Salman Rushdie – Due anni, otto mesi e ventotto notti

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Oltre il giardino la guerra dei mondi

recensione di Joel Kuortti

Dal numero di gennaio 2016

Salman Rushdie
DUE ANNI, OTTO MESI E VENTOTTO NOTTI
ed. orig. 2015, trad. dall’inglese di Lorenzo Flabbi,
pp. 292, € 22
Mondadori, Milano 2015

RushdieDodicesimo tra i romanzi di Salman Rusdhie, Due anni, otto mesi e ventotto notti compie viaggi fra i reami del fantastico e della quotidianità, mescola fiaba e realismo magico seguendo elaborati schemi, in una maniera tutta à la Rushdie. Con le sue duecentonovantadue pagine è, poi, piuttosto breve per essere un romanzo di Rushdie. Il titolo evoca Mille e una notte e così pure I figli della mezzanotte (Garzanti, 1987) con quel gioco di numeri: mille e uno. Il racconto principia con una jinnia, o jinniri, Dunia, giunta dal paese delle meraviglie, il Peristan, e con le sue pressanti richieste sessuali a Ibn Rushid (ovvero, Averroè), a Cordova, nel 1195. Rushid è uomo dedito alla logica, alla razionalità e alla scienza ma quando “l’orda di bambini sfornata dai lombi della sua amata Dunia” viene al mondo egli non si cura di loro, né si decide a sposarla, né tanto meno vuole che i bambini prendano il suo cognome. Questo basta a Dunia per accusarlo d’incoerenza: un’accusa grave per un uomo estremamente razionale.
La cornice mitica e storica dell’incipit lascia il posto ben presto a un’ambientazione da principio del terzo millennio, quando l’ex bombayta Raphael Hieronymus Manezes – che nel frattempo si aggira sotto lo pseudonimo di “Mr Geronimo il Giardiniere” e si bea dell’incidentale “allusione al grande capo indiano” – si ritrova a osservare la devastazione che una tempesta durata tre giorni ha modellato sulla tenuta l’Incoerenza, di proprietà dei Bliss, a New York. Ciò che lo riempie di costernazione, tuttavia, è la sua nuova innaturale andatura: “i suoi piedi non toccavano più terra”. Come Saladin e Gibreel in I versi satanici, si trova a comparare levità e gravità, ma senza trarne alcun giovamento, questo perché è un uomo concreto, un superstizioso non-credente che, come i figli di Dunia, appartiene “alla schiera di bastardi sgusciati via dal lato sbagliato del letto”.

Caos e meraviglie

In seguito, i due mondi – quello delle meraviglie e quello degli umani – entrano in contatto, poiché si aprono fenditure tra i regni che permettono di viaggiare dall’uno all’altro. L’influenza dei jinn e delle jinnie si fa sentire ovunque “nella vita di tutti i giorni”: cose meravigliose divengono visibili, e il caso, l’eterno principio nascosto nell’universo, si congiunge “con l’allegoria, il simbolismo, il surrealismo e il caos”. Tra le meraviglie vanno annoverati poteri magici simili a quelli dei bambini della mezzanotte, ma la loro magia non è un’allegoria della nazione, bensì qualcosa di più caotico e di più furfantesco, qualcosa di simile alla rabbia vendicativa di Sufia Zinobia in La vergogna (Garzanti, 1991). Da qui scaturisce la Guerra dei Mondi.

Salman

Salman Rushdie

Nonostante si stia cercando qui di sottolineare le somiglianze tra i vari romanzi di Rushdie, ciò non implica che non si tratti di opere originali. Anzi, è proprio il contrario. Se considerati tutti insieme, essi costituiscono, infatti, un universo romanzesco in cui si ritrovano temi e tecniche familiari. Temi quali l’ibridismo e l’impollinazione transculturale, l’esilio, o la lotta fra il sacro e il profano; tecniche quali l’intertestualità, l’intermedialità, i giochi di parole e il pastiche forniscono a questi romanzi caratteristiche che sono facilmente riconoscibili come tocchi à la Rushdie. Persino il narratore si prodiga, per esempio, in commenti ironici sul realismo magico e sull’illusorietà della finzione, secondo i tipici canoni della metanarrazione.

Per leggere Rushdie occorre munirsi di una certa dose di pazienza poiché lo scrittore non garantisce al lettore un ingresso agevole in medias res. Il testo sovrappone strati temporali diversi, narrazioni, luoghi e linguaggi. La costruzione della frase è tortuosa e disseminata di allusioni e divagazioni. La linea di confine tra cultura alta e bassa sembra svanire e, per fare un esempio, ci s’imbatte in un raffronto tra la filosofia di Spinoza e un film di Woody Allen. A livello linguistico, poi, la retorica più raffinata circonda delle banalità, forme grammaticali perfette scadono nell’errore, passaggi assolutamente idiosincratici si alternano a vari linguaggi mescolati tra loro in modo ibrido.
Due anni, otto mesi e ventotto notti per tutta la sua magicry somiglia ad Harun e il mar delle storie (Mondadori, 1991) – o persino a Grimus (Mondadori, 2004) – forse più di qualsiasi altro romanzo di Rushdie. Le persone comuni, come Mr Geronimo, o come il fallito autore di graphic novel, Jimmy Kapoor, divengono eroi della Guerra dei Mondi, venerati, persino dopo mille e più anni, per aver posto le basi “perché potesse finalmente avere inizio un’epoca nuova e, lo crediamo fermamente, migliore”.
Il romanzo di Rushdie rappresenta uno scossone per coloro i cui sensi si erano atrofizzati per un’eccessiva esposizione alla quotidianità, per coloro che facevano fatica persino ad accettare di essere entrati in un’età delle meraviglie, e ancor meno sapevano come fare a vivere in un tempo simile. Si tratta, quindi, di una “chiamata” laica per le persone comuni, per far comprendere come la sconfitta delle forze oscure sia un atto da supereroi ma anche che il supereroe si annida in ciascuno di noi.

Infine, una delle metafore portanti dell’intero romanzo è una citazione dal Candide di Voltaire, “Bisogna coltivare il proprio giardino”, cosa che Geronimo arriva a rielaborare in termini blakeiani come il matrimonio tra cielo e inferno. La morale della favola sembra suggerire che se qualcuno si eleva al di sopra della quotidiana cura del giardino questi potrebbe compiere imprese straordinarie. Nella Guerra dei Mondi non sarebbe certo un risultato di poco conto.

Traduzione dall’inglese di Carmen Concilio

juhkuo@utu.fi

J. Kuortti è presidente della Rushdie International Society

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