Gustav Mahler – Caro collega

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L’implacabile determinatezza del Kapellmeister


recensione di Alberto Fassone

dal numero di settembre 2017

Gustav Mahler
CARO COLLEGA
Lettere a compositori, direttori d’orchestra, intendenti teatrali
a cura di Franz Willnauer
ed. orig. 2010, trad. dal tedesco di Silvia Albesano
pp. 436, € 42
il Saggiatore, Milano 2017

Gustav Mahler - Caro collegaRaccogliere in un volume una silloge di ben 237 lettere, cartoline, telegrammi e documenti ufficiali vergati di suo pugno o firmati da Gustav Mahler in un arco di tempo di circa trent’anni, dal 1880 alla prematura scomparsa nel 1911, significa gettare uno sguardo disincantato sugli aspetti più appariscenti e pubblici di una carriera direttoriale e manageriale che non trova l’equivalente in quelle pur fulgide dei colleghi operanti fra XIX e XX secolo nei paesi di lingua tedesca. In questo panorama d’ampio respiro, offerto per la prima volta al pubblico italiano nell’accurata traduzione di Silvia Albesano, non mancano i capitoli fondamentali riguardanti le esecuzioni di musiche dello stesso Mahler o le testimonianze di un credo estetico che emerge con nitidezza nella corrispondenza privata. Si presenta qui il poliedrico e infaticabile direttore artistico e virtuoso del podio, un musicista completo che persegue, al di sopra degli intrighi quotidiani, delle rivalità fra gli artisti e dei conflitti fra le etnie, un ideale estetico di perfezione assoluta che dovette spesso scontrarsi con la realtà teatrale e le sue esigenze commerciali.
La produzione letteraria mahleriana è enorme, anche se egli non affidò alla penna trattazioni sistematiche à la Wagner, ma piuttosto osservazioni fulminanti e chiarificatrici della natura delle opere eseguite e degli intenti perseguiti. Quello che più affascina e quasi stordisce il lettore è la capacità di Mahler di ascendere, con implacabile determinatezza – come uomo ed artista egli non era affatto “andato perduto al mondo”, come si canta nell’incantevole Lied su testo di Friedrich Rückert – fino alla vetta più alta, la direzione artistica della Hofoper viennese. Qui, a fianco dello scenografo Alfred Roller, Mahler realizzò una riforma teatrale passata alla storia, con produzioni leggendarie quali Tristan und Isolde, Fidelio, Così fan tutte, Die Walküre e, per terminare un decennio divenuto sempre più turbolento (anche per via della campagna antisemitica della stampa), Iphigenie in Aulis.

L’Hofoper viennese e l’Ottava sinfonia

Nell’epistolario, spaccato di vita teatrale quotidiana che fa accedere all’officina teatrale di un Kapellmeister geniale quanto intransigente, spiccano le lettere al “collega” Richard Strauss, di cui Mahler eseguì a Vienna Feuersnot, ma non riuscì a imporre la Salome. Di notevole interesse sono le lettere scritte originariamente in ungherese a quel monumento nazionale che fu il compositore Ferenc Erkel, ma anche quelle a Hans von Bülow, che Mahler aveva tentato da giovane inutilmente di avvicinare. Bülow, il cui funerale ad Amburgo gli ispirò, complice Klopstock, il finale della Auferstehungssymphonie, fu uno dei padri della direzione d’orchestra moderna e intrattenne un rapporto intimo e affabile con il giovane collega boemo, del quale tuttavia non apprezzava affatto la musica.

Due poli importanti sono costituiti, nella sapiente cernita operata da Willnauer, dalle lettere che accompagnano e costruiscono la sua ascesa a direttore della Hofoper viennese (un capitolo è intitolato Un’impresa da Stato Maggiore: la conquista dell’Opera di Corte di Vienna) e da quelle che, scritte in gran parte da New York, mettono in moto l’immensa, complicatissima macchina della prima esecuzione monacense dell’Ottava sinfonia, la cui esecuzione, in presenza di Thomas Mann, Richard Strauss, Hans Pfitzner, Max Reger, Alfredo Casella, Camille Saint-Saëns, Arnold Schönberg, Alban Berg e Anton Webern, segnò il trionfo più grande di un compositore ormai segnato dalla morte. Fra dimensione pubblica e sfera privata oscillano invece le lettere al giovane e talentuoso pupillo Bruno Schlesinger (poi Walter), da Mahler chiamato nel 1901 come Kapellmeister alla Hofoper della capitale, prodighe di consigli paterni come quello di convertirsi quanto prima al cristianesimo (seguendo il suo esempio) e di espletare il servizio militare. Impressionante, in quest’uomo fermamente convinto che l’anima dell’uomo debba trascendere continuamente le limitazioni empiriche in uno Streben che non conosce sosta, è l’energia profusa negli anni in cui fu Kapellmeister ad Amburgo: arrivò allora a dirigere una quantità di rappresentazioni teatrali che oggi nessun direttore oserebbe neppure immaginare.

Sul Mahler compositore

A Vienna le cose non andarono diversamente: durante le prime tre stagioni diresse trentasette opere, spesso senza neppure una prova. Straordinari sono pure l’apertura verso la Neue Musik del giovane Schönberg (la cui musica Mahler, pur ammirandola, ammetteva di non capire) e l’impegno, estetico ed etico al contempo, profuso per la diffusione di novità di cartellone: è il caso della cordialmente detestata Bohème di Leoncavallo, sulla quale (e sul suo autore!) non lesina giudizi impietosi. L’ethos artistico mahleriano conosce i suoi picchi vertiginosi d’intransigenza ma anche le sue momentanee cadute, come quando, durante il periodo del “trapianto in terra straniera” a Budapest, fatto oggetto di polemica dalla locale stampa nazionalista, accondiscese a compromessi a lui invisi circa i tagli e la “purezza” linguistica delle opere rappresentate (prima del suo arrivo il mistilinguismo era a Budapest prassi consueta).

In questo percorso frenetico dagli esordi nella periferia dell’Impero, nel misero teatro di Bad Hall, fino alle prestigiose produzioni del Metropolitan e alla collaborazione con la New York Philharmonic, ci si imbatte di continuo in personalità di spicco, come quelle di Bruckner, Janáček, Dvořák, Busoni, ma anche in geniali colleghi, spesso rivali, come Arthur Nikisch, Felix Weingartner o l’inviso Arturo Toscanini. Il Mahler compositore non resta tuttavia affatto in penombra: il capitolo sulla “Seconda impresa da Stato Maggiore: la prima esecuzione dell’Ottava Sinfonia” ne costituisce un adeguato resoconto. Il manager malgré lui che s’indigna per la smaccata commercializzazione dell’evento da parte dell’impresario Emil Gutmann, il suo inesausto engagement per la musica propria e altrui, è parte consustanziale della personalità di Mahler. La musica del quale, come osservò Adorno, si alimenta al fuoco di un contatto quotidiano e ininterrotto con l’orchestra: Kapellmeister e compositore formano un binomio inscindibile, nonostante le tante recriminazioni del musicista sulle miserie della vita teatrale e della routine concertistica.

alberto.fassone@libero.it

A Fassone insegna storia ed estetica della musica al Conservatorio Monteverdi di Bolzano

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