La traduzione perfetta

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Familiarizzante, straniante, interpretante o invisibile?

Sulla difficoltà di stabilire una “buona” traduzione e di attribuire la sua paternità

di Edoardo Esposito

Dal numero di maggio 2016

Come giudichiamo di una traduzione? Su che elementi si basano i molti recensori che, dalle pagine dei quotidiani, delle riviste e di questa stessa intervengono continuamente a informarci della produzione libraria corrente e della rilevante parte che, di questa produzione, viene dall’estero e che appunto tradotta viene proposta ai lettori?

traduzioneIl dibattito sui principi e sui metodi del tradurre si è fatto, negli ultimi decenni (ricorderemo la data di nascita dei cosiddetti Translation Studies: 1976) approfondito e agguerrito come non mai, e agli studi che si sono posti come caposaldi della disciplina (André Lefevere, Siri Nergaard, Henri Meschonnic, Gideon Toury, Antoine Berman, Eugene Nida, Peeter Torop, Paul Ricoeur) molti altri si sono aggiunti testimoniando l’interesse e l’attenzione a questi problemi. Ricorderemo in Italia, dopo il Dire quasi la stessa cosa di Umberto Eco (Bompiani, 2003), le più recenti riflessioni di Antonio Prete (All’ombra dell’altra lingua, Rizzoli, 2011), Franca Cavagnoli (La voce del testo, Feltrinelli, 2012), Maria Silvia Da Re (La bocca immagina, Mimesis, 2013); e non è senza significato che il divulgativo La traduzione: teorie e metodi di Raffaella Bertazzoli (Carocci, 2006) sia giunto nel 2015 alla decima ristampa, tanto che concetti come quello di traduzione familiarizzante, straniante, interpretante, di source oriented e target oriented, di traduttore invisibile oppure no fanno ormai parte del linguaggio letterario comune.

Altra cosa, naturalmente, è dire se questi e altri termini vengano attentamente o almeno correttamente applicati, e se un’analisi del libro recensito comporti una valutazione davvero adeguata delle scelte compiute dal traduttore o suggerite magari dai criteri editoriali. Diremo infatti, naturalmente semplificando, che ci sono due modi di giudicare una traduzione: o siamo degli esperti della lingua dell’originale e abbiamo letto il libro proprio e anzitutto nella sua lingua, gradatamente appropriandoci dei suoi caratteri linguistici e delle sue stesse idiosincrasie espressive, assimilando le particolari modalità di esposizione e di articolazione del discorso, assuefacendoci alla rapidità nervosa o magari alla riposata tranquillità della sua esposizione, o irritandocene, ma partecipando comunque dei vezzi e dei vizi della sua scrittura: e allora la traduzione sarà anzitutto oggetto di un confronto e di un ripensamento, in cui le impressioni già sedimentate della prima lettura si troveranno a interagire con le nuove, e si potrà valutare effettivamente la rispondenza all’originale delle scelte traduttive. Oppure siamo semplicemente dei lettori della traduzione, che indipendentemente dalla buona o meno conoscenza della lingua di partenza non hanno letto l’originale e non lo posseggono, e potranno al massimo effettuare qualche raffronto (qualche parola o qualche pagina) se quell’originale sarà comunque disponibile in biblioteca o nelle librerie specializzate.

In questo secondo caso, che è incomparabilmente il più frequente nella normale pubblicistica, quando si parla di “buona traduzione” l’unico significato che tale espressione può sensatamente assumere è che si tratta di una traduzione “in buon italiano”, o piuttosto in un italiano che pare rispondere in modo adeguato alle caratteristiche di “genere” del testo, o a quelle che singolarmente vi si presentano nel modo di articolare i fatti e di disporli, nel suo alternare narrazione e dialogo, fatti e descrizioni, contorcimenti psicologici e molteplicità o meno di piani espressivi. Non per questo si tratta di un giudizio da sottovalutare: se dato infatti con cognizione di causa e se “buon italiano” non sta semplicemente a significare correttezza grammaticale, un libro ben scritto sarà sempre un’opera che si aggiunge al patrimonio della tradizione, e attivamente la arricchisce inserendosi nel “polisistema” (Even-Zohar), di cui partecipa.

Tuttavia il caso potrebbe essere proprio quello di una traduzione che “migliora” il testo originale o che, modificandone comunque aspetti considerati a vario titolo (stilistico o di contenuto) inadatti all’ambito culturale di arrivo, lo rende più leggibile, ne favorisce la circolazione e contribuisce alla conoscenza e all’acclimatamento di un autore, di una situazione, di un linguaggio che non troverebbero altrimenti facile accettazione. Questo avvenne spesso, com’è noto, durante il regime fascista, per l’applicazione da parte dei traduttori della cosiddetta “censura preventiva” e anche per l’appiattimento operato talvolta (il Faulkner di Vittorini, ad esempio) su uno sperimentalismo espressivo che pareva allo stesso traduttore troppo outré. Ma sarà il caso di ricordare anche che Svevo fu accolto all’estero prima che in Italia perché – fra le altre ragioni – il suo claudicante italiano non veniva percepito dall’orecchio straniero, e risultava normalizzato dalla traduzione.

Il caso di Rinaldo Küfferle

Non si potrà dire, in questi casi, che le traduzioni fossero “buone”; utili, semmai, proprio e nonostante la scarsa “fedeltà” ai caratteri dell’originale, funzionali a quella “naturalezza” che doveva far sentire la traduzione «spontanea e nuova, originale essa stessa». Stiamo citando parole di Giuseppe Antonio Borgese, promotore nel 1930 d’una delle iniziative che si volevano più importanti nell’ambito della traduzione, quella della mondadoriana “Biblioteca Romantica”, annunciata come “una raccolta di capolavori romantici e stranieri in veste italiana classica” in cui i traduttori dovevano attenersi a “dettami obiettivi”. Non è facile vedere quanto – integralità del testo a parte – questi dettami potessero davvero portare ai risultati desiderati, né si può credere che le buone intenzioni si accordassero sempre con le esigenze editoriali e pratiche. Citeremo proprio per la “Biblioteca Romantica” il caso di Rinaldo Küfferle – traduttore dei Demoni di Dostoevskij e oggetto presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, che ne ha acquisito l’archivio, di una giornata di studio il 16 maggio – di cui resta testimoniata la cura con cui volle aderire al difficile linguaggio del maestro russo rispettandone ad esempio l’uso dei diminutivi o l’anticipazione degli aggettivi in funzione umoristica se non sarcastica (il “molto rispettabile e dotto Stepan Trofimovic Verchovenski”), e alla cui traduzione, pure, Borgese si preoccupò di togliere “le scabrosità non indispensabili” perché fosse appunto raggiunta la naturalezza desiderata. Lo citiamo, però, anche per segnalare come le esigenze o le convenienze editoriali intervengano a volte, arbitrariamente e anche subdolamente, a correggere e a falsare il carattere e le ragioni di una traduzione. Si accorse infatti, Küfferle, che dopo la guerra Mondadori stava per ristampare la sua traduzione secondo una lezione, però, “minuziosamente manomessa da un redattore anonimo, appianata, resa cioè più agevole alla comprensione del lettore medio, storpiata sistematicamente pagina per pagina”. Inutili le proteste: “Il traduttore si contentò di togliere, dall’opera malconcia, il proprio nome e, in contraccambio, fu lasciato libero di cercarsi, per la traduzione genuina, qualche altro editore che gliela ristampasse” (le citazioni sono da un dattiloscritto di Küfferle conservato presso la Fondazione).

Fondazione Mondadori

Libertà “virtuale”, vorremmo dire; come trovare un editore che potesse competere con le 20.000 copie messe in circolazione a un prezzo economico dalla “Biblioteca Moderna” Mondadori? Rispondeva in questo senso Federico Gentile, amministratore delegato della Sansoni, a un’offerta di Küfferle in proposito; e i Demoni sansoniani sarebbero infatti usciti nel 1958, nell’ambito di un “tutto Dostoevskij” curato da Ettore Lo Gatto, per la firma di tutt’altro traduttore, Giorgio Maria Nicolai, le cui richieste dovevano essere parse più accettabili.

Tutto qui? No, purtroppo: sia perché, morto Küfferle, Mondadori continuò a ristampare la versione purgata riapponendole, però, il nome di Küfferle traduttore, sia perché il testo sansoniano reca stranamente, insieme alla firma di Giorgio Maria Nicolai, la nota seguente: “Le versioni de I demoni, L’adolescente e de I fratelli Karamazov sono state a suo tempo gentilmente concesse dalle case editrici Mondadori, Sonzogno e Casini”. Quale delle due dichiarazioni dovremo giudicare attendibile? Cosa è stato “concesso” da Mondadori e che cosa è invece dovuto a Giorgio Maria Nicolai? Non si tratta, per caso, di un ulteriore maquillage della traduzione originaria?

Non è questo il luogo per approfondire l’argomento, ma possiamo almeno riprendere, da un altro punto di vista, le osservazioni da cui eravamo partiti per dire che purtroppo, e comunque per le abitudini o necessità dell’industria editoriale, resta arduo stabilire, oltre che la bontà o meno di una traduzione, la sua effettiva – e magari multipla – paternità. E la raccomandazione quasi centenaria, ormai, di Borgese che “la traduzione dev’essere sinceramente sotto la responsabilità di chi la firma” continua ad essere un principio tanto ovvio quanto poco rispettato.

edoardo.esposito@unimi.it

E Esposito insegna critica letteraria e letterature comparate all’Università degli Studi di Milano

Una “perfetta traduzione”

(…) dovrebbe essere fedele e bella; dovrebbe seguire, pensiero per pensiero, frase per frase, il testo originale, eppure dovrebbe, per virtù della sua naturalezza, sembrar spontanea e nuova, originale essa stessa. Nessuno, tranne il traduttore, dev’essere costretto ad accorgersi ch’egli segue qualcuno. Egli illumina il suo modello con una lanterna cieca. Non prediligiamo le traduzioni che si chiamavano barbare: quelle che fanno desiderare il testo. Una buona traduzione dovrebbe far dimenticare il testo (…). Si deve tradurre direttamente dal testo, adottando la migliore edizione. Si deve tradurre integralmente, senza tagli ed arbitrii. Perché la traduzione sia durevole, occorre ch’essa sia scritta in piana lingua italiana corrente, senza sfoggi arcaici o vernacolari, tranne i casi in cui particolari accentuazioni servano a imitare certi caratteri del testo.

(Giuseppe Antonio Borgese, Nota a Stendhal, La certosa di Parma, ed. orig. 1839, trad. dal francese di Ferdinando Martini, Mondadori, Milano 1930).

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