Minervino e Arminio, forme di resistenza in terre del sud

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 Uno zibaldone ibrido e un canzoniere

di Angelo Ferracuti

Sono usciti a distanza di pochi mesi un libro di Mauro Francesco Minervino (Stradario di uno spaesato, pp. 253, € 17,5, Melville, Cesena 2016) e uno di Franco Arminio (Cedi la strada agli alberi, Poesie d’amore e di terra pp. 149, € 18, Chiarelettere, Milano 2017). Unisce questi due testi un rapporto profondamente corporale con il mondo e la realtà in una nozione di natura che la letteratura del sud mantiene sempre molto forte. Inoltre, la postura intellettuale dei due autori, in particolar modo quella di Arminio, la loro fisionomia, vive in opposizione a quella dominante, dove lo scrittore abdica al proprio ruolo e diventa entertainer nella società dello spettacolo.  Entrambi invece hanno un rapporto molto forte con i luoghi, con le problematicità e le conflittualità dei luoghi, non disdegnano una critica al potere e ai suoi sistemi, legando la propria condotta alla letteratura civile che li ha preceduti di cui rifondano e attualizzano il conio, quella di Scotellaro, Levi, Danilo Dolci, di Corrado Alvaro, c’è persino un Giuseppe Berto a Capo Vaticano, inascoltato e irriso “a difendere la bellezza, la terra e il mare”.

Non a caso sono tra i pochissimi intellettuali meridionali che non hanno scelto la strada della diaspora, e sono rimasti a vivere e lavorare a Paola, in una Calabria ustionata, violentata dalla malavita, e nell’isolata e ventosa Irpinia d’Oriente di Bisaccia, microcosmi difficili e lontanissimi dai centri. Arminio agisce su un doppio terreno, di spazi solo apparentemente avversi e agli antipodi, la terra dei luoghi persi e dell’Italia interna, che esplora da paesologo-narratore e dove opera come organizzatore di happening rurali, e la rete con i social network di cui si serve per trasferire contenuti in un interessante sistema di vasi comunicanti. Altri autori meridionali, che come loro vanno nella direzione di una letteratura della complessità, il più delle volte affrontata invece che con la fiction con il reportage, proprio per prenderne le distanze in nome di un nuovo realismo, sono Alessandro Leogrande – che si è concentrato sugli immaginari delle nuove precarietà esistenziali dei popoli migranti con la trilogia iniziata con Uomini e caporali (Mondadori, 2008) e Silvio Perrella, che con il sorprendente Doppio scatto (Bompiani, 2015) esplora la città del sud più eccentrica di tutte, Napoli, con un effetto da viaggiatore lirico e osservatore delle cose minuscole, particolari, di cui si serve per decifrarne meglio l’insieme.

La disperata vitalità di Arminio e il disincanto attivo di Minervino

Diversi nella fattura, il primo uno zibaldone ibrido, quello di Minervino, che è un po’ referto antropologico, in parte libro di letteratura di viaggio, autobiografia intellettuale, ma anche narrazione tout court, e invece una raccolta di poesie quella di Arminio, sofferta scelta autoantologica frutto di una condotta annosa e di una produzione sterminata, che usa una lingua scarnificata, portata al suo massimo livello di semplicità, per questo non solo espressiva, criptica e avvitata su se stessa e il suo farsi come molta se ne scrive e pubblica, ma soprattutto comunicativa: anche questa una scelta formale e programmatica che s’innesta in una tradizione (le due poesie-lettere a Pasolini e Scotellaro presenti nella raccolta ne sono la spia più evidente). Una poesia che cerca quasi carnalmente la vita (“Portami dove c’è il mondo / non dove c’è la poesia”).

Tutte e due i testi somigliano alla natura dei loro autori, in continuità con i libri che hanno scritto in precedenza, e un’altra cosa che li unisce è la scelta di non mascherarsi, di non restare dentro gli artifici estetizzanti della letteratura ma di mettersi in gioco, con la disperata vitalità di Arminio e il disincanto attivo di Minervino, la volontà di rivendicare un ruolo nella comunità di riferimento nonostante l’epoca abbia cancellato l’idea di cultura come strumento di conoscenza e di emancipazione sociale, facendone invece un’industria di merci scadenti e neanche troppo appetibili.

Franco Arminio - Cedi la strada agli alberiIl canzoniere di Arminio è diviso in tre differenti partiture: la prima più politica (L’entroterra degli occhi) dove si sentono gli echi della sua prosa “terremotata”, quella dei reportage lirici di Viaggio nel cratere nella seconda (Brevità dell’amore) trova spazio il tempo delle “intimità provvisorie”, attimi, fugaci e intense esplorazioni sensoriali, mentre la terza (Poeta con famiglia), già pubblicata in una precedente plaquette, è un autoritratto esistenziale e domestico; chiude il piccolo saggio La poesia al tempo della rete. Il dettato eversivo cerca sempre una forzatura nei confronti della forma, sia nelle brevi composizioni aforistiche che in quelle più lunghe dove la poesia va verso la prosa, come se la corporalità volesse diventare lingua, la parola azione, che è un’altra sua caratteristica. Infatti Arminio è tra i pochissimi scrittori italiani che riescono ancora a usare le parole della letteratura per rinnovare il lessico dell’azione politica e sociale, portare i contenuti dei suoi libri direttamente nei luoghi dove la rappresentazione diventa reale e si sviluppano conflitti e trasformazioni. In Poeta con famiglia, un romanzo di formazione in versi, troviamo la sintesi perfetta tra passione privata e quella civile, le sequenze necessarie di una educazione quasi classica.

Mauro Francesco Minervino - Stradario di uno spaesatoQuello di Minervino è invece soprattutto un viaggio di viaggi facendo comparazioni di siti nel mondo globalizzato, la forma è quella del reportage saggistico di descrizioni e divagazioni, e quando non si sposta veramente verso altre latitudini, compie il suo viaggio da fermo come a rigirare la ferita, va a Crotone o a Catanzaro, sulla Sila, o insegue le terre dove Wenders non girò mai il suo film, oppure certi luoghi reali li inventa innestandoli ad altri immaginari. Lo sguardo prevalente è quello dell’antropologo, dello studioso di civiltà accumulate nelle toponomastiche e nei paesaggi, la scrittura è nitida e distesa, abilmente lavorata, con impennate liriche quando la descrizione del paesaggio muove sentimenti interiori, soprattutto quello arcaico della nostalgia che c’era e resiste nei ricordi, la povertà contadina e pasoliniana, ma la rabbia esplode davanti alla barbarie del far west di provincia di una regione colta oltre l’emergenza: “Vorrei sterminare la folla dei pilastri, le siepi di muri accecati, i grovigli di ferri arrugginiti”, quando l’indignazione prevale.  L’autore scrive che “Certe strade sono come le pellicole di un film senza trama”, un po’ come questo stradario, fatto da un movimento ondivago ma coerente, dove Minervino racconta anche la sua storia e quella di una generazione, il suo “disordine formativo” in una eccentrica biblioteca ideale, il sound di Il laureato, la tv di Tito Stagno e Ruggero Orlando, il maestro Manzi e “Selezione del Reader’s Digest”. “Ascoltavo i cunti della voce omerica dei vecchi e le favole da mia nonna nel dialetto di casa, e al pomeriggio vedevo la tv dei ragazzi e i cartoni animati del Braccobaldo Show,” scrive.

Geografie intime e nomadi del sud

Quando torna dai suoi viaggi, i vicini lo guardano “come si guarda un forestiero, come quando si spia il ritorno di un superstite, uno scampato senza storia” è la sua amara proiezione.  Lui si sente, al contrario di Arminio, “uno spaesato”, e qui i due libri mostrano delle evidenti divaricazioni di sguardo.  In quest’ultimo l’Appennino, l’Italia interna, diventa luogo delle radici da difendere e riabitare in una sorta di nuovo umanesimo (“Bisogna ripartire da qui, / qui c’è il sacro che ci rimane: / può essere una chiesa, una capra, / un soffio di vento, / qualcosa / che non sa di questo mondo / né di questo tempo.”), mentre in Minervino prevale il senso di fuga da fermo da “un Sud eterno, irreversibile”, quella di un guidatore di automobili che mentre viaggia per le strade calabre come in film cult in un’altra periferia del mondo (come quella da lui ben descritta in Statale 18, Fandango) s’illude di prendere le distanze da “una terra pazza di allucinazioni realizzate”, e mentre scappa descrive con l’esattezza e la perizia di un entomologo il degrado che vede.  Entrambi condividono l’irrequietezza di due diverse geografie del Sud e il nomadismo come forma di resistenza, lo “stare sparso” di Arminio, la dromomania di Minervino, il ritornare sempre “senza restarci mai” in terre dove “Se ne sono tutti andati, / specialmente chi è rimasto”, come avverte con divertita causticità il paesologo campano.

angelo.ferracuti@interfree.it

A Ferracuti è scrittore

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