Bruno Cavallone – La borsa di Miss Flite

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La caccia e la preda

recensione di Alberto Mittone

dal numero di dicembre 2016

bruno-cavallone-la-borsa-di-miss-fliteI paesi anglosassoni da tempo indagano sul rapporto tra diritto e letteratura e circa 124 insegnamenti ne testimoniano l’interesse. In Italia l’attenzione non è così fitta, ma negli ultimi anni non sono mancate riflessioni su quel suggestivo rapporto, e tra queste meritano di essere ricordate quella di Remo Ceserani che ci ha lasciati da poco. I due universi, quello letterario e quello giuridico, si mantengono lontani: mentre il diritto codifica la realtà la letteratura libera le possibilità, mentre il diritto cerca la certezza la letteratura esplora, mentre il diritto è astratto la letteratura è concreta, mentre il diritto risolve il caso la letteratura pone problemi anche senza risolverli. Ciononostante, il diritto può essere presente nella letteratura in quanto a quel mondo la letteratura pone interrogativi, sotto svariati profili. E uno di questi, un profilo inaspettato, è percorso da un illustre docente di procedura civile, Bruno Cavallone, in La borsa di Miss Flite.
Ci si potrebbe attendere una rassegna, tecnicamente elegante, di aspetti giuridici presenti nella letteratura, colti in una dimensione più accademica che quotidiana. Nulla di tutto questo. L’autore utilizza strumenti eterodossi per analizzare gli aspetti anche psicologici e antropologici di quella macchina dagli ingranaggi sofisticati che è il processo. E le sue incursioni tra le pagine dei grandi autori e tra le immagini iconografiche ne forniscono lo sfondo.

Il paradosso di Pinocchio

Vengono denunciati alcuni paradossi, come quello di Pinocchio, non vittima di un giudice imbelle ma in realtà esso stesso autore del proprio destino, in quanto travolto dall’avidità e dall’illusione di poter ottenere vantaggi senza sforzo e senza meriti. Viene demitizzato un mondo con pillole di eccentricità, come i sacchi di documenti, simili a prosciutti, che in tempi passati oberavano le cause. Oppure con sinistra ironia, quando si ricorda il modo di comportarsi del giudice Bridoye di Rabelais, che per tutta la vita rese giustizia tirando i dadi, sbagliando una volta e per questo processato. L’ironia non è il mero ricordo di un personaggio letterario, ma la successiva riflessione: il giudice tirava i dadi ma studiava la causa, li tirava con metodo, e per questo i cittadini si fidavano di lui. I riferimenti al presente, alla casualità del procedere penale, all’esigenza di un criterio pur nella discrezionalità non stentano a farsi luce.

È il decidere che qualifica il processo, il suo momento finale raggiunto attraverso modalità codificate. Lo spazio, occupato in attesa del verdetto cioè del dire vero, ha una porta che ne simboleggia l’austerità, con la rievocazione obbligata di Kafka. Il tempo, che misura i passaggi, non è indefinito ma a termine perché la protrazione è segno di incapacità, e niente di più efficace della clessidra lo rappresenta. La convergenza dei vari fattori crea il fenomeno del rituale giudiziario, popolato da officianti e fedeli, austero ma anche vissuto nella corporalità delle persone che lo attivano o lo subiscono. Inaspettato e bruciante è il ricordare la corporalità della notificazione degli atti, con bastone e «mani» (dizione peraltro permanente nel lessico processuale). Tutte queste persone sono avvinte da un’«infezione virale» che le spinge, quasi le droga, verso il traguardo auspicato. E Miss Flite, personaggio dickensiano di Casa desolata, ne è immagine plastica e fornisce lo spunto al titolo. Questa signora, ossessionata da una causa civile che si protrae da anni, conduce alla perdita della ragione il protagonista pur di proseguire sulla strada giudiziaria. È una «fata malvagia», una persona che cosparge il contagio essendone lei stessa vittima. Il contagio però può colpire anche chi è suggestionato dal processo ed è convinto che quel rituale condizioni la sua vita. È disposto per questo a sovvertire le regole perché vive per quel risultato e solo a quello punta. È la storia di Alice o del processo kafkiano, è la storia più recente di alcuni processi drammatici, è la storia di pressioni esterne anomale sui processi, è la storia degli obiettivi extraprocessuali dei processi. È un obiettivo da respingere in quanto, come venne sottolineato da una altra penna giuridica eterodossa, Franco Cordero, «nel processo la caccia vale più della preda». Sarebbe opportuno ricordarlo sempre.

albertomittone@penalistitorino.it

A Mittone è avvocato e scrittore

La delicata ricerca delle prove: anche Sergio Chiarloni ha commentato La borsa di Miss Flite sul numero di dicembre 2016.

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