Claudio Pogliano – Senso lato. Il tatto e la cultura occidentale

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Ho le mani e quindi sono

recensione di Francesco Paolo de Ceglia

Dal numero di aprile 2016

Claudio Pogliano
SENSO LATO
Il tatto e la cultura occidentale
pp 350, € 36
Carocci, Roma 2015

downloadMi hanno sempre colpito le testimonianze di quanti sostengono di aver vissuto una esperienza extracorporea: di essere migrati dalle proprie carni e di aver distintamente visto persone e oggetti. Non di averli toccati sentendoli duri o cedevoli, lisci o scabri, caldi o freddi, perché si presuppone che nel tatto debba necessariamente esservi un corpo percipiente che risulti in qualche modo affetto da un oggetto percepito. Nella visione invece si registrerebbe la realtà così com’è, nella propria dimensione ontologica, quasi che si potesse vedere senza occhi, senza cervello, senza corpo. Ma che rapporto c’è tra vista e tatto?

Molto è stato scritto sull’oculocentrismo della cultura greca e su come, ad esempio, la stessa parola idea abbia a che fare con l’orao, il guardare con gli occhi del corpo e della mente. Per di più, dagli anni cinquanta del secolo scorso non sono mancati studiosi che hanno enfatizzato la “fecondità” della vista rispetto agli altri sensi: sarebbe stata una rinnovata attitudine nei confronti della visualizzazione a svolgere un ruolo determinante nella nascita della civiltà moderna e della sua scienza. E questo anche grazie all’invenzione della stampa, che avrebbe creato, nelle parole di Italo Calvino, “un mondo speciale, un mondo fatto di righe orizzontali dove le parole si susseguono una per volta”. Un mondo bidimensionale, cioè, in cui non sarebbe rimasto spazio per le percezioni extravisive.

Il tatto sarebbe dunque scomparso? Significa cioè che l’homo videns non tocca e non riflette più sul modo in cui, entrando in relazione tattile con gli oggetti, egli conosce il mondo esterno e costruisce il proprio sé? In termini più generali, come si è articolato nella cultura occidentale il complesso rapporto tra i sensi? Sono queste le domande a cui cerca di dare risposte Senso lato. Il tatto e la cultura occidentale di Claudio Pogliano: “Senso lato allude quindi a uno spazio indefinito e oscuro, ripieno di elementi eterogenei, che sempre adesca e confonde”. L’opera, frutto di numerosi anni di riflessioni, mette insieme una straordinaria messe di materiali provenienti da ambiti assai diversi (filosofia, scienza, letteratura, pedagogia, arte ecc.) per scandagliare come negli ultimi venticinque secoli si siano costruite gerarchie di sensi in cui – e questa è la sorpresa – non è stata sempre la vista a essere premiata.

vista

È vero infatti che un ricercatore attento al metodo come Francesco Bacone si riproponeva di escludere dalla propria scienza ciò che non fosse on the faith of eyes, ma parlava anche del tatto come di un affidabile interprete della natura. Del resto, lo stesso Galileo, che pur costruiva un mondo fatto di pura dimensionalità geometrica, era pienamente consapevole delle limitate possibilità offerte dalla vista. E questo anche perché gli uomini del tempo, molto più di quelli dei secoli successivi, vivevano in una realtà generosa di stimoli sensoriali: erano soggetti per così dire ancora en plain air, come del resto testimonia la medicina paracelsiana, tutta occhi e naso. Non che il tatto non possa ingannare: di ciò essi erano perfettamente consapevoli. Ma, come anche la ricchissima letteratura tardo ottocentesca scrutinata da Pogliano avrebbe dimostrato, si era fiduciosi che su portata e natura della conoscenza tattile si potessero trovare risposte immediate e univoche.

Ma la mia mano pensa realmente?

Un’attenzione particolare merita l’ultimo capitolo, così acuto e delicato nel trattare i confini del corpo da apparire quasi lirico. Si tratta di una sezione dedicata alla mano. Anzi alle mani, perché esse in un medesimo soggetto non sono mai uguali come due gemelli identici, ma ciascuna ha il suo modo di essere e di conoscere. Mani enormi, come quelle che dagli anni trenta i neurologi si sono divertiti a disegnare negli homunculi, buffi personaggi grafici i cui organi sono più o meno grandi a seconda della sensibilità agli stimoli. Mani pensanti, come quelle degli artisti, le quali sembrano sapersi muovere, conoscere e interagire con gli oggetti al di là di ogni ordine cosciente e deliberato, tanto da legittimare la domanda “la mia mano pensa realmente?”, come si chiede Tullio Pericoli. Con quale risposta? “Se la mano trasmette le proprie impressioni, quasi fosse un essere autonomo, con una mente e una capacità creativa, dobbiamo riconoscerle un’identità. Certo non posso dimenticare che la mano è mia, che è legata a me attraverso il braccio e fa parte di me, ma allo stesso tempo sento che è una parte che si stacca da me”.

Il percorso ricostruito da Pogliano è, anche in questo, antichissimo, ma rivela sin dai suoi inizi i due orientamenti di massima su cui un po’ tutti si sarebbero confrontati nei secoli a venire. Per Anassagora l’uomo è il più intelligente degli animali per il fatto di avere le mani, mentre per Aristotele queste ultime gli sono state date a cagione della sua intelligenza perché la natura fornisce strumenti solo a chi sia in grado di servirsene. Chi ha ragione? Forse entrambi, come negli anni venti del novecento avrebbe chiarito Henri Focillon, non uno scienziato, bensì un docente di archeologia medievale cresciuto tra gli artisti: perché se per un verso l’uomo ha fatto la mano, emancipandola dai vincoli del mondo animale, per un altro è la mano ad aver fatto l’uomo, rendendolo quello che è. Anassagora e Aristotele erano infine riconciliati.

È impossibile render conto in poche battute di un libro ricchissimo: una storia gnoseologica alternativa che confronta i grandi nomi della cultura occidentale con personaggi pressoché sconosciuti, ma di cui Pogliano riesce a cogliere il guizzo di genio o perlomeno un atteggiamento rivelatore di come questo o quel problema venisse percepito in un dato contesto. Alla fine del libro resta la sensazione di possedere un corpo pensante e conoscente più della mente stessa. Un corpo fatto di pelle, di mani e di piedi con anime tattili in cui si segmenta, moltiplica e complica quello che fino a ieri chiamavamo cogito.

francescopaolo.deceglia@uniba.it

F P. de Ceglia insegna storia della scienza all’Università di Bari

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