In viaggio con gli scrittori – Dal reportage al sogno a occhi aperti

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Il paesaggio come cornice dell’esperienza del mondo

di Claudio Panella

Dal numero di marzo 2016

La narrativa di viaggio, detta odeporica, è un genere antico quanto la letteratura che nel corso degli ultimi decenni si è declinato in tipologie differenti, via via più codificate, ancorché più ibride. All’interno di questo vasto panorama, il genere editoriale di maggior successo in Italia come all’estero è da tempo quello del reportage narrativo, ibridazione di forme giornalistiche e letterarie praticata per lo più da giornalisti-scrittori. È però sempre più frequente imbattersi, anche nelle nostre librerie, in opere la cui prima ispirazione è fortemente e autenticamente letteraria. Pur essendo strettamente ancorate ai luoghi e in molti casi utilizzabili per davvero come una guida o un Baedeker, queste opere si situano oltre la frontiera che distingue il reportage dal romanzo, non si limitano alla descrizione di uno spazio ma, a partire dall’esperienza diretta (compiuta viaggiando, camminando, pedalando, ecc.) di autori che adoperano la letteratura come filtro attraverso cui guardare, comprendere e ricordare il mondo, rappresentano un atto creativo di scrittura e riscrittura del mondo stesso.

Andare. Camminare. Lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere

Lo sguardo letterario si esprime evidentemente con intensità diversa a seconda di chi lo esercita. Per fare l’esempio di un testo recentissimo appartenente al genere del reportage, che si situa dunque al di qua della frontiera su indicata, ma è intriso di risonanze letterarie, si può segnalare Andare. Camminare. Lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere di Angelo Ferracuti, 41xCVVsiOtL._SX318_BO1,204,203,200_un vero e proprio viaggio in Italia al seguito dei postini, il cui lavoro l’autore conosce bene avendolo praticato egli stesso; un viaggio che sembra nato dall’aver preso sul serio il motto arguto col quale Flaiano replicò al celebre slogan di McLuhan che “il medium è il messaggio”, scrivendo: “Se abbiamo ben capito, professore, è inutile aprire le lettere: è il postino che dobbiamo leggere” (dal “Corriere della Sera” del 3 marzo 1968). Ma oltre a raccontare i postini italiani e i luoghi concreti, le città e le province, della nostra penisola, Ferracuti accarezza anche quelle che egli definisce le “zone dell’immaginario” relative a ognuno di essi, postillando nella nota conclusiva del volume: “Mi sono servito anche della materia prima con la quale alcuni di questi immaginari sono stati costruiti, la letteratura, che nel tempo ha lasciato alcuni calchi identitari e descrizioni, arbitrarie ed eccentriche, che sono andate oltre l’apparenza della cosiddetta realtà”. Non mancano infatti nel libro citazioni di Pavese e Fenoglio, Mastronardi e Bianciardi, Biamonti e Buzzati, e molti altri scrittori.

Angelo Ferracuti, Andare. Camminare. Lavorare. L’Italia raccontata dai portalettere, pp.352, €18, Feltrinelli, Milano 2015.

Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura

Viaggiatori_nel_freddo_COPNella piccola e media editoria più vivace, lo sguardo letterario sul mondo si ritrova poi declinato in un’ampia varietà di testi. Si prendano a esempio le ultime uscite dell’editore romano Exòrma, e in particolare quelle della collana “Scritti Traversi”. L’ultimo titolo è Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura firmato con il nome collettivo di Sparajurij, ispirato a una canzone del gruppo punk italiano dei CCCP che rinvia in modo inequivocabile al mondo sovietico. Lo stile marcatamente espressivo che alterna lirismo e comico denuncia la vocazione poetica dei due artefici principali del volume rivelati nei paratesti, i poeti Francesco Ruggiero ed Elisa Baglioni, quest’ultima anche traduttrice dal russo di una silloge di Michail Ajzenberg (Poesie scelte, Transeuropa, 2013) e di versi e prose di Vsevolod Nekrasov, Nikolaj Bajtov, Marianna Gejde, Marina Višneveckaja apparsi per lo più nell’antologia periodica della forma breve “Atti Impuri”. La non completa coincidenza tra l’autore (gli autori) e il narratore (un giovane italiano invitato in Russia per partecipare a un festival di letteratura) aiuta il lettore a entrare nel testo come in un romanzo. Il racconto si sviluppa in effetti come il diario di un viaggio di ventuno giorni e in ventuno capitoli nella Mosca di oggi e nei suoi dintorni. L’incipit ambientato sull’aereo con cui il protagonista inizia il suo viaggio serve a cucirgli addosso fin da subito lo statuto di un personaggio che si muove nell’inverno russo come in una rêverie bachelardiana: “Quando non si appartiene a un luogo, benché si sia vissuti dentro la sua rappresentazione letteraria bisogna accettare che le percezioni siano frutto di uno scollamento dalla realtà, dettate dall’entusiasmo e animate da fantasmagorie a cui si è dato credito al punto di perderne il controllo”.

Nel seguito, tra visite a monumenti, musei e case di scrittori (Čechov, Pasternak, Cvetaeva, Majakovskij), ogni passo del narratore testimonia comunque la presenza realmente pervasiva dell’immaginario letterario nella città celebrata da Puškin – il “capostipite” della letteratura russa moderna (da cui il detto russo “Puškin è il nostro tutto”) – con i versi qui riportati nella traduzione di Giovanni Giudici: “Mosca… quante cose in questo / suono un cuore russo sente! / Quante cose rievoca sempre!”. L’autore collettivo mescola però sempre le carte e crea cortocircuiti: evita il distacco delle voci narranti più consuete nelle guide letterarie vere e proprie svolgendo anche una delicata trama sentimentale tra il protagonista e la sua guida personale, la poetessa Ksenja; assegna a quest’ultima i contorni di un personaggio di fantasia ma la include nell’elenco finale dei Personaggi involontari in cui sono riportati i nomi e le biografie di tutti gli scrittori citati, e in cui figura anche Margherita, la protagonista di Il maestro e Margherita di Bulgakov che, si legge, è il “sogno a occhi aperti di ogni visitatore di Mosca”.

Sparajurij, Viaggiatori nel freddo. Come sopravvivere all’inverno russo con la letteratura, pp.240, €15,90, Exòrma, Roma 2015.

La collana “Bassa stagione”

tre-montagne-meschiariUn’altra collana neonata ma già promettente è “Bassa stagione”, curata da Marino Magliani per l’editore piemontese Fusta. L’ultima uscita è Tre montagne (2015) di Matteo Meschiari, un trittico di storie e paesaggi montani intitolati Svernamento, Primo appennino. Canovaccio di piazza e Pace nella valle. Il primo testo ha per protagonista un vecchio che tenta quella che potrebbe essere l’ultima scalata della sua vita. Il secondo è una sorta di ripresa teatrale dell’epopea di Gilgamesh ricollocata nell’Appennino modenese (terra d’origine dell’autore) durante la Resistenza. Nel terzo, un figlio e un padre vanno a caccia in un bosco senza tempo. Meschiari è anche propugnatore della Landscape Mind Theory, con cui sostiene che la mente dell’uomo è geneticamente e culturalmente paesaggistica, docente di antropologia e geografia all’Università di Palermo e studioso del paesaggio in letteratura. Lo scopo ultimo dell’ambizioso progetto letterario di Tre montagne è così riassunto nella Postfazione al volume firmata da Gian Luca Picconi: “Si può sospettare che con questo libro – caratterizzato da un umanesimo radicale proprio mentre sembrerebbe additarci la via dell’antiantropocentrismo – l’autore abbia voluto dare una dimostrazione pratica di come funziona la percezione del paesaggio; abbia voluto spiegarci il paesaggio per emblemata e figure. In realtà, Meschiari (…) ci dà, ci fa avere un paesaggio (un po’ nel senso in cui Calvino poteva dire: “avevo un paesaggio”), (…) che si distende sul nostro e ce ne mostra meglio le contraddizioni, i silenzi, i porti di pace, le isole di paura e cancellazione. Abbiamo un paesaggio entro cui situare – dare senso – finalmente la nostra esperienza del mondo”.

Marino Magliani, Il canale bracco, pp.128, €12, Fusta, Saluzzo (Cn) 2015.
Matteo Meschiari, Tre montagne, postfazione di Gian Luca Picconi, pp.184, €14,90, Fusta, Saluzzo (Cn) 2015.

Soggiorno a Zeewijk

soggiorno-zeewijkTra gli scrittori italiani che sono riusciti a esprimere meglio questo senso dell’esperienza del mondo “situata” nei luoghi c’è senz’altro il succitato Magliani, ligure che da tempo vive in Olanda ed è autore di una serie di opere dedicate a quei luoghi, non-guide romanzesche che sono interpretabili sia alla luce di una crisi delle forme tradizionali del romanzo sia anche quale sintomo di una sua miracolosa rinascita post-postmoderna. Nel primo titolo di “Bassa stagione”, Il canale bracco (2015), Magliani dà voce a un narratore anonimo che assomiglia molto al personaggio di nome Marino protagonista del precedente Soggiorno a Zeewijk, il quale esercitava la sua flânerie curiosando nella vita degli olandesi attraverso le vetrate mai provviste di tende delle loro case. Nell’ultimo libro, l’alter ego dell’autore segue invece il corso del Noordzeekanaal, il canale che collega il porto di Amsterdam al mare, la cui acqua non è né dolce né salata bensì salmastra, in olandese brak, da cui l’appellativo di “bracco”. Nelle sue esplorazioni, egli si appassiona a una creatura anfibia proveniente dal Sud America, l’Anableps anableps, che nuota nel canale bracco e poi ne emerge per strisciare sulla terraferma. D’altronde, l’intero universo poetico di Magliani è costitutivamente anfibio, frutto di una contaminazione tra paesaggi e lingue, nutrito dalla malinconia per i suoi viaggi sudamericani e per la sua terra d’origine; al punto che il protagonista di Soggiorno a Zeewijk scopre che la regione di Zeewijk vista dall’alto dal suo sguardo malinconico è perfettamente sovrapponibile alla carta della provincia di Imperia. In un’epoca di scambi soprattutto virtuali e di percorsi esistenziali nomadi e precari, la riscoperta dello spazio geografico, quand’anche capovolto da una cartografia fantastica, è segno di una volontà nuova di fare esperienza del mondo e, rileggendolo attraverso il filtro della parola letteraria, di riscriverlo per arricchirlo di senso.

Marino Magliani, Soggiorno a Zeewijk, pp.169, €14, Amos, Venezia 2014.

claudio.panella@unito.it

C. Panella è dottore di ricerca in letterature comparate presso l’Università di Torino

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