Yan Thomas e l’arte della finzione tra letteratura e vita pubblica

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Una carta dei diritti della finzione

di Francesca Serra

dal numero di maggio 2017

I nostri rapporti con la verità sono diventati molto strani. Tu pubblichi un libro con la paroletta magica “romanzo” in bella vista, sotto il titolo, apposta perché ti lascino in pace. E a ogni angolo di strada trovi qualcuno pronto ad alzare la mano per chiedere: ma cosa c’è di vero? Dentro il romanzo che hai chiamato apposta romanzo per non dover rendere conto a nessuno della sua veridicità o meno.

Tutta questa ansia di verità è strana. In un libro tradotto di recente dalla casa editrice Quodlibet Fictio legis, si può leggere un famoso saggio del 1995 del giurista francese Yan Thomas. “La finzione”, si apprende nella prima pagina del saggio, “esige in primo luogo la certezza del falso”. Senza tanti giri di parole: santa brutalità delle cose di legge. La certezza del falso è una frase luminosa, che meriterebbe di essere scolpita all’entrata delle poche librerie rimaste in piedi nelle nostre città. Solo che nessuno ci entrerebbe più. Neanche quei pochi che ancora lo fanno, per raggiungere direttamente il sushi bar all’interno del negozio, sedendosi su pile di finti libri dedicati a come scolare la pastasciutta o fare bene il sesso nei giorni dispari.

Che strano. Se una volpe in livrea ci invitasse a entrare in una tenda da circo per vedere un presidente che spara le balle più grosse del mondo, con un gatto rosso in testa, ci andremmo di corsa. A patto che sopra l’entrata della tenda ci sia scritto: “Teatro della verità”. Basta quello, poi dentro ci potrà pure essere un asino che vola, nessuno si metterà a sottilizzare. Invece si sottilizza sulla letteratura. Tutti con il dito puntato: cosa c’è di vero? Non è strano che nell’epoca della più grande credulità, politica e sociale, la letteratura abbia sempre il fucile del sospetto puntato addosso?

Forse no. Forse si tratta di un paradosso solo apparente, che nasconde un sottile legame tra le due cose. Legame inversamente proporzionale: tanto più scende il livello di spirito critico verso il vero-falso della vita pubblica, tanto più sale la diffidenza verso il falso-vero della letteratura. Quanto più grossa è la taglia del seno rifatto, tanto minore la tolleranza verso l’inganno letterario. Durante una presentazione del libro che avevo ingenuamente chiamato “romanzo”, qualcuno mi domanda: “Ma lei non prova imbarazzo ad aver manipolato la vita di una persona vera?”. Imbarazzo. Colpa. Vergogna. Per aver ricamato su un personaggio realmente esistito. Né più né meno – Dio mi perdoni il paragone – ciò che Tolstoj ha fatto con Napoleone o Manzoni con il cardinale Federigo Borromeo.

Non vi sfuggirà che il dilemma è morale. Riguarda il baco della falsificazione introdotto nella testa di chi sta per mordere la mela. Sarà genuina o Ogm? Eppure tutto questo è molto strano. Pensate se a Picasso – e ancora chiedo perdono a Dio o a chi per lui – rimproverassimo di aver dipinto ritratti non somiglianti alle persone in carne e ossa che ritraeva! Come Gertrude Stein ebbe l’ardire di fare a proposito del suo, di ritratto. Strappando al pittore una risposta memorabile: “Prima o poi gli somiglierà”. Ma nell’arte un simile dilemma sarebbe inconcepibile, anche adesso.

È solo la letteratura a essere chiamata in ballo. Per questo conviene forse cercare di capire il perché, facendoci aiutare da Yan Thomas, il giurista che parla della certezza del falso. La finzione ha i suoi diritti. Lo sapevano bene gli antichi romani che la usavano con una maestria senza pari per estendere i confini del loro pensiero giuridico. Bisognerebbe stilare una carta dei diritti della finzione, a difesa del suo statuto radicale. “La radicalità di una decisione ribelle all’ordine dell’essere e del non-essere”, come la definisce Thomas. Una tale carta dei diritti dovrebbe mettere in chiaro alcuni principi generali che cercherò di enumerarvi, sempre con l’aiuto delle parole del giurista francese.

  1. Manifesta negazione del vero. Si tratta di un principio fondamentale, da cui derivano tutti gli altri. Tra uno spiedino di mozzarella e un futomaki all’alga dell’Adriatico, i moderni clienti delle finte librerie hanno forse dimenticato che alla letteratura è sempre spettato non dico il compito ma piuttosto il privilegio di “trasgredire, per fondarlo diversamente, l’ordine stesso della natura delle cose”?
  2. Radicale estraneità dal senso comune. Il principio secondo deriva dal primo, ma non dice la stessa cosa. Allarga la portata del concetto. Amplia la sua detonazione dentro le nostre testoline formattate dal continuo bla bla della volpe in livrea. Con la finzione “siamo in presenza del mistero più radicalmente estraneo al senso comune” che l’umanità conosca. Sia ringraziato il Dio della letteratura che ancora un’ombra di questo mistero lampeggi dietro la furia del bla bla volpino.
  3. Sovversione nei confronti del fatto. Il terzo principio tocca un punto dolente ma fondamentalmente stupido dell’argomentazione anti-letteraria. Questo sacrosanto principio ci ricorda che una volta inghiottiti dietro l’entrata del “Teatro della verità”, una volta masticati e risputati come lische di pesce dal presidente con il gatto rosso in testa, i fatti sono scomparsi. Vero: ma dare la colpa di tale scomparsa a quella secolare palestra di manipolazione della realtà che è la letteratura è forse la più astuta delle trappole della volpe, che ci vuole attirare come ciechi dentro il suo teatro. Distrugge, infatti, il più potente strumento che abbiamo a disposizione per imparare a padroneggiare la distanza dall’ordine delle cose: la simulazione di una serie di “stati sovversivi nei confronti del fatto” che ci consegna “il potere di dominare il reale rompendo apertamente con esso”.
  4. Decisione di neutralizzare la realtà. Il quarto principio ci ricorda che se sei tu a decidere di farlo, nel pieno possesso delle tue facoltà fisiche e mentali di soggetto non ancora completamente alienato dal bla bla della volpe, non stai affatto remando contro la realtà. Al contrario la stai ingrandendo sulla scala creativa dell’artificio, approfondendo e in parte già trasformando. Insomma stai neutralizzando il dominio della volpe in livrea, basato su due finte parole d’ordine: “natura” e “verità”.
  5. Moltiplicazione dei gradi di irrealtà. Il quinto e ultimo principio prende in prestito da Thomas l’immagine di una “matrioska di finzioni” che dimostra come il diritto romano non solo ha usato a man bassa l’arte della finzione, ma ha eccelso nell’arte di inanellarne una dietro l’altra. Allegramente praticando il raddoppiamento degli artifici, senza alcun timore di sbandare dalla retta via del proprio raziocinio giuridico.

Erano dunque dei falsari matricolati questi antichi romani il cui stato di diritto sta a fondamento del nostro? Dei venditori di fumo reso sempre più denso dai molti strati di irrealtà in cui veniva avvolto? Credo proprio di no. Perché solo imparando ad andare a braccetto ognuno con la propria matrioska di finzioni, imparando a onorarla e rispettarla, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia, sfuggiremo alla beffarda tagliola dei veri imbonitori.

francesca.serra@gmail.com

F Serra insegna letteratura italiana all’Università di Ginevra

I libri

Stefano Calabrese, La fiction e la vita. Lettura, benessere, salute, Mimesis, Milano 2017.
Yan Thomas, Fictio legis. La finzione romana e i suoi limiti medievali, a cura di Michele Spanò, Quodlibet, Macerata 2016.
Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani, Bollati Boringhieri, Torino 2014.
Kendall L. Walton, Mimesi come far finta. Sui fondamenti delle arti rappresentazionali, a cura di Marco Nani, Mimesis, Milano 2011.
Carola Barbero, Chi ha paura di Mr. Hyde? Oggetti fittizi, emozioni reali, Il Nuovo Melangolo, Genova 2010.
Alberto Voltolini, Finzioni. Il far finta e i suoi oggetti, Laterza, Roma-Bari 2010.
Maria Bettetini, Figure di verità. La finzione nel Medioevo occidentale, Einaudi, Torino 2004.

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