Serge Gruzinski – Abbiamo ancora bisogno della storia?

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Se l’accademia si autoconfina

recensione di Federico Paolini

dal numero di febbraio 2017

Serge Gruzinski
ABBIAMO ANCORA BISOGNO DELLA STORIA?
Il senso del passato nel mondo globalizzato
ed. orig. 2015, trad. dal francese di Maria Matilde Benzoni
pp. VII-151, € 18
Raffaello Cortina, Milano 2016

Serge Gruzinski - Abbiamo ancora bisogno della storiaDopo dieci anni trascorsi a scienze politiche, ritrovatomi a insegnare in un dipartimento in cui prevalgono discipline storico-artistiche e archeologiche, inizialmente avevo deciso di impostare l’insegnamento come un tradizionale corso di storia contemporanea. Mi sono accorto presto, però, che qualcosa non tornava: l’attenzione dei presenti si concentrava, sempre più spesso, sugli smartphone. Il problema – ho appreso chiedendo agli studenti – era la distanza (leggasi: disinteresse) avvertita nei confronti di un approccio che poneva al centro le dinamiche storico-politiche, da loro percepite come residui di un altrove storico, di cui non riuscivano a definire i contorni e a comprendere i contenuti. Nel tentativo di dimostrare agli studenti che abbiamo ancora bisogno della conoscenza storica, ho provato allora a percorrere altre strade cercando di dimostrare loro che il tempo presente è il prodotto di complesse interazioni occorse fra le diverse regioni della terra in una prospettiva di lungo periodo.
Perciò, non è stato difficile entrare in sintonia con questo volume di Serge Gruzinski (direttore di studi presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales dal 1993, docente di storia dell’America iberica coloniale e storia globale) dedicato al “senso del passato nel mondo globalizzato”. Non si tratta, come avverte l’autore, di un saggio storiografico, bensì di un pamphlet il cui obiettivo è quello di indicare alcune chiavi interpretative per provare a (ri)connettere i giovani europei – sempre più appiattiti sul presente e immersi in società multiculturali e globalizzate – con lo studio del passato.

Ricostruire le connessioni globali

A differenza di altre due recenti uscite bibliografiche dedicate alla storia globale (Eric Vanhaute, Introduzione alla World History, il Mulino, Bologna 2015; Sebastian Conrad, Storia globale. Un’introduzione, Carocci, Roma 2015: crf. “L’Indice” 2016, n.3), Gruzinski non cerca né di offrire una lettura esaustiva dello stato dell’arte storiografico, né di assegnare alla world history il ruolo di avanguardia illuminata all’interno degli studi storici. Al contrario, non risparmia critiche all’impostazione accademica delle discipline storiche, sempre più parcellizzate in compartimenti stagni non dialoganti fra loro e impegnate in dibattiti che, a suo dire, «mirano più spesso a ridefinire settori (…) indeboliti che a mettere in discussione le abitudini accademiche».

Così, in un continuo zigzagare fra il tempo presente e il passato, l’autore auspica il superamento dell’eurocentrismo mediante l’adozione di una prospettiva attenta a ricostruire le connessioni globali (sottolineando l’importanza della prima età moderna per la comprensione dell’attualità) e, al tempo stesso, difende il ruolo storico dell’Europa dalle critiche degli studi culturali e postcoloniali poiché, si legge nella prefazione di Maria Matilde Benzoni: «Piaccia o no, quest’ultima ha consentito di far circolare forme di rappresentazione, lingue, concetti, tecniche e pratiche che costituiscono ancor oggi un incontrovertibile quanto controverso quadro di riferimento in comune per il mondo globalizzato». Per dimostrare che, nonostante le imponenti trasformazioni imposte dalla globalizzazione (il ritorno della Cina, il risveglio dei mondi islamici, l’espansione dei grandi paesi emergenti, la rivoluzione digitale…), la storia non ha perso la propria ragion d’essere, Gruzinski costruisce una complessa rete di connessioni facendo muovere le sue analisi da argomenti all’apparenza bizzarri e assai poco frequentati dagli storici europei: i dvd piratati di film asiatici venduti sulle rive del fiume Tapajos nello stato di Parà; i viaggi di scoperta di Zheng He e i film di Zhang Yimou; i documentari di Aleksandr Sokurov; le opere del brasiliano Carlos Gomes, rappresentate con successo a Città del Messico come nei teatri italiani (la Scala di Milano e il Pagliano di Firenze).
In questo modo, Gruzinski riesce efficacemente ad abbandonare la teoria per passare alla pratica della storia globale, connettendo i diversi punti di vista locali in una trama narrativa che li interfaccia con una fitta pluralità di realtà esterne. Riuscendo, così, a superare “i muri che stringono la dimensione locale”: poiché, spiega l’autore, «è sufficiente che si sviluppino circolazioni in tutte le direzioni perché il territorio cessi di rappresentare l’eterno porto di origine, il luogo del ritorno obbligato, il cordone ombelicale da non recidere mai, perfino il santuario della purezza etnica».

Il tentativo di Gruzinski riesce ad essere efficace e convincente proprio perché dimostra che è possibile superare l’“accademismo convenzionale” – individuato come un “autoconfinamento” che fa perdere credibilità alle discipline storiche compromettendone il ruolo pubblico – ricorrendo alle letture offerte dalle molteplici culture contemporanee (la musica, il cinema, l’arte, il teatro…) che «propongono (…) uno sguardo critico e costruttivo del quale più che mai abbiamo bisogno».

federico.paolini@unina2.it

F Paolini insegna storia contemporanea all’Università degli studi della Campania

Il senso del passato nel mondo globalizzato: sul numero di febbraio 2017 anche Giuseppe Marcocci commenta il saggio di Serge Gruzinski  (articolo riservato agli abbonati, per acquistare la copia clicca qui.)

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