V.S. Naipaul – Sull’ansa del fiume

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Il mondo è quello che è

recensione di Itala Vivan

Dal numero di marzo 2016

V. S. Naipaul
SULL’ANSA DEL FIUME
ed orig. 1979, trad. dall’inglese di Valeria Gattei,
pp. 327, € 26,
Adelphi, Milano 2015

cccc48a55b22484c0d591d99c373ec3a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyGli scrittori non di rado amano creare strani giochi a incastro e architettare rimandi e allusioni che, di rimbalzo, creino effetti di stupore, magnificando l’esito finale per chi legge e si fa osservatore. V.S. Naipaul è maestro in quest’arte sofisticata e incantatoria, un tempo esercitata in emblemi che oscurando illuminavano attraverso sprazzi iconici amputati e perversi. Sull’ansa del fiume, romanzo comparso in Inghilterra nel 1979 con il titolo A Bend in the River, già tradotto in italiano nel 1982 (Rizzoli) e ora riproposto da Adelphi nella nuova versione di Valeria Gattei, ha inaugurato tale eccentrica modalità, poi divenuta familiare all’autore e perfezionata in L’enigma dell’arrivo del 1987 (Mondadori, 1988).

Sull’ansa del fiume è scritto a specchio, ponendo come referente e matrice primaria Cuore di tenebra di Conrad e sollecitando l’immaginazione attraverso un nuovo viaggio in Congo, per risalire sino alla citta di Kisingani (la Stanleyville di Conrad e, prima di lui, Marlow e Kurtz) ove giunge il protagonista Salim attraversando le convulsioni di un’Africa postcoloniale. Il lettore viene catturato in un’inquietante prospettiva di déjà vu, incalzata da motti latini come aliquid semper novi e miscerique probat populos et foedera jungi, i quali (smozzicati e pervertiti rispetto all’originale) alludono a icastiche solennità imperiali ormai sbriciolate e si alleano al discorso silenzioso di statue cadenti e maschere arcane.

Ma Naipaul va oltre. La sua scelta di Cuore di tenebra avviene, non certo per caso, negli stessi anni in cui il grande scrittore africano della postcolonialità, il nigeriano Chinua Achebe, attaccava quel testo denunciandone il razzismo profondo, esplicito ma anche subliminale, e in un celebre discorso del 1975 dichiarava che l’immagine dell’Africa da esso diffusa costituiva un’epitome di xenofobia, sino a definirlo “un libro offensivo e scandaloso”. Così lo specchio conradiano assunto da Naipaul si offusca in partenza e non potrà che riflettere immagini ambigue e depravate.

Un’Africa di tenebre

La finzione narrativa del romanzo è intrecciata agli elementi di suggestione culturale preordinati dall’autore e si snoda lungo un fiume avvelenato da presagi cupi e ansiogeni, sfociando in scenari tetri e allucinati sino a chiudersi su se stessa. Il mondo che all’incipit “è quello che è” viene abbandonato al buio e al massacro da un battello che scende verso la costa atlantica portando con sé il protagonista Salim ormai consapevole che “non si poteva tornare indietro; non c’era niente cui tornare. Eravamo diventati ciò che il mondo esterno ci aveva resi; dovevamo vivere nella realtà così com’era.” L’Africa, insomma, sta scuotendosi di dosso la vernice superficiale della presenza coloniale (il vecchio modo di vivere rimpianto da Salim) e ritorna alla propria tenebra congenita, al sangue e alla violenza perpetrata da uomini dai volti “simili a maschere”.

Come lo stesso Naipaul nella realtà biografica, il protagonista è un indiano trapiantato altrove dall’onda dell’imperialismo britannico: Naipaul a Trinidad, nei Caraibi, Salim invece sulla costa orientale africana, un mondo misto e meticcio, popolato di servi e schiavi, intensamente arabizzato, con gli africani perennemente sullo sfondo. Uno sfondo da cui essi emergeranno brutalmente attraverso l’espulsione o il massacro dei gruppi sino allora dominanti, arabi e indiani. L’arco del romanzo si apre con Salim che risale dalla costa verso l’interno, sino alla città dove ha acquistato un negozio che si rivelerà semivuoto, passa attraverso le vicende della città e del paese durante il governo di Mobutu, e si chiude con un percorso inverso e centrifugo dopo aver portato esperienze di amore e di amicizia, di alti e bassi commerciali, sino al tedio e al rifiuto del vivere da cui lo salverà l’intervento del giovane Ferdinand, l’africano emergente da lui un tempo protetto.

Foto di Julien Harneis

Foto di Julien Harneis

I due grandi scrittori postcoloniali, Naipaul e Achebe, dopo questo scontro a distanza continueranno ciascuno per la propria diversa strada. Achebe si confermerà come icona della postcolonialità africana, mentre Naipaul diventerà uno dei più discussi e contestati autori della sua generazione, pur mentre l’astro della sua fortuna letteraria salirà sino a portarlo al Nobel nel 2001. Bisogna infatti riconoscere che la sua è una scrittura di eccezionale capacità espressiva e di formidabile rigore stilistico, come dimostreranno i molti libri di narrativa e di viaggio che seguiranno Sull’ansa del fiume. Però quel disprezzo per l’Africa che corrode la visione del primo romanzo di ambientazione africana non si attenuerà con il tempo, anzi riemergerà caparbio nel recente La maschera dell’Africa (Adelphi, 2010) dove, sin dal titolo, si riaffacciano le mute maschere enigmatiche che il prete belga Huismans collezionava maniacalmente nella città sulla riva del Congo, volendo raccoglierle in un museo. Ma Huismans verrà trucidato, e il suo corpo scenderà fra cespi di giacinti, lungo il fiume.

itala.vivan@unimi.it

I Vivan insegna studi culturali e postcoloniali all’Università di Milano

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