Leonardo Campus – Non solo canzonette

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Il lieve discorso sullo stato della nazione

recensione di Paolo Soddu

Dal numero di novembre 2015

Leonardo Campus
NON SOLO CANZONETTE 
L’Italia della ricostruzione e del miracolo economico attraverso il festival di Sanremo
pp. X- 304, € 16
Le Monnier, Firenze 2015

Leonardo Campus - Non solo canzonetteChe cosa fa di Sanremo un evento utile a comprendere la sostanza dell’Italia repubblicana? Come mai dal 1951 questa cerimonia si ripete, concentrando nella settimana del suo svolgimento l’attenzione del paese? Quale è il senso di un rito che non è semplicemente evento televisivo, come rivela lo spazio accordato dai media, sofisticati o popolari che siano? Come mai si svolge solo da noi in Occidente, se si eccettua l’unico “paese senza” in esso operante, e cioè l’Unione Europea, che ha riutilizzato a partire dal 1956 quel rito, ora divenuto l’Eurovision Song Contest? Sono alcune delle domande che sollecita il libro di Leonardo Campus. Si inserisce in una non fitta serie di studi su Sanremo, inaugurata nel 1979 dal compianto Gianni Borgna e fondamentale per chiarire il nostro noi. Campus si rifà a Borgna che nel 1979 riteneva Sanremo morto. Pur lontano dall’ideologismo del primo volume di Borgna, Campus non differisce nel ritenere Sanremo specchio, più brutto che bello, del paese. Forse un’interpretazione un poco narcisistica? Sono tanti, infatti, gli specchi che la cultura di massa ha proposto nel corso dei decenni: la musica, certo, ma anche il cinema, la narrativa, i fotoromanzi, la programmazione radiotelevisiva, i giornali, le tante piazze, ecc. E ogni specchio rinvia a ciò che si vuole vedere. Il paese è però più ricco, più plurale, meno scontato di ciascuno di loro, e pertanto anche della manifestazione canora. Non sta qui il suo valore euristico. La scelta dell’immagine dello specchio pare riflettere il disprezzo o l’adorazione per quel che a Sanremo si ascoltava, eccezion fatta per l’unanime apprezzamento di alcuni personaggi che di lì transitarono, come Modugno nel 1958 e più in generale i cantautori. In verità la dicotomia artistico e popolare non è di alcun aiuto. Sui palcoscenici della città dei fiori se non come interpreti, come autori vi andarono quasi tutti, anche i più titolati. Era il suo carattere nazionale-popolare, secondo appunto l’elaborazione (e la dizione, che tutti, non a caso, storpiano) di Gramsci, ad attrarre. Gli intellettuali di massa, e in particolare, ma non solo, quelli moderati, hanno fatto di Sanremo un rito ove un paese dolente e incerto, lacerato e inquieto, sospeso tra coraggio e timore, si è, anno dopo anno, raccontato. Con Trieste e le mamme di Nilla Pizzi e Gino Latilla, con le bolle blu e i 24.000 baci di Mina e Celentano, con le pruderie di Gigliola Cinquetti e Bobby Solo, e poi dagli anni ottanta con i Ricchi e Poveri e Vasco Rossi, con Eros Ramazzotti e Laura Pausini, con Roberto Vecchioni e Marco Mengoni. Ma anche con Domenico Modugno, Sergio Endrigo, Luigi Tenco, Rino Gaetano. Sanremo è un discorso sullo stato della nazione, lieve come solo le canzoni sanno essere, ma non per questo meno rilevante. Ha attraversato ricostruzione e miracolo economico, ha conosciuto irrilevanza nel tempo del tentativo consensuale degli anni settanta, è riesploso a partire dal 1981, nello stupore sofferto di molti. Sotto questo profilo, e solo sotto questo, appaiono simili le parole di Fanfani del 1959 e di Renzi del 2014, che Campus cita, smentendo così la periodizzazione (1951-1964) che egli propone.

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