Freya Stark- Lettere dalla Siria

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Damasco gialla come un opale

recensione di Luigi Marfè

dal numero di settembre 2014

Freya Stark
LETTERE DALLA SIRIA
trad. dall’inglese di Daria Angeli
pp. 368, € 18,50
La Vita Felice, Milano 2014

Freya Stark - Lettere dalla Siria“Non assomiglia per nulla alle Notti arabe eppure è, nonostante ciò, le Notti arabe”, scriveva nei dintorni di Alessandretta, nell’inverno 1927, Freya Stark, instancabile viaggiatrice inglese, poliglotta e coltissima, che tra le due guerre bazzicò in lungo e in largo il Medio Oriente, sulle orme dei Travels in Arabia deserta di Charles Doughty (1888) e dei Seven pillars of wisdom di T.E. Lawrence (1922), in luoghi spesso impervi e desertici, poco frequentati prima di allora da occidentali, dove la presenza di una donna bianca era destinata a suscitare quantomeno sorpresa.
Il viaggio era del resto nel destino di Stark, il cui nome pare rimandare a un racconto di Conrad, Freya of the seven isles (1912), esotico romance ambientato nei mari del Sud. Dopo un’infanzia trascorsa in Italia, ad Asolo, la scrittrice inglese passò molti anni in Medio Oriente, narrando le sue avventurose peregrinazioni in Baghdad sketches (1932), The valleys of the assassins (1934), Thesouthern fates of Arabia (1936) e numerosi altri volumi. I suoi reportage non hanno avuto in Italia una storia editoriale molto fortunata. Alcuni di essi (La valle degli assassini, 1983, e Le porte dell’Arabia, 1986), editi da Longanesi, sono stati ripubblicati più di recente da Guanda (rispettivamente 2002 e 2003, insieme a Effendi, 2004); altri sono usciti in maniera sparsa presso piccoli editori; una parte consistente è ancora inedita. Lettere dalla Siria, edito ora nella traduzione di Daria Angeli, narra il “primo, sottile, distratto entusiasmo” per l’Oriente dell’autrice, che nel mondo di lingua inglese è reputata unanimemente la più significativa scrittrice di viaggio del secolo scorso, in un canone di esploratrici del mondo islamico che comprende nomi altrettanto validi come quelli di Gertrude Bell, archeologa e agente segreto di sua maestà, autrice di The desert and the sown (1907) proprio sulla Siria, Isabelle Eberhardt, viaggiatrice di origine russa, autrice, tra il resto, di Pagine dall’Islam, ed Ella Maillart, svizzera, che più tardi avrebbe narrato, in La voie cruelle (1947), il suo viaggio con Annemarie Schwarzenbach lungo la via della seta.

Damasco

Damasco, Siria

Può darsi che la forma epistolare (a partire dalle notissime lettere di Lady Montagu da Costantinopoli, a metà del XVIII secolo) sia in qualche modo connaturata alla scrittura di viaggio femminile. Di certo la sua composizione libera e informale, alternando un’ampia gamma di registri stilistici, permette di avvicinare i luoghi lontani in maniera semplice e diretta, cercando quello che gli inglesi chiamano the spirit of place, non tanto nella formulazione di pesanti ipotesi astratte quanto nelle pieghe di incontri casuali ed episodi solo in apparenza effimeri.

In Lettere dalla Siria Stark racconta la quotidianità di un viaggio lungo oltre due anni, tra il 1927 e il 1929: prima lo spostamento in nave da Venezia a Beirut; poi il soggiorno a Brumana, un piccolo villaggio siriano, dove si dedicò ad apprendere l’arabo; quindi la prima visita a Damasco; poi ancora escursioni a Baalbek e di nuovo a Damasco; infine, il lungo e pericoloso viaggio verso la Palestina, compiuto in gran parte a dorso d’asino, nel mezzo della rivolta dei drusi contro il mandato francese in Medio Oriente. La Siria di Stark è un territorio “tutto frammentato tra odi e sette e religioni”, conteso tra le ragioni di chi stava cercando di mettersi al passo con l’Occidente, e tuttavia in questo modo finiva per dismettere la propria identità senza poterne trovare in cambio una nuova, e la fiera ostinazione di chi, soprattutto nell’interno del paese, non aveva ancora abbandonato una “vita genuinamente selvaggia”. Questi due modi alternativi di intendere l’identità mediorientale sono rappresentati nelle lettere attraverso la descrizione delle due grandi città in cui soggiornò l’autrice: da una parte Beirut, “dolente città francese”, che insegue “la penultima moda parigina”, appesantita dal triste grigiore di un conflitto identitario irrisolto; dall’altra Damasco, città “gialla come un opale”, dall’atmosfera così “sottile” da trasformare la luce in un’incantevole “regina dei colori”, traversata dal Barada, fiume che, come il Simoenta omerico, secondo la definizione di Geoffrey Chaucer in Troylus and Criseyde, avrebbe il corso di “una freccia luminosa”.

Diversamente dagli altri europei presenti in Siria, l’autrice inglese non mostra alcun interesse per la comunità occidentale e cerca costantemente la compagnia di arabi e drusi, anche a rischio, talvolta, della propria incolumità personale. Ad affascinarla non è solo la tradizionale percezione delle feroci contraddizioni dell’Oriente (“La violenza della bellezza che esplode senza transizione”), ma anche il modo diverso di intendere la vita da parte della gente comune, come conquista faticosa, mai assodata e sempre revocabile. Chi abita in una terra bagnata dai massacri, sa benissimo di poter perdere in un attimo tutto ciò che possiede: “La vita qui ha il fascino di essere legata a uno sforzo personale di volontà, ed è dolce che non le venga attribuito un valore troppo grande”.

Città archeologica di Palmira, Siria

Città archeologica di Palmira, Siria

Stark fu spinta a viaggiare dal desiderio di apprendere l’arabo. L’obiettivo era quello di “far penetrare questa lingua nelle mie ossa. Non sarò contenta finché non riuscirò a pensare in arabo”. Nessuno, tra gli europei, parve prenderla sul serio: qualcuno la considerò una persona molto riservata; altri addirittura una spia. Dietro questa ossessione per il raggiungimento di un’accurata competenza linguistica, c’era la convinzione che nella logica con cui ciascuna lingua costruisce la propria visione del mondo si celi l’autentico sentire del popolo che la parla: “Anche il paese più spento ha una sua anima, se sei in grado di capire cosa dicono le persone; e non solo le parole, ma i pensieri che le formano”.

In un’epoca come quella attuale, in cui comprendere i rivolgimenti di un’area geografica come il Medio Oriente pare sempre più arduo, il libro di Stark offre una bussola non convenzionale, a tratti illuminante. Senza dubbio, con i suoi continui sforzi di immedesimazione nelle ragioni dell’altro (“Uno si sente come se ci fossero misteriosi segreti mentre ci si addentra”), Lettere dalla Siria si pone fuori dal paradigma eurocentrico individuato da Edward Said, tutto votato alla conquista e al possesso. Al contrario la scrittura di Stark, interessata com’è all’“infinita varietà” delle società mediorientali, si tuffa in ciò che non conosce con la gioia di chi pensa che l’incontro con l’altro possa essere un’irripetibile occasione di apprendimento: “Sentire e pensare e imparare; imparare sempre, questo soltanto significa essere vivi”. Lettere dalla Siria esprime così una concezione dell’esotismo decisamente moderna, non come deposito di eccentriche stravaganze, ma come strumento per la comprensione di se stessi: “L’appassionato interessamento per una civiltà tanto diversa ti dà una improvvisa nuova visione della tua”.
Je est un autre, ha scritto Rimbaud. Con la sua instancabile curiosità per la diversità culturale, Stark pare aver preso sul serio il precetto di ribaltare l’io nell’altro: “Forse la gioia della scoperta non risiede in quello che ci risulta strano, quanto piuttosto nell’improvvisa consapevolezza che siamo a casa in un nuovo orizzonte, (…) che il nostro cuore o il cervello, viaggiatori esperti ma smemorati, riconoscono con gioia”.

luigi.marfe@unito.it

L Marfè è traduttore e dottore di ricerca in letterature comparate all’Università di Torino

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