Kent Haruf – Le nostre anime di notte

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Qualcosa di piccolo, coraggioso, ribelle

recensione di Cinzia Schiavini

dal numero di giugno 2017

Kent Haruf
LE NOSTRE ANIME DI NOTTE
ed. orig. 2016, trad. dall’inglese di Fabio Cremonesi
pp. 171, € 14,45
NN Editore, Milano 2017

Kent Haruf - Le nostre anime di notte“Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me”. Inizia e sembra un incontro di solitudini, l’ultimo romanzo di Kent Haruf, Le nostre anime di notte. Siamo sempre a Holt, la cittadina del Colorado che i lettori di Haruf abitano ormai come fosse la propria. Addie Moore è sulla settantina, vedova da diversi anni, con un figlio a Denver in crisi col lavoro e con la moglie; Louis Waters è un coetaneo come lei vedovo, riservato vicino di casa che Addie in verità conosce poco, ex- professore del liceo locale, le giornate lente che passano fra la cura dell’orto, le piccole commissioni, qualche incontro al bar con gli amici, i contatti saltuari con una figlia amata e lontana. Inizia e sembra un incontro di solitudini, ma piano piano diventa una storia d’amore delicata e struggente, con un affetto che da racconto di sé e del proprio passato, sussurrato all’altro la notte, nell’intimità di un letto condiviso con uno sconosciuto, si allarga ad abbracciare, e a tentare di salvare, altre solitudini, a lenire altri dolori. Da Ruth, l’anziana vicina di casa che Addie aiuta come una figlia, a Jamie, il nipote di Addie, in balia di separazioni e abbandoni. Intorno, come un moderno coro greco, la cittadina e i suoi mormorii, le sue chiacchiere, i suoi giudizi e pregiudizi e il suo finto perbenismo, che mal vede due vedovi che cercano di avvicinare emozioni e vite. Ma se nell’ultimo capitolo della Trilogia della pianura, Benedizione (NN, 2015), Haruf seguiva una storia di riconciliazioni avvenute e mancate in seno alla famiglia Lewis, nel dramma del difficile ma ineluttabile incombere di una morte annunciata fin dalle prime righe, qui Haruf completa il circolo di un racconto in cui gli affetti sono sentieri che divergono dalla strada principale, da quella famiglia tradizionale che già in Benedizione l’autore vena di frizioni e rotture e apre ad abbracciare altre vite.

Coraggio e compassione

Queste vite, e questo amore maturo, segnano tutta la trilogia, seguendo ad esempio la strada che conduce alla fattoria dei fratelli McPheron e di Victoria, la diciassettenne da loro accolta. O nel percorso che lega a questi Maggie Jones, con il padre anziano da accudire, e Tom Guthrie, lasciato dalla moglie con due figli e una nuova vita da inventare. Legami, atipiche famiglie, fuori dai percorsi prestabiliti della small town, rivoluzionarie nel loro plasmarsi seguendo il corso degli affetti invece che delle convenzioni o degli egoismi. Perché è indubbio che dietro alle solitudini, parole e notti di Addie e Louis, si sentono forti le voci fuori dal coro della Trilogia della pianura, di una comunità dell’America profonda che potrebbe essere di cent’anni fa ed è invece oggi; una comunità che pare immobile, spesso indurita da isolamento e abitudine, mentre il tempo incombe, qui più che mai, sui protagonisti, che cercano di strappare felicità per sé, per l’altro e gli altri, prima che sia troppo tardi.

Forse un po’ esagerando, Haruf è stato paragonato ai grandi nomi della narrativa americana moderna e contemporanea: a William Faulkner, a Raymond Carver, a Cormac McCarthy. Di Carver, Haruf abbraccia lo stile asciutto, essenziale, quel minimalismo che è di parola ma non d’emozione; con Faulkner Haruf condivide l’abilità di cucire sulla pagina una comunità di carta che è difficile credere non sia reale. Ma di Carver ad Haruf manca la quieta e inquieta disperazione dell’urlo che non emette suono; e di Faulkner l’epica di passione e decomposizione degli ultimi e degli esclusi. E se alcuni scenari di vita possono far ripensare a McCarthy, mancano però in lui gli apici della tragica violenza che fanno a pezzi legami e individui. Perché c’è un tratto distintivo che è fin da subito evidente, e che lega Haruf ai suoi mondi: nel suo osservare distaccato e nel suo essenziale raccontare, l’autore ama i suoi personaggi di un affetto semplice e viscerale, e invita il pubblico a fare altrettanto. Quello di Haruf è un mondo in cui la speranza non soccombe alla desolazione; in cui alla fine i buoni, anche se non vincono, riescono a tenere vivi i loro sentimenti, la loro umanità, a non inaridirsi davanti al claustrofobico universo che li circonda, come forse, in una ambiguità di finale a cui Haruf non ci aveva abituato, succede anche in Le nostre anime di notteNon è facile guardare dritti in faccia l’amore, il dolore, la vecchiaia, la morte. Il coraggio di Haruf sta nel dirci l’America profonda per quello che è, ma nel farlo unisce cuore e parola, senza temere di essere con-passionevole, e di chiederci di fare altrettanto. Con sincerità, senza il rischio di essere tacciato di elegia dei buoni sentimenti; perché questa compassione non significa, non assicura assenza del dolore e lieto fine, anzi. Perché Haruf spoglia qualsiasi parola, qualsiasi azione, di retorica. Con una narrazione in chiave minore perché minori, quotidiane, sono le storie e i drammi, Haruf restituisce una nuova, piccola anima e un nuovo significato a possibilità che sono state spogliate della loro forza e ridotte a frasi fatte, a cominciare dal “non è mai troppo tardi” di Le nostre anime di notte. Qualcosa di piccolo; ma a suo modo coraggioso e ribelle.

cinzia.schiavini@gmail.com

C Schiavini è assegnista di ricerca in letterature comparate all’Università di Pescara

Sull’Indice di giugno anche la traduttrice Monica Pareschi e Marco Petrelli hanno commentato Le nostre anime di notte.

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