Francesco Ciabattoni – La citazione è sintomo d’amore

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Nella galleria degli echi

recensione di Gabriella Cartago Scattaglia

dal numero di settembre 2016

Francesco Ciabattoni
LA CITAZIONE È SINTOMO D’AMORE
Cantautori italiani e memoria letteraria
pp 164, € 17
Carocci, Roma 2016

La citazione è sintomo d’amore, titolo del libro di Francesco Ciabattoni sull’intertestualità nelle parole dei cantautori, è proprio il libero anagramma dal Mogol di Una donna per amico (“l’eccitazione è il sintomo d’amore / al quale non sappiamo rinunciare”).

Si parte così con leggerezza per una ricognizione invece molto seria e agguerrita intorno a sei attrezzatissime officine di poeti che scrivono con la voce: Vecchioni, Guccini, Branduardi, De André, De Gregori, Baglioni. Il saggio si inserisce con autorità nel novero degli studi, attualmente in feconda fioritura, sulla veste letteraria e linguistica della canzone italiana. Scopo dichiarato del saggio è mostrare quanto nei sei autori la complessità intertestuale sia maggiore di quel che comunemente si percepisca.

Effettivamente, non ha dell’immediato avvertire “a orecchio nudo” – in assenza oltretutto di frammenti di esplicito riuso – dietro a Samarcanda di Vecchioni (1977) un dramma di William Somerset Maugham, un romanzo di John O’Hara, l’antichissimo Talmud babilonese e, ancora più sorprendente, Oriana Fallaci.

Oppure, senza la guida dell’autore e della sua bibliografia critica (a cui si potrebbe aggiungere Paolo Giovannetti, per le belle pagine sul rapporto tra canzone e poesia), non riuscirebbe così semplice ripescare, tra le reti delle peregrinazioni oceaniche di Guccini, La più bella di Guido Gozzano come esplicita fonte di L’isola non trovata (1970), ma anche di due schegge che emigrano in Asia, dello stesso album: è infatti gozzaniano (“odora la divina foresta spessa e viva, / lacrima il cardamomo, trasudano le gomme”) il sottotesto dei versi “trasudano le schiene schiantate dal lavoro (…) / sembra che sia nel vento su fra la palma somma / il grido del sudore e della gomma”.

CiabattoniAlle spalle di Un guanto di De Gregori (1996) si snoda un percorso addirittura transmediale, per le stringenti affinità con l’omonima serie di incisioni di Max Klinger, a cui allude l’originale copertina del libro di cui stiamo parlando (purtroppo anonima).

L’amorosa citazione ha modalità diverse in ciascuno dei diversi cantautori. Branduardi si appropria spesso di interi testi, cercati nella tradizione popolare e fatti contrastare con la tradizione colta, senza quasi staccarsene, ma sottilmente reinterpretandoli. Per ricostruire l’intertestualità in De André sono di fondamentale soccorso le postille, parlanti e mute, che lascia sui libri che legge, ora raccolti nel Fondo Archivistico De André presso l’università di Siena. Baglioni (La vita è adesso, 1985) nel ritrarre il proletariato delle borgate romane sistematicamente e massicciamente attinge da Pasolini e Morante, spesso con totale rovesciamento del punto di vista.

Risultato finale dell’operazione di Ciabattoni è che la liricità dei testi, con tutto lo spessore che la sua convincente indagine sa evocare e annettere, ne risulta estremamente potenziata. La galleria degli echi, allestita con prosa sobria e perspicua, si visita con grande piacere, ogni allusione esplicitata accende il gusto per lo smascheramento successivo, dietro ogni angolo c’è la sorpresa di un riferimento in più di quel che ci si aspettava.

Pontelandolfo degli Stormy Six

L’operazione, si potrebbe aggiungere, è consentita anche con i testi non letterari, magari con esiti diversi. Pontelandolfo (1972), ad esempio, degli Stormy Six, si rivela costruito sopra un fascio di documenti che risalgono all’indomani della faticosa e poco popolare Unità, antologizzati in un fortunato volume a cura di Aldo De Jaco, Il brigantaggio meridionale (Editori Riuniti, 1969). Si tratta di una relazione parlamentare, una lettera, un memoriale, tre documenti giuridici e due cronache giornalistiche, tutti relativi alla ribellione dei paesini di Pontelandolfo e Casalduni, nel 1863, ferocemente repressa dai bersaglieri piemontesi. Dietro a quei versi sta un’intertestualità fitta, al punto che ogni singolo loro elemento corrisponde a qualcosa di reperibile nelle fonti, in piena coerenza di lingua, perfettamente attuale ma in coincidenza letterale con quella del passato.

In questo caso il “sintomo” non è evidentemente di natura sentimentale, ma va interpretato piuttosto come rimando alla grande domanda di storia – specie della storia non ufficiale – dei nostri primi anni settanta, a cui il testo di Franco Fabbri dà la sua risposta.

gabriella.cartago@unimi.it

G Cartago Scattaglia insegna linguistica e filologia italiana all’Università di Milano

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