Santo Peli – Storie di Gap

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Ricostruzione e demistificazione

 recensione di Guri Schwarz

dal numero di febbraio 2015

Santo Peli
STORIE DI GAP
Terrorismo urbano e Resistenza
pp. 280, € 30
Einaudi, Torino 2014

Secondaria sul piano bellico, ma pregna di rilevanza sotto il profilo simbolico, l’esperienza dei gappisti è stata tramandata dalle memorie dei protagonisti, celebrata nel culto mitizzante degli eroi e dei martiri, strumentalizzata da chi negli anni settanta aveva bisogno di modelli di terrorismo e guerriglia urbana cui ispirarsi, oppure condannata in modo superficiale da coloro che volevano screditare la Resistenza. Eccezion fatta per alcune, sia pur importanti, pagine di Claudio Pavone, o alcuni casi di studi locali, sono mancate fino a oggi adeguate analisi storiche del fenomeno. Con Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza questa lacuna può finalmente dirsi colmata.

Quella offerta da Peli è una ricostruzione rigorosa e attenta, che mostra la vera faccia del gappismo e dei gappisti liberandoli da incrostazioni mitologiche e strumentalizzazioni di parte. Ci offre finalmente un quadro critico che consente di leggere un’altra dimensione della guerra civile, ricostruendo (attraverso un delicato intreccio di memorialistica e documentazione d’archivio) non solo genesi e sviluppi delle strutture gappiste, l’evolversi delle strategie d’azione e la reazione degli apparati repressivi nazisti e fascisti, ma anche le emozioni e i drammi esistenziali dei protagonisti.

Oggetto della ricerca è tanto il fenomeno politico e militare nel suo insieme, quanto i vissuti e le esperienze dei gappisti. Anzi, da un certo punto di vista si può sostenere che il secondo elemento sia talora prevalente e questo è in qualche misura testimoniato dalla scelta del titolo: “storie di Gap” e non “storia dei Gap”. Una scelta che l’autore motiva in relazione all’impossibilità di operare una sintesi generale in assenza di un adeguato retroterra di studi locali e che, tuttavia, bene rispecchia lo stato in cui si trova la storiografia sul tema resistenziale dopo la svolta introdotta da Pavone. Con l’opera spartiacque sulla guerra civile del 1991, al centro della scena sono stati messi i vissuti individuali: porre l’accento sulle scelte dei singoli, osservate attraverso il prisma della moralità, ha consentito di passare in qualche modo dalla storia della Resistenza alla storia dei resistenti. E in quel solco si muove inevitabilmente anche l’opera di Peli, che riesce efficacemente a coniugare il quadro d’insieme e l’analisi dei contesti locali, la presentazione delle direttive e delle finalità politiche tanto quanto della quotidianità di vita e di lotta dei gappisti.

Il libro si struttura in due parti. La prima illustra la nascita dei Gap e l’evoluzione delle azioni e delle dinamiche politico-militari, presentando con chiarezza non solo il ruolo esclusivo avuto dal Pci nella loro organizzazione, ma le strategie e le finalità cui corrispondeva la scelta di avviare quanto prima forme di resistenza armata miranti a ­creare “un’atmosfera di guerra” nel cuore delle città occupate. Una scelta che prende forma assai presto tra i massimi dirigenti comunisti e che è volta a complicare le operazioni dei tedeschi e dei fascisti, certo, ma soprattutto a stimolare all’azione antifascista la popolazione travolta dagli eventi successivi all’8 settembre. Si volle dar vita a imprese spettacolari, mettendo in luce la vulnerabilità del nemico, dando un’impressione di forza che andava, nella realtà, ben al di là delle effettive capacità operative dei primi sparuti nuclei gappisti. Secondo Peli soltanto il Pci disponeva di un nucleo di soggetti sufficientemente preparati e determinati, capaci di riprodurre le lezioni apprese nella guerra civile spagnola e poi nella lotta partigiana nella Francia meridionale. E solo il Pci disponeva di una base di militanti organizzata, per lo più di estrazione operaia, su cui far leva per promuovere la creazione delle cellule gappiste. Una base che in realtà, come ci mostra bene lo studioso, si dimostrò tutt’altro che entusiasticamente disponibile a seguire gli impulsi dei dirigenti e a unirsi ai Gap.

Le pagine dedicate alla difficoltà a trovare reclute adeguate, a identificare soggetti che avessero la forza per reggere lo stress e anche il peso morale di azioni che andavano sovente a colpire il nemico guardandolo in volto e a bruciapelo, alla frustrazione dei dirigenti comunisti nei confronti dell’attendismo della base, sono solide e convincenti. Di estremo interesse sono anche le considerazioni sulle difficoltà di reazione da parte dell’autorità di polizia, e sui tentennamenti iniziali delle forze tedesche.

La seconda parte, suddivisa in quattro capitoli tematici, ha per oggetto quelle che l’autore definisce le “condizioni esistenziali e materiali” in cui operarono i gappisti. Il primo punto affrontato in questa seconda parte mette a fuoco il complesso rapporto città-campagna, e la peculiarità della realtà emiliana, dove il gappismo poté svilupparsi secondo modalità impensabili a Milano, Genova o Torino. Ancora una volta l’attenzione ai contesti locali offre chiavi di accesso preziose per comprendere lo sviluppo degli avvenimenti, e nello specifico per spiegare il diverso sviluppo di esperienze che (almeno in teoria) erano nate dallo stesso impulso politico e rispondevano alla medesima strategia d’azione. Il secondo snodo è la tortura: strumento di milizie che suppliscono all’inefficienza degli apparati polizieschi tradizionali, mezzo efficace per acquisire nomi e indirizzi dei cospiratori. Dai casi illustrati emergono, oltre alla paura che la tortura suscita, anche l’impreparazione e la sventatezza di alcuni gappisti, la fragilità delle cellule clandestine, la lentezza ad abbandonare ritrovi non più sicuri e la difficoltà a rispettare norme di condotta rigorose. Un quadro che cozza contro l’immagine stereotipata del militante freddo e feroce, spietato col nemico e inflessibile coi compagni, che ha contraddistinto tante rappresentazioni oleografiche. E la medesima dimensione emerge nel capitolo successivo, che si intitola significativamente Violando le regole, in cui si mette a fuoco la tendenza dei gappisti a ricercare momenti di convivialità, come accade per i festeggiamenti del capodanno del 1943 tanto a Roma quanto a Genova. Oppure la sottile distinzione che separava e distingueva le rapine compiute per effettive esigenze belliche e gli atti più prosaicamente criminali; vista la difficoltà a reclutare persone disposte a fare la vita del gappista, il rischio di coinvolgere soggetti dalla moralità non propriamente specchiata era rilevante.

Queste e altre questioni sono toccate con estremo distacco e serenità. È appunto questa sobrietà, che si accompagna alla rigorosa documentazione e che porta a un’opera di paziente ricostruzione e demistificazione, a essere il pregio più grande di quest’opera. Per lo stile e l’approccio, rappresenta l’ideale contraltare a certe operazioni di volgarizzazione mediatica in cui, con tono sempre enfatico e alla ricerca di improbabili scoop, si è spesso strumentalizzata la storia della resistenza, vuoi per interessi politici o per la volontà di vendere qualche copia in più. Coerentemente con questo stile sobrio e antiretorico, il libro si chiude con un capitolo finale in cui è analizzato il nodo terrorismo-rappresaglia, più volte oggetto di strumentalizzazioni.

Volendo muovere una critica si potrebbe notare che avrebbe meritato più spazio il contesto europeo, per comprendere meglio quali modelli avevano conosciuto i resistenti, ma anche per confrontare le reazioni delle forze occupanti di fronte al terrorismo urbano in diversi momenti e scenari.

guri.schwarz@gmail.com

G Schwarz insegna storia contemporanea all’Università di Pisa

Il ventenne e il guerrigliero: anche David Bidussa ha commentato Storie di gap sul numero di febbraio 2015.

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