Al di là delle brutture, la vita è piena di cose sublimi

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Intervista ad Amélie Nothomb

di Angelo De Matteis

La scrittrice belga racconta Pétronille, il suo ultimo libro

Pétronille, il suo ultimo romanzo, è una storia che parla di un’amicizia fra due donne. Lei ha spesso citato le Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, e, in particolare, la prima, nella quale si parla della “necessità di scrivere”, come un testo fondamentale, che l’ha condotta a inviare il suo primo manoscritto L’igiene dell’assassino al suo attuale editore Albin Michel nel 1992, e dare così inizio alla sua carriera letteraria. Qual è stata quindi l’urgenza, la necessità che l’ha portata a scrivere Pétronille?

Mi sono resa conto che non esisteva nella letteratura francese un romanzo sull’amicizia femminile. É vero, ci sono romanzi che hanno come protagoniste delle donne, donne legate, però, sempre da un rapporto di rivalità. Trovo questo abbastanza ingiusto perché ci sono dei casi nella realtà in cui le donne hanno legami di amicizia vera, con tutto quello che questo comporta, quindi i litigi, le ambiguità, ma anche la solidarietà.

La matrice autobiografica del romanzo è abbastanza evidente. Si è ispirata a qualcuno per il personaggio di Pétronille Fanto?

Esatto, e quando mi sono chiesta a chi mi sarei potuta ispirare fra le mie amiche per raccontare una storia di amicizia fra donne, non ho dovuto riflettere per molto tempo: Pétronille esiste, si chiama Stéphanie Hochet (scrittrice francese nata nel 1975, Eloge du chat del 2014, uscito per Editions Léo Scheer,è la sua pubblicazione più recente, n.d.r.) e ne ho fatto un personaggio del mio romanzo.

Nel romanzo accosta il personaggio di Pétronille al drammaturgo Cristopher Marlowe, contemporaneo di William Shakespeare. Per quale motivo ha scritto che la frase attribuita a quest’ultimo: “Ciò che mi alimenta mi distrugge” accomuna i due personaggi?

Quando ho visto il volto di Cristopher Marlowe mi sono accorta che mi veniva in mente la mia Pétronille. Tutto ciò mi ha scioccata perché non vedevo il punto in comune fra i due. Poi, riflettendo, ho pensato che Pétronille proviene da un ambiente proletario, ciò che l’ha nutrita è la grande letteratura e particolarmente quella shakespeariana ed è anche ciò che l’ha distrutta perché l’ha allontanata dalla sua famiglia, che non ha compreso assolutamente perché la figlia si interessasse così tanto alla letteratura. Da questo punto di vista ci sono molte convergenze fra Cristopher Marlowe e Stéphanie Hochet nel modello di Pétronille.

L’altro personaggio che ha una particolare importanza in Pétronille è lo champagne, che riveste un ruolo di rilievo anche in Causa di forza maggiore, suo romanzo del 2008, nel quale ha scritto: “C’è un istante fra il quindicesimo e il sedicesimo sorso di champagne durante il quale ogni uomo è un aristocratico”. In Causa di forza maggiore la narrazione in prima persona è di Baptiste Bordave. Che differenza c’è per lei, se c’è, nell’uso di un io narrante al maschile o al femminile?

Nei miei libri non è una differenza fondamentale, perché tutti i miei personaggi, maschili e femminili, sono relativamente poco connotati sessualmente; vedo questo anche nelle mie amicizie: nella mia vita non c’è nessuno che sia particolarmente maschio o particolarmente femmina, mi piacciono le persone che sono un po’ maschi e un po’ femmine, così come nella mia scrittura. Sicuramente c’è una differenza fra personaggi maschili e femminili, ma non è una differenza fondamentale e, in ogni caso, so molto bene in quale regione di me stessa devo cercare per lasciar parlare l’uomo o la donna senza che ne percepisca differenze contrastanti.

Tornando al suo ultimo romanzo, Pétronille ha un finale un po’ surreale e un po’ poliziesco, è d’accordo?

Sì, mi piace molto come definizione. Avevo un grosso problema, perché Pétronille esiste davvero. Il rischio era quello di creare un collegamento troppo grande fra lei e me attraverso il libro che le ho consacrato. Allora mi sono chiesta quale fosse il modo migliore per far vivere sulla pagina la vera Pétronille, Stephanie Hochet. La risposta che mi sono data è ciò che le faccio compiere nel finale, una sorta di sacrificio.

Come crede abbia influito sul suo modo di scrivere il suo status di belga nata in Giappone?

Credo che in me coesistano un’anima elegante, che viene dalla mia esperienza in Giappone, e un’altra, che potrei definire grottesca, che è belga.È molto difficile conciliare queste due anime, perché non hanno nessun legame. Credo, in verità, che esse diano luogo a un tipo di scrittura estremamente contrastata: da un lato molto controllata, stilizzata, giapponese, anche talvolta poetica e, dall’altro, con degli scrosci improvvisi di grottesco, foriera di cose irriconoscibili; è quello che nell’arte viene definito lato apollineo e lato dionisiaco.

A proposito del suo modo di scrivere viene in mente una citazione di Blaise Pascal, in una lettera di Le provinciali scriveva: “Scusate se vi scrivo questa lettera così lunga, ma non ho avuto il tempo di scriverla più corta”. A tal proposito, come mai tutti i suoi romanzi quasi mai superano le centoventi pagine?

Credo sia perché ho un’esperienza di scrittura molto ampia, ho pubblicato ventitré romanzi, che è già tanto, ma ne ho scritti molti di più e in questo momento sto ultimando il mio ottantunesimo. Quindi il fatto di aver tanto scritto mi porta a essere sempre meno prolissa. Mi rendo conto che la cosa che sto imparando di più scrivendo è capire tutto ciò che posso eliminare. Secondo me, quando avrò settanta anni, scriverò un haiku.

Con che tempi allora si esprime questo febbrile ritmo di scrittura? E cosa ne sarà dei manoscritti non pubblicati?

Scrivo ogni giorno, senza nessuna eccezione, dalle quattro alle otto di mattina, semi distesa sul letto, dopo aver bevuto velocemente mezzo litro di té molto forte, con lo stomaco vuoto. Non ho il computer, uso penne di cattiva qualità su una carta di cattiva qualità, senza mai fermarmi. Per quanto riguarda i romanzi che decido di non affidare alla pubblicazione, ho già disposto per testamento che, in caso di decesso (adoro quest’espressione perché lascia supporre che ci sia una scappatoia), essi vengano custoditi in una colata d’ambra, che è indistruttibile.

Un po’ come Kafka, anche se poi sappiamo com’è andata a finire…

La cosa è molta diversa per due ragioni. La prima è che io non chiedo che i miei manoscritti siano distrutti o bruciati e la seconda, la più importante, è che credo che l’umanità possa fare tranquillamente a meno dei miei inediti, cosa che non si sarebbe potuta dire per Kafka.

In Pétronille, delineando un parallelo fra le uova e i libri, scrive di essere impressionata dalla specie aviaria; gli uccelli preferiscono mangiare le uova degli altri e che questo succede anche a lei: una volta che i suoi libri non hanno più bisogno delle sue cure, preferisce leggere i libri degli altri.

Di recente ho letto il Premio Nobel Patrick Modiano, fantastico. In generale, comunque, preferisco per lo più autori non in vita, per esempio Flaubert, Kafka, Proust, Stendhal, Balzac o Yourcenar.

Scrivere per lei è un modo per sublimare la vita e in qualche modo salvarsi dalle sue brutture?

Sublimare la vita… non ne sono sicura. Penso che la vita sia sublime, ma quello che le manca, alla fine, è il senso, che non è sempre visibile: il ruolo della scrittura è di rendere visibile il senso della vita. Certamente esistono le brutture, ma la vita è comunque piena di cose sublimi: lo champagne è sublime, la bellezza è sublime, essere oggi a Torino è sublime. È ovvio, poi, che capitino delle cose orribili, ma alla fine, ciò che non è visibile è il senso. La scrittura esiste per questo.

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