Nadar – Charles Baudelaire intimo: il poeta vergine

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L’irruzione dell’industria nel dominio dell’arte


recensione di Marco Maggi

dal numero di Novembre 2017

Nadar
CHARLES BAUDELAIRE INTIMO: IL POETA VERGINE
a cura di Ida Merello
ed. orig. 1911, trad. dal francese di Albino Crovetto
pp. 89, € 15
Robin, Torino 2017

Nadar - Charles Baudelaire intimoDel Salon di pittura del 1859 Charles Baudelaire scrisse non una, ma due recensioni. Della prima, pubblicata sulla “Revue française” nel mese di maggio, restò celebre l’invettiva contro la fotografia “rifugio dei pittori mancati”, indebita irruzione dell’industria nel dominio dell’arte e micidiale minaccia rivolta contro “la facoltà di giudicare e di sentire quel che vi è di più etereo e di più immateriale”. La seconda è contenuta in una lettera a Nadar degli stessi giorni, un documento di carattere privato nel quale si parla esclusivamente di pittura, senza alcun cenno né tantomeno critiche nei confronti delle nuove tecniche di rappresentazione della realtà. Come spiegare l’omissione? Delicatezza? Tatto nei confronti di un amico – pur occupandosi di mille altre cose (Nadar scherza sulla “dinastia”, sulla “tribù varipinta di Nadars”, che alcuni immaginavano dietro la sua multiforme attività di fotografo, romanziere, aeronauta: un mondo splendidamente riportato in vita qualche anno fa dal Julian Barnes di Livelli di vita, Einaudi, 2013) – che, si diceva, alla fotografia aveva ormai indissolubilmente legato il proprio nome? Da quell’amicizia, si badi, non era escluso – e anzi pareva cementarsene – lo scherzo crudele, sino all’oltraggio e alla pubblica diffamazione: ma il Baudelaire di Nadar, per la prima volta offerto al lettore italiano, vive proprio di questi contrasti, è il “poeta vergine” processato per oscenità.

Converrà dichiararlo subito: non l’immagine di Baudelaire andrà cercata in queste pagine, troppo impegnate a ortopedizzare, con lo strumento del paradosso, una visione distorta del poeta che, ormai a decenni di distanza dalla scomparsa – i baudelairiana di Nadar furono pubblicati dopo morto anche il loro autore, nel 1911 – era evidentemente ancora egemone. E quanto ordinaria, addirittura anonima risulta la descrizione fisica consegnata a queste pagine: “Quella testa sempre particolare, col naso vigorosamente lobato, fra quei due occhi che non si dimenticavano più: due gocce di caffè sotto sopracciglia rialzate, – labbra strette e amare, cattive, capelli argentati precocemente, ora troppo corti, ora troppo lunghi, viso glabro, rasato scrupolosamente come quello di un chierico”. Nulla di paragonabile ai folgoranti clichés del poeta realizzati dallo stesso Nadar, che a Yves Bonnefoy ispirarono una delle sue poesie più belle, Hopkins Forest. Il Baudelaire di Nadar restituisce invece l’atmosfera di una Parigi perduta, ormai sepolta sotto la “Parigi sottosopra” dello “sventratore” Haussmann. È questa la città degli anni quaranta, sfondo cupo e sfolgorante per i ritratti – questi sì, indimenticabili – di Jeanne Duval danzante con “l’aspetto incurvato di un ramo troppo carico di frutti”, per le grottesche caricature (altro talento di Nadar) di Clergeon e Jules Champfleury, per i violenti tratti a chiaroscuro dedicati a Charles Meryon, l’acquafortista che Walter Benjamin teneva in conto, al pari di Baudelaire, di supremo allegorista. Quel Meryon che dal manicomio di Charenton dov’era rinchiuso declina l’invito di Nadar a posare per un ritratto fotografico in ragione dell’“estrema circospezione” cui è tenuto “verso le persone che ancora non temono di avere rapporti” con lui, e della “disastrosa impronta” subita nel tempo dalla sua “maschera”.

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