Uno sguardo alla recente narrativa cinese femminile

Non solo falene frastornate

di Renata Pisu

dal numero di marzo 2013

Per la seconda rassegna che su queste pagine dedico ai libri dalla e sulla Cina, è mia intenzione districarmi fra tante interessanti sollecitazioni privilegiando quei testi che trattano della condizione femminile o che sono stati scritti da donne. Mi limiterò alle uscite più recenti, altrimenti non vi sarebbe spazio a sufficienza e non potrei dare il dovuto risalto a quanto è stato pubblicato in questo decennio sull’argomento, un argomento che appassiona da quando Mao disse che le donne reggono la metà del cielo. Il che è universalmente vero, dato che le donne sono la metà del genere umano e che continuano a reggere metà del cielo anche se il loro sforzo non viene sempre riconosciuto o premiato, anzi, il più delle volte il cielo cade loro addosso, le soffoca come una pesante cappa di piombo. E non parlo soltanto delle donne cinesi, è ovvio. Ma torniamo alla condizione femminile in Cina. Di donne giovani, quasi adolescenti, si tratta nel libro Operaie di Leslie T. Chang (Adelphi, 2010) e del loro accorrere nelle fabbriche abbandonando coraggiosamente i loro villaggi sperduti di campagna. Sì, perché andare in città a lavorare come migranti è un’avventura che può preludere al raggiungimento di una certa indipendenza economica, magari a un avanzamento sociale, questo è il sogno di tutte: ma soltanto per pochissime il sogno si avvera, per la maggior parte sono lacrime e sangue.

Tenaci e resilienti

Leslie T. Chang, cinese americana che è stata corrispondente dalla Cina del “Wall Street Journal”, in questo suo avvincente e lungo reportage ha seguito per anni le vicissitudini di molte operaie, stupefatta per quante difficoltà riuscissero a sopportare, ammirata soprattutto per la loro tenacia: settimana lavorativa di 49 ore ma gli straordinari sono attesi come una manna del cielo, se e quando vengono pagati. E poi gli alloggi, una stanza condivisa spesso da dieci o più ragazze, i rapporti con il mondo esterno inesistenti, la pungente nostalgia di casa accompagnata dalla consapevolezza che non si può tornare indietro perché sarebbe riconoscere la sconfitta. Spiega un’operaia sedicenne che soltanto una diecina di anni fa non era nemmeno pensabile che una ragazza andasse via di casa per lavorare, era considerato un disonore per tutta la famiglia, mentre adesso è una vergogna restare. Ma cosa succederà a tutte quelle che non riusciranno vincenti? Le aspettative della famiglia condizionano il presente e il futuro: se non fai carriera in fretta, torna al villaggio a sposarti. Nel suo diario una delle operaie scrive: “Il mio corpo e il mio spirito sono troppo stanchi, non voglio più vivere così, non voglio. Non vivrò più così. Ma come dovrei vivere?”.

zhan-ailing-lussuriaDi una scrittrice cinese del recente passato, Zhang Ailing, nota anche come Eilen Chang, che ha lasciato la Cina nel 1956 per trasferirsi negli Stati Uniti dove è morta nel 1995, voglio invece segnalare tre romanzi, uno più bello dell’altro: Tracce d’amore, L’amore arreso e Lussuria (Rizzoli, rispettivamente 2011, 2009 e 2007), dal quale il regista Ang Lee ha tratto il film pluripremiato dallo stesso titolo, almeno in italiano. Le donne delle quali Zhang Ailing traccia i ritratti sono delle giovani benestanti e “moderne” della Cina degli anni trenta e quaranta, ma sarebbe più giusto dire della Shanghai di quell’epoca, perché forse la vera protagonista dei suoi racconti è Shanghai. Un critico cinese ha scritto che questa scrittrice sta a Shanghai come Victor Hugo sta a Parigi e Charles Dickens a Londra. Certo, intende alla Shanghai di prima del comunismo e anche a quella di adesso perché la città, castigata da Mao per i suoi “peccati capitalistici”, è risorta come la fenice dalle sue ceneri. La vecchia Shanghai di Zhang Ailing si ricongiunge all’attuale senza soluzione di continuità, al punto che di recente è uscita una Guida alla Shanghai di Zhang Ailing perché la scrittrice, messa all’indice negli anni del realismo socialista trionfante, oggi è esaltata come la “conturbante signora delle lettere”.

La conturbante signora delle lettere

Shanghai è un paradiso che poggia su un inferno, si diceva una volta e lo si potrebbe forse dire ancora oggi. È una città di donne dominanti, scrittrici e Dark Ladies, donne belle e “belle scrittrici”, come si definiscono le ragazze dal successo immediato come Mian Mian e Wei hua. Hanno scritto romanzi tipo Candy e Shanghai Baby, si sentono le eredi di Zhang Ailing, ma il paragone non regge. In lei c’è consapevolezza di tragedia mascherata dal cinismo, dall’ironia, dall’elegante scrittura. Qu Xiaolung, autore di romanzi polizieschi e anche letterato raffinato, ha scritto: “Che donna! Le sue parole danzano come un poema, volteggiano pagina dopo pagina”. E danzano e volteggiano anche in italiano perché sono state tradotte dalla premiata coppia Maria Gottardo e Monica Morzenti. Al suo confronto Mia Mian e Wei Hua appaiono come falene frastornate dal nuovo che avanza mentre lei, la conturbante signora, non si lasciava incantare dagli aspetti sconvolgenti che la modernità andava assumendo. Zhang Ailing è amara e sarcastica, il suo è un mondo in cui le donne riescono a manipolare e a intrattenere relazioni con gli altri attraverso la casa, gli abiti, i fiori, le schermaglie di amore e odio, tutto nell’ottica della “roba”, del denaro. Nessuno dei suoi personaggi anela a trascendere il quotidiano, tutti sognano di essere baciati dalla fortuna che non arride quasi mai. Tenta un atto eroico soltanto la protagonista di Lussuria, ma mal gliene incoglie, cioè nel film di Ang Lee muore mentre nel libro si lascia ambiguamente intravedere la speranza che riesca a sopravvivere.
Ma tant’è, le donne create da questa autrice anche se per lo più frivole, borghesi, vittime o carnefici che siano, portano tutte sulle spalle il fardello del tempo tragico in cui vivono, un fardello che pesa su di loro nel flusso dei piccoli fatti quotidiani che seguono supinamente, spesso con inconscia disperazione.

lupano-ho-servito-il-popolo-cineseE ora passiamo al libro di una giornalista italiana che parla e scrive cinese e che viene accolta come stagista nella redazione on line del “Quotidiano del Popolo”, lo storico organo di stampa del Partito comunista cinese, sua “lingua e bocca”. Sembra impossibile, una fandonia propagandistica. Eppure Emma Lupano l’ha fatto, con lo spirito di servizio di chi ha deciso di servire il popolo, perché scrive: “Se fare il giornalista come il partito comanda equivale a ‘servire il popolo’, allora lo ammetto, ho servito il popolo cinese”. L’ha fatto all’interno di una redazione tutta di giornalisti cinesi dove si è mossa con l’intelligente scioltezza di una nostra fidata “spia”, tentando di addentrasi nei misteri della censura, nelle contraddizioni di mutevoli linee propagandistiche. Ha esteso poi il suo compito di osservatrice a tutta la mappa dei media cinesi, dalla carta stampata al web passando per la televisione, illuminando con fasci di luce un universo di comunicazione che nell’era della globalizzazione di tutti i mercati pretende di costituire un caso a parte, una variante dell’informazione dai “colori cinesi”, gli stessi del suo bizzarro socialismo. In verità, del mondo dell’informazione cinese che ormai si qualifica come un’industria poco si sa, e con questo suo Ho servito il popolo cinese. Media e potere nella Cina di oggi (pp. 178, € 15, Brioschi, Sesto Fiorentino 2012), Lupano, che ha già vinto il premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli per la sua tesi di dottorato sui giornalisti freelance cinesi, è andata oltre i luoghi comuni che dipingono il sistema mediatico cinese come un monolite mummificato abile a far tacere qualsiasi voce indipendente osi levarsi, per poter poi così condannare la censura e l’oscurantismo di un sistema che è invece assai complesso e articolato, più di quanto si immagini. E ce lo fa conoscere una donna, perché le donne che scrivono non si interessano soltanto di questioni femminili. Ci mancherebbe altro.

renata.pisu@fastwebnet.it

R Pisu è giornalista