Orhan Pamuk – La stranezza che ho nella testa

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Con gli occhi di un venditore di boza

recensione di Ayşe Saraçgil

Dal numero di febbraio 2016

Orhan Pamuk
LA STRANEZZA CHE HO NELLA TESTA
ed orig. 2013, trad. dal turco di Barbara La Rosa Salim
pp. 574, € 22
Einaudi, Torino 2015

Orhan Pamuk - La stranezza che ho nella testaIl sottotitolo del nuovo e atteso romanzo di Pamuk sintetizza la trama come in un manifesto pubblicitario: “La vita, le avventure, i sogni, gli amici e i nemici di Mevlut Karataş, venditore di boza, nonché una panoramica della vita di Istanbul tra il 1969 e il 2012, raccontata dal punto di vista dei suoi cittadini”. Il lettore viene così introdotto a una sorta di Bildungsroman, costruito intorno a un venditore ambulante e a Istanbul, invasa e profondamente trasformata da lui e da altri milioni come lui nel corso dei quarantatré anni narrati. L’albero genealogico della famiglia del protagonista apre il libro e un indice dei nomi e una cronologia lo chiudono. Scrivendo quasi sempre in terza persona, Pamuk mantiene la cifra di un romanzo classico, permettendo al lettore di stabilire legami emotivi con i personaggi. D’altra parte la narrazione intessuta di fatti, di eventi raccontati con attenzione dettagliata, richiama talvolta il realismo sociale, talvolta un’epica; ma il libro è anche una cantata per molte voci; i personaggi vicini a Mevlut raccontano la loro porzione della sua storia in prima persona, contribuendo a una rappresentazione corale delle trasformazioni di Istanbul.
Mevlut nasce nel 1957 in Anatolia, in un villaggio molto povero nella provincia di Konya, distante circa settecento chilometri da Istanbul. Viene a dodici anni nella “capitale del mondo” per continuare gli studi e aiutare il padre a vendere yogurt e boza per le strade della città. Di bell’aspetto, di corporatura robusta ma elegante, viso pulito, innocente, sguardo attento e intelligente, modi gentili, Mevlut piace a tutti, in particolare alle donne. Nulla riesce a scalfire il suo ottimismo, tanto che viene spesso scambiato per un ingenuo.

Rapimento con inganno

Il capitolo introduttivo tratteggia la trama del romanzo partendo dai decisivi anni ottanta: deludendo le aspettative di una Turchia più benestante e più democratica, i militari erano intervenuti per la terza volta con un colpo di stato per facilitare l’implementazione di politiche liberiste. Nel 1982 anche il destino di Mevlut era cambiato: appena compiuti venticinque anni aveva rapito, con l’aiuto del cugino Süleyman, la consenziente ragazza dei suoi sogni. Si erano visti e scambiati un fugace sguardo tre anni prima, durante il matrimonio del cugino Korkut. Lei era una delle due sorelle della sposa. Innamorato perdutamente di quegli occhi meravigliosi, Mevlut per tre anni aveva scritto lettere piene d’amore a Rayiha, il nome appreso da Süleyman, fratello di Korkut. La felicità di trovarsi finalmente accanto all’amata si trasforma però in delusione non appena Mevlut vede il viso della ragazza con cui è fuggito, scoprendo così di essere stato ingannato: Rayiha era la sorella maggiore di colei che gli aveva ispirato le lettere.

Venditore ambulante nei pressi del ponte di Galata, a Istanbul

Malgrado l’inganno e la delusione subiti, Mevlut rimane in silenzio e accetta di buon grado il proprio destino. Porta Rayiha a Istanbul e la sposa. Non tace però per rassegnazione; Mevlut, come l’eroe di una romanza mistica, aveva riconosciuto nella passione non ripagata la possibilità di approfondire la conoscenza del disegno divino. Accoglie Rayiha con la gratitudine con cui si riceve un dono inatteso, fiducioso di trovare in lei la risposta ai suoi più profondi bisogni. Porta la giovane moglie in un appartamentino di un vecchio quartiere dove, prima delle aggressioni e razzie del 1955 e degli espatri forzati del 1964, vivevano famiglie armene e greche. La coppia ha due figlie e insieme trascorre una vita felice, intessuta di un amore tenero, piena di solidarietà e di comprensione.

Con lo stesso spirito Mevlut accoglierà il liberismo e il suo bagaglio di precarizzazione delle vite umane come dello spazio urbano, lasciati in balia dei capricci del mercato, senza più protezioni e regolamentazioni. La prima caotica crescita di Istanbul fu provocata dalle esponenziali migrazioni degli anni tra il 1950 e 1980. Mevlut segue questi primi cambiamenti dal gecekondu, ovvero la casa abusiva che il padre, come facevano in quegli anni tutti coloro che si trasferivano in città, aveva costruito sul terreno demaniale fuori dai confini urbani. Diversamente però dalla maggioranza dei gecekondu, che seguendo i bisogni dei loro abitanti si ingrandivano, il loro rimase con una sola, primitiva stanza, un frammento nel mare di quartieri che continuavano a nascere e crescere, conquistando illegalmente tutte le colline circostanti che riempivano con i colori e le forme di vita portati dall’Anatolia rurale. Arrivati in città con un bagaglio fatto di determinazione, capacità di adattamento, e sogni di benessere, questi ex-contadini furono raggiunti negli anni novanta dai curdi, dagli alaviti, che fuggivano alle aggressioni etnico-religiose, da rapaci uomini di affari e da bande di criminali che fiutavano nuove opportunità.
Il numero degli abitanti di Istanbul, che giorno dopo giorno si faceva più estranea, ostile e violenta, arrivò dal milione e 533 mila del 1955 ai più di quattordici milioni del 2012, il 18,5 per cento della popolazione nazionale, proveniente da ben ottantadue diversi capoluoghi. L’esponenziale aumento della popolazione rese lo spazio l’elemento più prezioso e l’edilizia l’attività più redditizia. Un vasto condono permise a chi aveva costruito gecekondu occupando illegalmente lotti demaniali di ottenerne la proprietà, e di cederla poi ai costruttori edili in cambio di un certo numero di appartamenti negli alti condomini in cemento armato che avrebbero fabbricato. Molti poveri di una volta furono così trasformati in esponenti di una nuova classe media urbana, ammassata però in condomini di bassa qualità concentrati in periferie anonime con scarse infrastrutture.

La “stranezza” che ha nella testa

DSC_0053Pamuk ha affermato che il romanzo non è la sua trama. I passi di Mevlut, rimasto fedele a se stesso e al rapporto che aveva stabilito con la città mentre camminava con il giogo sulle spalle accanto al padre, trasformano in vita vissuta gli eventi della trama. Attraverso Mevlut, costretto a sperimentare mille mestieri, incontriamo le più svariate persone, assistiamo al caotico processo attraverso il quale la popolazione, che ha perso la tradizionale protezione dello stato ma si è anche liberata dal suo soffocante controllo, si reinventa. Istanbul con il suo millenario passato cosmopolita e tollerante è il palcoscenico ideale di tale processo e delle questioni etniche, religiose, di genere che porta con sé. Mevlut su questo palcoscenico continuerà, seppure senza più un profitto a giustificarlo, a vendere boza (bevanda a bassa gradazione alcolica) camminando di notte come faceva con il padre, gridando come lui, con una voce intensa e malinconica. In quei primi tempi famiglie borghesi, come quella di Pamuk, sentendo questo grido avrebbero invitato il venditore nel loro appartamento e comprato, scambiando con lui qualche chiacchiera, l’amata bevanda. Nella Istanbul trasformata Mevlut continua questa attività spinto dalla “stranezza” che ha in testa, fatta di sogni, di tante domande che cercano le loro risposte nelle vecchie strade, negli occasionali, nostalgici inviti dalle case. Nel creativo caos di Istanbul, Mevlut assume l’apparente neutralità del suo autore, respinge le opinioni militanti per riflettere sulla modernità della città, sugli interrogativi identitari della nazione. Fenomeni economici, politici, demografici hanno integrato in essa le masse religiose condannate alla marginalità dalle élite laico-repubblicane. Pamuk, figlio di queste élite, abbandona la consueta collocazione nel centro della vecchia città, assume la prospettiva periferica di Mevlut e con i suoi occhi accoglie le forme, le luci, tanto attraenti quanto terrorizzanti della nuova megalopoli.

asaracgil@gmail.com

A. Saraçgil insegna lingue, letterature e culture comparate all’Università di Firenze

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