David Van Reybrouck – Congo

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La storia di un paese simile a un fiume

 recensito da Francesco Remotti

David Van Reybrouck
CONGO
ed orig. 2010, trad. dal nederlandese di Franco Paris
pp. 674, € 25,
Feltrinelli, Milano 2015

Uno dei luoghi di attrazione di Kinshasa, la capitale della Repubblica Democratica del Congo, è Mont Ngaliema, un’altura da cui si gode una vista meravigliosa sul grande fiume che si interpone tra Kinshasa e Brazzaville, la capitale dell’altra Repubblica del Congo. Il nome deriva da Ngaliema, il capo di un villaggio teke nella foresta, con cui Henry Morton Stanley stabilì un contratto di occupazione del territorio nel 1881. Sul Mont Ngaliema c’è il museo di etnologia, con una sala di esposizione intitolata a Joseph-Aurélien Cornet (primo direttore del museo e studioso dell’arte kuba): in questa sala, oltre a un centinaio di oggetti di arte africana tradizionale, si trovano anche, curiosamente, due enormi poltrone di Mobutu Sese Seko, colui che fu a capo dello stato dal 1965 al 1997. Sempre sul Mont Ngaliema c’era la residenza ufficiale del presidente Mobutu, interamente saccheggiata al momento della sua caduta. Tra il museo e la ex-residenza del presidente c’è poi il cosiddetto cimitero dei pionieri: i primi europei al seguito di Stanley, così come missionari e funzionari degli anni successivi, che non sopravvissero a incidenti e malattie. I saccheggi del 1997 hanno devastato alcune di queste tombe. Ma in una visita del 2011, nell’illustrare questo cimitero e, prima ancora, le statue dei sovrani del Belgio Leopoldo II e Alberto I, la guida parlava in maniera reverenziale di questi “antenati” europei, fondatori del Congo. Infine, dal centro città parte una grande arteria che conduce all’aeroporto di Ndjili: è il boulevard Patrice Lumumba, tuttora intitolato a colui che il 23 giugno 1960 aveva assunto la carica di primo ministro dello stato indipendente, a settembre dello stesso anno destituito dal presidente Joseph Kasavubu, a dicembre arrestato da Mobutu (nel frattempo divenuto presidente con un colpo di stato), e poi orrendamente assassinato il 17 gennaio 1961 nel Katanga, a causa di un complotto internazionale, ordito da Belgi, Cia, secessionisti del Katanga, e dallo stesso Mobutu, cioè da colui che era stato amico, segretario, alleato politico di Lumumba. In questi ultimi anni, il grande boulevard Lumumba è stato affidato a imprese cinesi che, tra molte altre cose, provvedono al suo ampliamento e ammodernamento, in base a un più generale accordo di cooperazione tra l’attuale presidente Joseph Kabila e la Repubblica Popolare della Cina.

Questo breve spaccato della Kinshasa di oggi, che si porta dietro tracce di un passato lontano e meno lontano (dall’accordo tra Stanley e Ngaliema a quello tra Kabila e i cinesi, passando attraverso i protagonisti del periodo coloniale e post-coloniale), è per introdurre il libro di David Van Reybrouck con un primo tema: la storia del Congo è davvero simile al grande fiume che attraversa il suo territorio; ci troviamo dentro di tutto, anche le contraddizioni più strane: “mescola elementi e sovrappone senza sosta una traccia all’altra, senza cancellarne definitivamente la memoria” (così scrive Guido Caldiron sul “Manifesto”). Non per niente il libro di Van Reybrouck inizia proprio con l’immagine del fiume che, con le sue acque limacciose, si addentra per diverse centinaia chilometri nell’oceano, ed è esso stesso ampio, lungo (quasi 700 pagine), vorticoso, pieno di dettagli, di ricostruzioni di vita vissuta, oltre che di vicende politiche e storiche di grande rilievo. Del fiume l’autore (scrittore, giornalista, studioso di storia e di archeologia) ha saputo rendere il fluire, a tal punto che il lettore si sente immerso e trascinato: “Una volta entrato in questo libro non ti dai pace finché non lo termini” così afferma Roberto Saviano su “L’Espresso”, il quale non esita a definire questo libro un capolavoro, “un’opera gigante”. Sulla grandiosità del libro e, nello stesso tempo, della realtà che esso descrive insiste anche Adriano Sofri (“la Repubblica”): nel bene e nel male, nelle risorse come nelle penurie e nelle disgrazie, è come se il Congo fosse sempre eccessivo. Non per niente, la traduzione inglese reca come titolo Congo: The Epic History of a People, salvo il fatto che per la recensione di Adam Schatz sulla “London Review of Books” è stata scelta un’espressione francese che ha ben poco a che fare con la grandiosità, e che esprime invece molto bene l’autoironia di cui anche i congolesi che incontri per la strada si dimostrano molto spesso capaci: ça va un peu. Un’espressione del resto che fa perfettamente il paio con la débrouillardise, l’arte di sbrogliarsela, a cui sono obbligati dalle loro condizioni di vita (il famoso articolo quinze di una fantomatica costituzione).

slide_25Il libro di Van Reybrouck ha avuto una vasta risonanza internazionale. Per parlare adeguatamente di questo libro non si può evitare di chiedersi quali siano i motivi del suo successo. Su una grande padronanza espositiva, su una storia narrata con stile e sapienza letteraria, sulla capacità di sapere rendere situazioni, vicende, personaggi tratti molto spesso dalla vita di tutti giorni molti hanno già scritto. Ma questi sono i mezzi e gli espedienti: forse la domanda va diretta anche ai contenuti della storia narrata. Questione di esotismo? I lettori si sentono forse attratti dalle vicende di un paese che appartiene ad altri mondi, ad altre culture, o non si avverte invece un legame profondo, come se parlando del Congo, si ponesse in questione (forse più che in altri casi) l’intreccio reciproco; come se il Congo, con la sua stessa origine, formazione, con i suoi drammi e le sue disperazioni, fornisse a noi stessi un’immagine, anche un po’ deformata, in cui rispecchiarsi; come se le sue stesse deformazioni e gli stessi eccessi fossero gli indizi più preziosi di un destino in cui noi stessi siamo coinvolti e di cui a lungo siamo stati protagonisti.

Ma la domanda relativa al fascino esercitato dal Congo non riguarda soltanto i lettori del magnifico libro di Van Reybrouck: riguarda anche e in primo luogo il suo autore. Leggendo il suo libro, potremmo trovare un’infinità di motivi, soprattutto quelli che nascono dal contatto diretto con la gente comune trovata a Kinshasa o in altri posti del paese e che hanno saputo fornirgli stimoli preziosi per evitare, come egli dice espressamente, il rischio di una visione eccessivamente euro-centrica. Non mi pare tuttavia che Van Reybrouck tenti una risposta più generale e sintetica a questa domanda, se non quella di avere preso in considerazione la possibilità (lui, belga) di scrivere questo libro “sulla turbolenta storia del paese”, in relazione al cinquantesimo anniversario dell’indipendenza del Congo. Si può allora forse azzardare una risposta (null’altro che un’ipotesi) tra le molte che si potrebbero tentare, sottolineando l’eccezionalità storica dell’impresa Congo, la sua grandezza e la sua miseria. A parte il ricordo del regno del Congo (quello in cui i Portoghesi si erano imbattuti nel 1482 e che da subito, sfortunatamente, si aprì all’Europa e al cristianesimo), il Congo moderno appare come un frutto succulento e meraviglioso, dovuto a una strana e quasi sempre drammatica, spesso violenta, combinazione di natura e di storia. Ostacoli terribili da sormontare (esemplare la figura di Stanley) e, nel contempo, straordinarie risorse da sfruttare, a mano a mano che venivano scoperte: ce magnifique gâteau africain, così appariva agli occhi avidi del sovrano di un piccolo regno europeo, Leopoldo II del Belgio, il quale dimostrò un “genio sfrontato” nel mettere in piedi, come sua proprietà personale, lo stato libero del Congo (1885-1908). Van Reybrouck non si esime affatto dall’illustrare le dimensioni del massacro perpetrato in Congo, soprattutto allorquando, dopo l’avorio, in tutto il mondo la domanda di gomma salì alle stelle. Ma è significativo come egli prenda le distanze dal libro di Adam Hoschild su Leopoldo II, un libro che “sta a galla più per la sua capacità di indignarsi che per il senso della sfumatura”, come ridimensioni in misura drastica la figura di Lumumba (un perdente ingenuo e incapace), e come invece sottolinei positivamente gli sforzi unitari e costruttivi del primo decennio del regime di Mobutu (1965-1975). Suppongo che Van Reybrouck sia portato ad apprezzare il formarsi storico del Congo: questo tentativo di costruire uno stato, nonostante le enormi difficoltà naturali ed etniche. Ciò che l’ha affascinato è la maestosità di questo processo, proprio in virtù degli ostacoli che ha dovuto affrontare e che ancora incontra. La sua visione è di chi si dispone nel senso della corrente storica: non per niente, riconsiderando la vicenda del Congo, egli dichiara di essere pessimista sul breve periodo e ottimista sul lungo periodo. Una visione alla Hegel, potremmo dire. Senza dimenticare però che esiste anche uno sguardo opposto, “contro corrente”, come Walter Benjamin aveva teorizzato e come diverse culture del Congo, riflettendo sui propri fiumi, hanno a loro volta messo in luce.

francesco.remotti@unito.it

F. Remotti è professore emerito di antropologia all’Università di Torino

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