Andrej Platonov – Čevengur

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La nostalgia dell’utopia perduta

recensione di Maria Ferretti

Dal numero di marzo 2016

Andrej Platonov
ČEVENGUR
ed orig. 1988, trad. dal russo di Ornella Discacciati
pp. 512, € 26
Einaudi, Torino 2015

Andrej Platonov - CevengurPer chi vuol capire la rivoluzione russa, Čevengur, il capolavoro di Andrej Platonov, è più prezioso di molti libri di storia. Romanzo corale, poetico e struggente, Čevengur racconta la rivoluzione attraverso le voci, o piuttosto il balbettio, dei suoi più umili protagonisti, quei poveri e diseredati – gli ultimi fra gli ultimi – che nella Russia ancora contadina appena investita dalla modernità si affacciano, assetati di riscatto, sulla scena della storia per realizzare l’utopia di un mondo migliore. Scritta nella seconda metà degli anni venti, alla vigilia della grande svolta staliniana, l’opera, ricca di elementi autobiografici, finì sotto la scure della censura, perché l’immagine della rivoluzione, di cui nel 1927 si era solennemente festeggiato il decennale, era in stridente contrasto con la vulgata ufficiale che celebrava la rivoluzione operaia guidata dal partito annunciata da Marx. Accusato di nutrire simpatie anarchicheggianti e di estremismo di sinistra (Trockij era stato appena messo al bando), Platonov finì sulla lista nera, anche se, a differenza del suo amico Boris Pil’njak e di Isaak Babel’, gli fu risparmiata la vita.
Niente quadrava, in Čevengur. A cominciare dai protagonisti, che non sono gli operai coscienti dell’industria nascente, icona dei bolscevichi. I rivoluzionari di Platonov sono i vinti della storia, quell’umanità dolente e primitiva che popola la Russia profonda: contadini senza terra che la povertà ha costretto a lasciare i villaggi e che errano per il paese alla ricerca di un tozzo di pane, sognando un futuro migliore. Non sono più contadini, ma non sono ancora operai. I più fortunati si annidano ai margini delle città di provincia, dove l’arrivo della ferrovia spezza l’immobilità del tempo per far irrompere la modernità, creando nuove possibilità di lavoro e di stabilità. Sono le loro, le voci di saggezza antica del romanzo. Voci di padri che guardano con simpatia, seppur con qualche dubbio, i figli gettarsi a corpo morto nella rivoluzione, quei figli che stanno imparando a leggere e che chissà, forse qualcosa faranno. Come Zachar Pavlovič, il padre adottivo del protagonista principale, l’orfanello Saša – Aleksandr – Dvanov, alter-ego dell’autore. Sono entrambe figure di passaggio. Dopo aver visto impotente morir di fame la moglie e i figli, Zachar Pavlovič ha abbandonato la campagna per la città, dove lavora come bassa manovalanza alla ferrovia; ha raccolto Saša più morto che vivo e lo ha mandato a scuola perché diventasse operaio. Con la rivoluzione d’ottobre, Saša ha aderito al partito bolscevico, perché era quello che prometteva un mondo più giusto. Ma Saša non incarna il bolscevico caro alla propaganda. Non crede di avere una verità da imporre agli altri. Dubita. Non pretende di guidare le masse. Le ascolta senza giudicare. A Čevengur si metterà con umiltà al loro servizio per realizzare l’utopia in terra.

Amore, abbondanza e fratellanza

Ma anche l’utopia che uno sparuto gruppetto di rivoluzionari vuol costruire a Čevengur ha ben poco a che vedere con l’utopia bolscevica ispirata dal marxismo. Ricorda invece le antiche utopie millenaristiche di matrice cristiana assai diffuse nel mondo popolare russo, dove le sette mistiche che predicavano la ricerca della verità e la mortificazione dei corpi, l’apocalisse e l’avvento della nuova Gerusalemme, contavano ancora, all’inizio del Novecento, numerosi adepti. Lo stesso Platonov, ascetico e iconoclasta, aveva subito l’influenza del cristianesimo particolare delle sette, assai diffuse nella regione di Voronež, dove era nato e cresciuto.

L’esaltazione dello spirito sulla carne, il rigetto di tutto ciò che è materiale, percepito come fonte di corruzione, è uno dei fili conduttori della sua opera ed è presente in modo particolarmente marcato nei suoi scritti del periodo della rivoluzione e della guerra civile, dove il proletariato incarna il principio della purezza spirituale e la borghesia quello del bieco materialismo, fonte di tutti i mali. Questa visione si ritrova nell’utopia degli uomini di Čevengur, che sognano l’amore e la fratellanza, l’avvento di un regno d’abbondanza naturale in cui il sole lavorerà per tutti e tutti gli uomini godranno senza fatica dei frutti del creato, perché non ci saranno più i ricchi, avidi corrotti dalla passione per le cose materiali, ad accaparrarseli. L’utopia a Čevengur non verrà mai realizzata. Il romanzo è ambientato sul finire della guerra civile, fra il 1921 e il 1922, quando Lenin, davanti al dilagare delle insurrezioni contadine contro le requisizioni e alle proteste operaie, per pacificare il paese stremato da una spaventosa carestia adotta la Nep, la nuova politica economica che, reintroducendo alcuni elementi di mercato, consente una ripresa degli scambi e dell’economia. Per gli stessi bolscevichi che hanno creduto all’utopia del comunismo di guerra, è l’ora del disincanto e del disorientamento. Il sogno di un mondo nuovo a portata di mano si è infranto. È questo amaro ritorno alla realtà, la rinuncia all’utopia, che racconta la storia di Čevengur. Diseredati, semianalfabeti – gli ultimi degli ultimi –, ma di animo generoso, assetati di calore umano, i rivoluzionari di Čevengur hanno accolto con entusiasmo il verbo rivoluzionario, filtrandolo e riplasmandolo attraverso il loro povero bagaglio culturale e mentale: ne sono una spia straordinaria le parole storpiate di cui si nutre l’invenzione linguistica di Platonov (“cillula” al posto di “cellula”, “terni” al posto di “termini” e via dicendo), che girava con un taccuino su cui le annotava accanto ai ritagli di giornale, ampiamente usati anche questi nel testo. Hanno distrutto fino alle fondamenta il vecchio mondo, prendendo alla lettera l’ingiunzione ad annientare la borghesia, fucilata o costretta all’esilio. Hanno mandato in malora tutti i beni e lasciato decadere ogni produzione, nutrendosi dei frutti spontanei della terra da un pentolone comune fino all’esaurimento. Ridotti allo stato di uomini primitivi, dopo aver fatto tabula rasa hanno però riscoperto il lavoro come gesto d’amore verso il prossimo e ricominciato tutto da capo, a partire dall’invenzione del fuoco e dalla costruzione delle padelle di legno, perché il ferro non c’è. Quando però lo hanno riscoperto e avrebbero potuto costruire l’utopia, la città è stata espugnata e ricondotta all’ordine da un esercito senza volto, in cui è facile però riconoscere le armate bolsceviche all’ora della Nep.

Cevengur

Čevengur testimonia la nostalgia dello stesso Platonov per l’utopia perduta. Proprio per la sua visione del mondo, per il suo rigetto della materialità e dei compromessi, Platonov rifiutò la svolta della Nep, che rianimava ciò che odiava di più, l’antico interesse individuale; ed è per questa ragione che accoglierà la collettivizzazione, salvo poi raccontarla nello stesso modo, inaccettabile per il potere sovietico. La profonda empatia per i suoi personaggi, uomini inselvatichiti dalla fame e da una vita di stenti, il rifiuto di giudicare persino le azioni più folli dei suoi eroi, impediscono di leggere Čevengur come un’anti­utopia, come pur vuole una vulgata assai diffusa. L’idea dell’antiutopia è segno di un problema della ricezione dell’opera. Inaccettabile per il potere sovietico, la visione di Platonov lo era altrettanto per l’intelligencija sovietica che negli anni settanta la riscopriva e non riusciva a concepire che un grande scrittore potesse aver sinceramente aderito con tanta passione all’utopia rivoluzionaria. Soltanto negli ultimi anni, dopo il naufragio dell’Urss e la sbornia di liberalismo, gli studiosi russi hanno ricominciato a studiarlo e ripubblicarlo, accettandolo infine per quello che era: un rivoluzionario radicale, che voleva che il mondo di estrema violenza sociale della Russia zarista sparisse dalla faccia della terra perché gli uomini potessero costruire, anche sbagliando, un mondo migliore.

mariaferretti@libero.it

M. Ferretti insegna storia russa all’Università di Viterbo

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Nell’immediato secondo dopoguerra un uomo debilitato trascorreva gli ultimi anni della sua vita in una casa in legno all’interno del cortile dell’Istituto di Letteratura Gor’kij di Mosca. Sbarcava il lunario come portinaio e ramazzava il cortile per i quadri letterari dell’Unione Sovietica, che passavano davanti a lui ogni giorno. Quell’uomo era Andrej Platonovič Klimentov, meglio noto come Andrej Platonov, uno dei più grandi scrittori del Novecento russo…

La recensione di Andrea Gullotta pubblicata sul numero di marzo (on line l’articolo è accessibile agli abbonati dopo aver effettuato il login, o acquistando il .pdf di marzo 2016 nella sezione Shop del sito)

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