…) vive in una continua, felice epigenesi”. La parola che emerge da queste stanze è abitata dal fantasma delle parole altrui; lo studio è la materializzazione spaziale dell’“idea dell’impersonale” appresa ai tempi della tesi di laurea su Simone Weil: “Ce qui est sacré, bien loin que ce soit la personne, c’est ce qui, dans un être humain, est impersonnel”.

Come l’oggetto della descrizione, lo studio, corrisponde al progetto dell’“autoeterobiografia”, così vi si conforma anche il genere adottato per rappresentarla. Autoritratto nello studio è un fototesto, un ibrido di scrittura e fotografia. Tra le novantanove immagini che corredano il libro, alcune opera di Agamben stesso, troviamo ovviamente gli intérieurs da lui abitati, ma anche scatti relativi alle amicizie e agli incontri e riproduzioni di lettere, manoscritti, opere d’arte. Si è voluto insistere, da parte di alcuni recensori, sulla pittura come modello dell’operazione autobiografica, a partire dalla collocazione in apertura di libro del celebre Autoportrait (près du Golgotha) di Gauguin; ma nelle stesse pagine incipitarie l’autore colloca un inequivocabile caveat: “Non è possibile, scrivendo, raggiungere (…) una nebbia così lucida e estrema, una commozione su di sé così implacabile”. Quel difficile, forse impossibile equilibrio tra sé e l’altro (che non è l’oggettività della terza persona, il sé come un altro, ma l’emergere, dagli incontri, di un’impersonalità profondamente vissuta) è perseguito da Agamben attraverso la tecnica fototestuale.

Una profonda affinità – radicata nella funzione testimoniale attribuita al medium fotografico, ma che non si esaurisce in questo – lega fototesto e autobiografia, come mostrano i precedenti di Roland Barthes, Lalla Romano, Edward W. Said, per non citare che i più noti. Un recente reading sull’argomento (Fototesti. Letteratura e cultura visuale, Quodlibet, Macerata 2016) aiuta a cogliere il punto del progetto di Agamben e la sua originalità rispetto agli esempi citati. Si tratta del riconoscimento della funzione performativa del fototesto sul piano autobiografico, consistente nella possibilità, per suo tramite, di rappresentare l’“impersonale”, di favorire la “nascita di soggettività provvisorie, mobili o collettive” (riprendo le formule da un denso saggio di Roberta Coglitore, che con Michele Cometa cura il volume Quodlibet). L’accostamento di testi e fotografie consente il rapprendersi di una vita in forma, l’apparire di una biografia, ma anche e soprattutto l’emergere di una “forma di vita”, nel senso conferito alla locuzione dalle regole monastiche, delle quali Agamben è profondo conoscitore. Le fotografie di interni valgono pertanto come qualcosa di più della testimonianza di un passato, di un irrimediabile ça-a-été consegnato alla descrizione, poiché in esse affiora la comunità che viene; osservandole, chi ha abitato e abita quelle stanze può riconoscere, con i versi stupiti dell’amato Caproni, che “tutto / è rimasto quale / mai l’avevo lasciato”.

marco.maggi@usi.ch

M Maggi insegna letteratura e arti all’Università della Svizzera italiana

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