Italia Inside Out: Cartier-Bresson e gli altri

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Sguardi incrociati

recensione di Francesco Infussi

Dal numero di febbraio 2016

ITALIA INSIDE OUT
I fotografi italiani
a cura di Giovanna Calvenzi
pp. 317, € 39
Contrasto e GAmm Giunti, Roma-Milano 2015

HENRI CARTIER-BRESSON E GLI ALTRI 
I grandi fotografi e l’Italia
a cura di Giovanna Calvenzi
pp. 279, € 39
Contrasto e GAmm Giunti, Roma-Milano 2015

La locandina della mostra Italia Inside Out

La locandina della mostra Italia Inside Out

Dopo quello celeberrimo organizzato nel 1984 da Luigi Ghirri con la mostra Viaggio in Italia, non sono stati pochi i tentativi di comporre una rappresentazione fotografica dell’Italia, dei suoi paesaggi, dei luoghi e dei suoi territori. Nel 1989, L’insistenza dello sguardo. Fotografie italiane 1839-1989 è una mostra tenuta a Venezia, a cura di Paolo Costantini e Italo Zannier. Nel 1996 in occasione della Biennale di Architettura a Venezia sono di Gabriele Basilico le fotografie della mostra Sezioni del paesaggio italiano, realizzata con Stefano Boeri. Nel 2003 Giovanna Calvenzi cura il volume Italia. Ritratto di un Paese in sessant’anni di fotografia. Nel 2003, Atlante italiano 003 è un progetto del Darc (Direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanee) di Roma, che chiama trenta fotografi italiani a documentare le condizioni del territorio italiano. Nel 2011, in occasione del 150° dell’Unità d’Italia, L’Italia e gli italiani nell’obiettivo dei fotografi Magnum è una mostra, curata da Gianfranco Brunelli e Dario Cimorelli, che si tiene a Torino.
A Milano, presso il Palazzo della Ragione, fino al 7 febbraio 2016 si è tenuta la mostra Italia Inside Out curata da Giovanna Calvenzi, che propone un viaggio nello spazio e nella società dell’Italia dal 1943 a oggi attraverso gli occhi di 78 fotografi, 42 italiani e 36 stranieri, per un totale di 600 fotografie. È un progetto che vede la luce in due tempi e si deposita in due differenti cataloghi: il primo dedicato ai fotografi italiani e il secondo a quelli stranieri. Il primo è scandito da una cronologia per decenni, introdotta dai testi sulla storia e la società italiane di Guido Furbesco. Il secondo è strutturato in relazione a sette aree tematiche e linguistiche introdotte da Giovanna Calvenzi.

Zoom sull’Italia che cambia

Periodicamente sembra quindi riemergere la necessità di una riflessione sulla descrizione dell’Italia che, di volta in volta, ha assunto declinazioni diverse nel campo della rappresentazione fotografica. Forse se ne possono riconoscere altre, ma mi sembra che siano state almeno queste: l’inaugurazione, e forse la codificazione, di un nuovo modo di guardare; la riformulazione del ruolo della fotografia come forma e mezzo d’indagine; la riflessione sui mutamenti dello sguardo nel tempo, potremmo dire: le sue avventure.
Nel primo caso è stata l’occasione per proporre un nuovo modo di “costruire” il paesaggio italiano attraverso una particolare attenzione al quotidiano e allo specifico locale, lontano dalla visione idealistica e stereotipata del monumento e del fatto eccellente. In questo caso una ricerca sullo spazio italiano è diventata una ricerca sullo sguardo e sulla fotografia stessa come mezzo di rappresentazione.

Nel secondo caso si è inteso fornire un’immagine contemporanea e inedita di un territorio nazionale che si era omologato in una serie di spazi mediocri che necessitavano attenzione e che dovevano essere visti, per la prima volta, con curiosità e disponibilità, adottando specifiche forme di indagine fotografica.
Nel terzo caso, infine, ci si rivolge al passato per raccontare una storia di sguardi che sono mutati nel tempo, forse tanto quanto sono cambiati lo spazio e la società del Paese: da quelli carichi di memoria a quelli più progettuali, come sonde alla ricerca indizi capaci di aiutarci a ridefinire il nostro futuro.
Nelle mostre e nei cataloghi di Italia Inside Out si trova soprattutto quest’ultima declinazione, entro una rassegna antologica che, prima ancora dell’Italia, ci parla dei fotografi, della loro cultura, del loro immaginario (quindi del nostro immaginario) e forse implicitamente del loro posto nella società. Ma non solo, in questo modo le mostre ci parlano anche della fotografia, della sua dimensione documentaria e di quella interpretativa, del posto che essa nel tempo è andata occupando fra le pratiche artistiche. Solo in seconda battuta le fotografie ci parlano dell’Italia e non potrebbe essere altrimenti: tutto ciò che sappiamo è mediato dalle rappresentazioni (di ogni tipo) e la loro distanza dalla realtà è incolmabile; come è noto il problema non consiste nel loro grado di fedeltà, ma nella possibilità che esse hanno di attivare una comunicazione intersoggettiva e, quindi, di essere socialmente condivise.

Dicotomia interno-esterno

Sembra che l’ipotesi sulla quale si basa il progetto Italia Inside Out consista nella possibilità di distinguere e poi confrontare fra loro due “famiglie” di sguardi differenti perché appartenenti a diverse origini: una interna e l’altra esterna al contesto. Si tratta di una bipartizione non nuova che riemerge periodicamente, segnalando così la sua natura costitutiva dello specifico fotografico, usata in passato (a volte anche in modo riduttivo) in importanti progetti di descrizione fotografica del territorio, come ad esempio la francese Mission photographique de la DATAR (Délégation interministérielle à l’aménagement du territoire et à l’attractivité régionale) nel 1984.

Una versione comune e diffusa di questa dicotomia vede la rappresentazione fotografica costruita dall’“interno” come testimonianza antropologica riferita ai modelli culturali e all’immaginario locali che permeano le rappresentazioni fotografiche e orientano la visione degli autori. Le fotografie apparterrebbero, in questo caso, a un’unica “famiglia” nella quale i fotografi sono fra loro apparentati, perché relativi al medesimo immaginario. Per alcuni, le rappresentazioni così realizzate sarebbero però gravate dal peso della storia iconografica e dalla consuetudine di frequentazione dei luoghi che impedirebbero di vedere il “nuovo”.
Le rappresentazioni fotografiche “esterne”, sarebbero invece connotate da un’assenza di presupposti riduttivi relativamente al contesto, libere da condizionamenti localmente definiti. Esse sarebbero costruite attraverso uno sguardo maggiormente curioso, perché più disponibile a osservare ciò che al soggetto appare “nuovo” e “inconsueto”, anche se mediato dalle culture di provenienza dei soggetti. L’insistenza sulla fertilità dell’osservatore “esterno” secondo questo punto di vista, porta a privilegiare quindi la distanza dalle cose. Per avere una rappresentazione feconda e originale, occorre provenire da un “altrove” spazialmente e culturalmente lontano. Solo così si può costruire uno sguardo “nuovo” che attui una selezione innovativa, che ci dica cosa è rilevante guardare, e come, tra ciò che vediamo.

La distanza è una caratterista ineludibile di ogni descrizione, il distacco ne garantisce la laicità e la dovuta attenzione, sia in quello di provenienza esterna, sia in quello endogeno, ma non si tratta solo di spazio, né di cultura. Secondo Walter Benjamin “la prospettiva di un nativo” nella descrizione della città è segnata innanzitutto da uno spostamento nel tempo. Nella sua esperienza è la distanza dal periodo dell’infanzia perduta che rende più acuto lo sguardo sulla città già conosciuta, esito di una ispirazione ben più profonda di quella dello straniero. D’altra parte è sempre Benjamin ad avvertirci che è l’esercizio di descrizione di ciò che è lontano da noi che rende più profonda la conoscenza della nostra città di provenienza, infatti “Prima che Mosca stessa, è Berlino che si impara a conoscere attraverso Mosca” (Immagini di città, Einaudi, 1971).

Federico Patellani - Matera, 1953

Federico Patellani – Matera, 1953

Ciò che ci insegna questa mostra è che sempre più nella società contemporanea abbiamo bisogno di entrambi gli sguardi, quello esterno e quello interno. È solo a partire dall’incrocio di essi che in ogni luogo è possibile costruire una rappresentazione convincente, che metta al lavoro prospettive plurali e che ci consenta di condividere rappresentazioni significative per la società.

francesco.infussi@polimi.it

F. Infussi insegna progettazione urbanistica al Politecnico di Milano

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