Intervista a Marco Truzzi: Cercare l’Europa nelle sue frontiere

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Un viaggio tra vecchie frontiere e nuovi confini

Intervista a Marco Truzzi di Francesca Del Vecchio

Qual è il significato di “confine” nell’Europa di Schengen: questo è l’interrogativo che sta alla base della ricerca sul tema delle frontiere, indagato in nove tappe su e giù per l’Unione Europea tra il 2015 e il 2016. I protagonisti sono Ivano di Maria, fotografo e Marco Truzzi, giornalista. Dal loro viaggio tra Marocco, Svezia, Svizzera, Francia e Spagna, passando per la rotta balcanica, è nata la necessità di raccontare le riflessioni fatte e le risposte ottenute. Risposte che hanno assunto forme diverse: la mostra fotografica Europe around the borders, a cura di Ivano Di Maria; e un libro, Sui Confini. Europa, un viaggio sulle frontiere, di Marco Truzzi (Exorma Edizioni, pp. 166, €14,50). Sui confini è un testo a metà tra narrativa e reportage che racconta l’avventura di due moderni esploratori alla ricerca dei confini dismessi.

Scrivi che «il mappamondo in precario equilibrio sul comodino di mio figlio Lorenzo è assediato dai pastelli colorati e da pile di giornalini. […] Anche solo vista così, dalla cameretta di Lorenzo, l’Europa appare segnata da un fitto reticolato di confini, che spezzettano all’inverosimile un’area non più grande del palmo della mano di un bambino». Cosa hai detto a Lorenzo per spiegargli quello che stavi andando a fare?

Quella chiacchierata con Lorenzo è avvenuta una delle tante sere prima della mia partenza. Non proprio la prima. Ma comunque, è stato interessante parlare con lui: quando gli ho detto che stavo per fare un viaggio alla ricerca di luoghi che “finiscono” e altri che “cominciano”, lui è corso subito al suo mappamondo, dove tutto sembra immerso nell’acqua e il concetto di confine è difficile da definire. Voleva capire che cosa significa che un luogo inizia e finisce. Che è un po’ quello che ho cercato di fare io.

Come è nato il progetto di questo reportage?

L’idea è venuta a Ivano: una sera mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevo lavorarci con lui. Abbiamo scattato le prime foto a Tarvisio, poi abbiamo fatto una tappa preliminare al confine tra Italia e Slovenia, per capire cosa avremmo potuto tirare fuori da un lavoro simile. La cosa divertente è che siamo partiti dicendo «andiamo a documentare le frontiere dismesse» e si è trasformata in «andiamo a documentare le frontiere rimesse».

Quando avete deciso di partire, avrete fatto i conti con l’organizzazione e le spese. Non deve essere stato facile.

Non lo è stato, visto che economicamente non avevamo aiuti di alcun tipo: Ivano ha investito in questo progetto il guadagno di 6/7 matrimoni, io il mio stipendio. È semplice: il progetto sui confini europei – che potenzialmente potrebbe durare in eterno – è finito quando abbiamo finito i soldi (ride, ndr). Anche alcune delle decisioni organizzative sono state dettate dal budget, come la scelta dell’hotel: ci bastava che avesse il wifi! Certo, lavorare in autonomia ha anche dei vantaggi come fare delle scelte e cambiare idea in corso d’opera. Capita di fare errori per imprudenza, per inesperienza (a Melilla siamo stati fermati dall’esercito, per esempio); abbiamo fatto valutazioni sbagliate. Ma abbiamo potuto cercare risposte alle nostre domande.

Cosa intendi?

Abbiamo riscontrato in certo giornalismo una tendenza a cercare conferme ai pregiudizi portati da casa. Presupposto sbagliato se fai un lavoro d’indagine come il reportage. Al campo di Idomeni, per esempio, i giornalisti avevano a disposizione dei turni di un quarto d’ora per scattare la foto, o prendere appunti. Il meccanismo, chiarissimo anche ai migranti, faceva sì che questi inscenassero una protesta a ogni turnover. Per fare la foto a un bambino, invece, Ivano è stato dietro alla recinzione 40 minuti (nonostante gli insulti). Voglio dire che in questo modo abbiamo cercato di andare in profondità, senza piegare la realtà agli interessi di un committente. Ma questo è il gioco dell’informazione sul tema dei migranti, soprattutto in Italia.

Melilla e Basilea: cosa accomuna queste due frontiere?

È scontato dire che tra loro sono più le divergenze che le somiglianze. Il legame più immediato è che entrambe sono enclavi: una in Marocco, l’altra in Svizzera. La prima è il confine più a sud d’Europa, l’altra un’ex frontiera. Osservandole da vicino abbiamo capito come la definizione di un confine lavori anche a livello paesaggistico e architettonico. In centro di Basilea c’è una strada assediata da dogane abbandonate. Questo ci ha fatto pensare anche ai tre confini che l’attraversano e che adesso non sono più attivi. A Melilla, dove fino a 30 anni non c’era un controllo così capillare, ci hanno raccontato di colline spianate per avere una migliore visuale sui passaggi. Vuol dire che il rafforzamento di un confine ha modificato seriamente il territorio.

Parliamo di confini etici: a Basilea avreste dovuto incontrare un interlocutore della clinica Lyfe Circle, dove si pratica l’eutanasia. Poi decidi di rinunciare. Perché?

Prima di incontrare questa persona, ci hanno dato il materiale informativo: veri e propri listini. Il che fa un certo effetto. Qui, la sensazione di morte incombente si è scontrata con il desiderio di vivere e di salvarsi che domina in realtà come Melilla, Calais o Idomeni. Per questo, pur avendo annullato l’appuntamento, ho ripreso l’episodio in fase di scrittura per dare la misura del fenomeno.

Ventimiglia, Calais e Idomeni: tre snodi sovraesposti in quanto ad attenzione mediatica. Cosa c’è di vero?

È stata proprio l’attenzione della stampa a spingerci lì: abbiamo scelto Ventimiglia quando Hollande aveva deciso di sospendere Schengen. I giornali parlavano di questa emergenza, che però si limitava a 50 persone accampate sugli scogli. Del tutto diverso a Calais, dove il campo ospitava 10 mila profughi. Un’enormità, se contestualizzato in un paese europeo. Tutti questi luoghi sono accomunati da un’emergenza che dura da anni e, stando alle statistiche, che sarà così per i prossimi 25 anni. L’Europa continua ad affrontare il problema con una logica emergenziale, che credevo fosse prerogativa solo di noi italiani, ma servirebbe una riflessione più strutturata.

Dal Front National al Fidesz (Unione civica ungherese) di Viktor Orbàn: cosa ne pensi dell’ascesa dei partiti xenofobi in Europa?

Abbiamo cercato di starne lontani, ma, inevitabilmente, questo genere di discorsi incrocia la politica. Bisogna distinguere tra i movimenti antieuropeisti e xenofobi come il Front National o la Lega di Salvini, e Orban. S’inserisce erroneamente l’Ungheria in un contesto di antieuropeismo spinto. È falso: nonostante resti il mito della Grande Ungheria, ogni scelta fatta da Orban è venduta come una mossa pro Europa. Prendiamo il muro di Röszke, tra Ungheria e Serbia, e che è stato oggetto di cronaca. Ogni suo pezzo racconta l’appartenenza ungherese all’Unione Europea. La bandiera comunitaria davanti alle scuole è più grossa di quella nazionale, sui bidoni della spazzatura c’è scritto che sono stati comprati con l’aiuto della Ue. Tenendo conto di ciò, non si possono accomunare le due linee politiche. Diverso è anche quello che abbiamo trovato in Svezia, dove vivono le migrazioni come una minaccia all’Europa. Alla fine abbiamo spostato la ricerca da “quanta Europa c’è e com’è?” a “quale Europa c’è e perché?”.

Quindi ha ancora senso l’Europa?

Più che “ha ancora senso” direi che è ancora assolutamente necessaria. E il perché lo si riscontra sulla rotta balcanica: lì  capisci cosa può succedere se le cose le governi male. L’Unione ha milioni di problemi, a partire da come è stata concepita, ma senza Europa sarebbe ancora peggio.

«Secondo noi l’utero d’Europa è qui, ad Auschwitz. Proprio qui prende vita un sogno che nasce da un incubo e dal rifiuto, dalla negazione che un’altra Auschwitz possa accadere di nuovo». 

Auschwitz come utero d’Europa, ce lo vuoi spiegare?

Auschwitz è il luogo di uno dei mali assoluti, un buco nero nella nostra storia recente. Ma anche un punto di partenza: l’Europa nasce per evitare che simili atrocità accadano ancora. In questo senso l’idea di utero d’Europa. Ma c’è un’altra cosa a cui io e Ivano abbiamo pensato molto: com’è possibile che il milione (o 800mila l’anno precedente) di visitatori annuali del campo – che puntualmente, nonostante la preparazione, va via in silenzio – non abbia una ricaduta concreta nella società civile. E se non ce l’ha, perché?

Che risposta vi siete dati?

Il quesito è ancora aperto. Però ha a che fare con una serie di questioni su cui ci siamo interrogati. Perché vogliamo stare insieme, perché vogliamo essere Europa. Senza le risposte a queste domande, le regole imposte non basteranno mai, perché a crollare è l’impianto valoriale dello stare insieme. Senza quell’impianto, l’Unione è destinata a fallire.

Quale delle nove tappe del viaggio ti ha più segnato?

Non dimenticherò mai Calais.  Lì vedi l’angoscia dovuta all’immobilismo, alla sedimentazione: il terrore della gente che aveva la sensazione che sarebbe rimasta lì per sempre, in quelle tende in mezzo al fango. Per quanto preparato tu sia, una realtà come quella non puoi dimenticarla.

francescadelvecchio1@gmail.com

F Del Vecchio è giornalista. Scrive prevalentemente di Esteri e cultura arabo-islamica

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