John Berger – Capire una fotografia

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Un sistema di pensiero

                                                                                                                         recensito da Claudio Marra 

John Berger
CAPIRE UNA FOTOGRAFIA 
ed orig. inglese 2013
a cura di Geoff Dyer, traduzione di Maria Nadotti
pp. 263, € 19,90
Contrasto, Roma 2014

 

A un attento frequentatore di librerie non sarà certo sfuggito che l’editoria fotografica, sia quella nostrana sia quella in traduzione, ha mostrato negli ultimi anni un forte incremento. Ricordo uno scaffBerger_capire_una_fotografia_Gale striminzito che solo a fine anni settanta, grazie alla doppia iniziativa di Einaudi, si arricchì con il bel testo di Susan Sontag Sulla fotografia e poi, nel 1980, con La camera chiara di Roland Barthes. Negli ultimi due decenni il quadro è però decisamente mutato, così che ora i settori “fotografia” sono sempre più ampi e ricchi di proposte. Certamente affollati di volumi e cataloghi dedicati ai grandi maestri dell’obiettivo, ma, occorre riconoscere, anche sempre più forniti di testi di carattere storico e teorico. Da questo punto di vista è come se improvvisamente ci si fosse accorti che oltre ad essere immagini, magari bellissime ed esaltanti immagini, le fotografie sono anche uno straordinario sistema di pensiero, un modo per riflettere sul mondo e sulla realtà che ci circonda, sul senso della storia, sulle stagioni dell’arte, sulla nostra stessa identità, da cui la necessità di sviluppare attorno a esse un’ampia e sempre più articolata riflessione teorica. Del resto, questa straordinaria pulsione concettuale della fotografia è stata perfettamente sintetizzata proprio da Susan Sontag, quando è arrivata a dire: “Sono stata ossessionata dalle fotografie. È un mezzo che ha esplorato fino in fondo, nella sua storia relativamente breve, quasi tutti i problemi estetici, morali e politici di una certa importanza, a partire dal concetto stesso di modernità e di gusto modernista”.

Ecco, è proprio avendo presente questo complesso e affascinante orizzonte di questioni che si può affrontare la lettura della raccolta di scritti di John Berger, opportunamente tradotti con grande tempestività da Contrasto rispetto all’edizione originale del 2013. John Berger, nato a Londra nel 1926 è romanziere, poeta, critico d’arte, scrittore per il cinema e il teatro, non certo autore sconosciuto al pubblico italiano che ha già potuto apprezzarlo in diverse traduzioni, di saggistica e di narrativa. Anche per ciò che riguarda la sua riflessione sulla fotografia qualcosa è già arrivato da noi, pur se magari in modo episodico e con edizioni ormai difficilmente reperibili. La pubblicazione di Contrasto propone invece una sorta di preziosa summa di tutto il suo pensiero in materia, con scritti che vanno dagli anni sessanta (magistrale il saggio iniziale, del 1967, dedicato alla celebre fotografia del corpo senza vita di Che Guevara, paragonata al Lamento sul Cristo morto di Mantegna, ormai un classico degli esercizi di “lettura” della fotografia) fino a metà anni Duemila, con un’incredibile, intatta capacità di attraversare generi di fotografia assai lontani fra loro, mescolando senza imbarazzo la riflessione estetica con quella sociologica ed etica.

John Berger

John Berger

Per entrare nel vivo e cogliere la finezza del pensiero di Berger sulla fotografia, è opportuno iniziare la lettura da questa folgorante riflessione: “Che cosa c’era al posto della fotografia prima dell’invenzione della macchina fotografica? La risposta più ovvia è: l’incisione, il disegno, la pittura. La risposta più illuminante sarebbe: la memoria. Quel che le fotografie fanno là fuori nello spazio era svolto in precedenza dal pensiero”. E poi ancora: “La macchina fotografica salva una serie di apparenze da un susseguirsi, altrimenti inevitabile, di ulteriori apparenze. Le mantiene inalterate. Prima dell’invenzione della macchina fotografica non c’era niente che potesse svolgere una funzione del genere, se non la facoltà della memoria nell’occhio della mente”.

La profondità del ragionamento di Berger e le conseguenze che da esso si possono ricavare mi paiono chiarissime. Intanto è notevole il coraggio, oltretutto da parte di un personaggio che nel frattempo scriveva anche di arte, di sottrarre senza indugi la fotografia alla tutela nobile e auratica della pittura. Una posizione avanzatissima per l’epoca (il saggio è del 1978) ma in realtà ancora molto attuale, una riflessione da tenere presente oggi più che mai, oggi che il digitale, almeno nell’interpretazione di tanti teorici di ultima generazione (e torniamo all’abbondanza delle proposte editoriali degli ultimi tempi), sembrerebbe paradossalmente riportare la fotografia verso un’identità pittorica o comunque verso un predominio dell’identità visiva. Mi pare che Berger abbia decisamente spostato l’ago in altra direzione: più che l’immagine, e dunque l’occhio, la fotografia avrebbe integrato le nostre capacità mentali, la nostra memoria, il nostro sistema di pensiero. È dunque su questa prospettiva che va cercata la sua identità. Una volta stabilito questo fondamentale principio, tutto ne consegue a cascata. È infatti a partire da tali convinzioni che Berger può affrontare la fotografia come oggetto culturale complesso, portandoci a riflettere con grande raffinatezza di scrittura ben oltre i limiti materiali di quel piccolo pezzo di carta, incrociando problemi estetici, etici, antropologici, perché più che un’immagine la fotografia è appunto un dispositivo mentale, un modo per riflettere oltre le apparenze, su cose, fatti e persone.

Se tutto questo è vero gli scritti di Berger finiscono così per confermare, come meglio non si potrebbe, l’idea che non si può parlare di fotografia in maniera autarchica, cioè con ottica limitata a una presunta specificità del campo. Non si può capire la fotografia facendo riferimento solo alla fotografia, alla sua storia tecnica e alla sua vicenda privata. Se è vero che più che un’immagine essa rappresenta innanzi tutto un modo per relazionarsi al reale, occorrerà affrontarla in maniera adeguata, culturalmente aperta e appunto non autarchica, incrociando saperi differenti. Naturalmente quando si è in grado di farlo, come appunto accade per Berger, che va perciò affiancato a pieno titolo a pensatori del calibro di Susan Sontag e Roland Barthes, autori che hanno magistralmente saputo anticipare quelli che oggi, con espressione alla moda, si definiscono cultural studies.

claudio.marra@unibo.it

C Marra insegna storia della fotografia all’Università di Bologna

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