La frontiera porosa tra invenzione e realtà

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Intervista a Emmanuel Carrère

di Vincenzo Latronico

Nel Regno, a un certo punto lei parla della proposta di Calipso: la ninfa offre a Ulisse una vita eterna da passare in spiaggia a scopare. Ulisse rifiuta perché l’immortalità non esiste e sceglie qualcosa di vero e imperfetto anziché qualcosa di splendido che non è di questo mondo. Si potrebbe avere la sensazione che stesse parlando della sua scelta, a partire da L’avversario, di abbandonare il romanzo per scrivere solo della realtà.

Non ci avevo pensato! Però in effetti sì, solo con L’avversario ho avuto la sensazione di trovare la mia voce. Fra i libri che ho scritto prima ce ne sono in cui mi trovo bene, La settimana bianca e I baffi sono dei bei romanzi brevi, mi piacciono. Però ho la sensazione che fosse una specie di adolescenza di scrittore. La maturità per me è venuta con l’uso della prima persona.

E questo ha corrisposto a un abbandono della forma-romanzo in virtù, diciamo, di una specie di ricerca della verità?

Diciamo che per me corrisponde all’abbandono della finzione, ma non significa che non sento che sia una strada per raggiungere la verità. Non credo che la finzione sia dalla parte del falso, dell’impostura, assolutamente no. Se mi fosse dato qualcosa che somiglia a un romanzo lo accoglierei con grande gioia, senza imbarazzo ideologico. Il romanzo è morto? Ma figuriamoci, io adoro i romanzi. Se non ne faccio non è perché non voglio, ma perché non posso. Poi chiariamoci, non è che lo rimpiango. Con la prima persona ho sentito di aver avuto accesso a una voce autentica, è stata una vittoria. Che poi in letteratura è una distinzione sfumata, fiction, non-fiction. Al cinema c’è un criterio chiaro: in un caso si ha a che fare con persone, nell’altro con attori che le incarnano. In letteratura la frontiera è porosa. Ad esempio, nel caso di un libro come Il regno non mi pongo neanche più la domanda sul suo statuto. Ovvio, c’è per forza una parte di finzione, perché ci sono tante cose che non sappiamo, tanti vuoti da riempire.

Le interpretazioni dei silenzi del Vangelo, tutta la ricostruzione della figura di Luca. Ma è strano: è una finzione che non sembra appartenere al genere della finzione.

Beh, non fino in fondo. C’è una parte di invenzione, ma il regime del libro è di stare con me nel lavoro d’inchiesta, e quello non è una finzione. A volte dico che non so cosa è successo, che sto provando a immaginare un’azione di Luca, e cioè faccio un lavoro di invenzione, ma non per questo ci troviamo nella finzione. Il luogo da cui si parla è il luogo reale della mia inchiesta.

Questo è sempre sottolineato con grande chiarezza e scrupolo. L’impressione del lettore è che questo sia uno scrupolo morale.

Lo è! E ha anche a che fare con la pedagogia. Mi sembra importante che il lettore sappia cosa stiamo facendo – quando gli dico cose su cui gli storici sono d’accordo, o invece quando azzardo ipotesi che sono solo mie. Ho tutto il diritto di farlo, ma lo devo dire. Il libro deve essere utile, i lettori devono imparare qualche cosa ed essere consapevoli del valore di ciò che stanno imparando. Negli ultimi anni mi sono reso conto che la pedagogia, che non passa per una virtù letteraria delle più nobili, è una cosa che mi interessa molto, e che mi piace fare, e che credo di fare piuttosto bene.

Ad esempio, a un certo punto in Limonov parlo di Anna Achmatova. Io so bene chi è, alcuni dei miei lettori anche: ma non voglio che la mia scrittura si risolva in una chiacchierata fra gente che sa chi è Anna Achmatova. Eppure è difficile, perché non ho voglia di fare note a piè di pagina o boxini di spiegazione (è anche una questione di eleganza letteraria) e quindi devo far passare nel libro abbastanza informazioni perché il lettore abbia la sensazione di aver sempre saputo a grandi linee chi era Anna Achmatova.

Questo sforzo pare visibilissimo in Vite che non sono la mia: c’è tutto un pezzo molto lungo che spiega in grande dettaglio il funzionamento delle pregiudiziali alla Corte di giustizia europea.

È strano, è proprio scrivendo quel brano che ho scoperto questo mio interesse per la pedagogia. A priori tutta la questione giuridica non mi interessava affatto. Però non volevo trattare il lavoro dei miei protagonisti come spesso si fa nei libri o nei film, come una specie di indicatore sociologico (“Fa l’architetto”, “fa l’avvocato”, è solo un modo di dare un’idea del livello sociale, dei redditi, del tipo di vita). In questo caso era cruciale dire cosa facevano esattamente, perché si appassionavano a ciò che facevano, e quindi l’ho dovuto capire anche io. È stato difficile, ma non è una difficoltà letteraria profonda, ontologica. È una difficoltà tecnica, e l’ho adorata. Sono brani che devi riscrivere dieci volte per non sacrificare la precisione. Se mi legge un giurista deve poterlo approvare. Però il lettore che non è giurista, persino quello che a priori se ne frega, deve arrivare ad appassionarsi. Ho provato una specie di fierezza nel farlo, a fare 40-50 pagine sul diritto rendendole interessanti da leggere. Ho scoperto che questa era una cosa che mi piaceva fare. È divulgazione, ma la divulgazione è una grande sfida letteraria. C’entra anche un’altra cosa. Voglio che leggere i miei libri sia utile, che serva a saperne di più su argomenti su cui vale la pena saperne di più. Avere le idee più chiare sul Nuovo Testamento non è solo interessante, ma anche utile per la propria vita.

Questo è anche un impegno morale. E il rischio per chi trasgredisce, qual è? Fare la fine di Capote?

La storia di Capote è terribile. Sono convinto che A sangue freddo gli abbia portato da una parte una gloria immensa e giustificata (è un capolavoro) ma che lo abbia anche distrutto. Da quel libro ha cancellato una cosa enorme: il fatto che dopo la carcerazione, per quattro o cinque anni, è stato la persona più importante nella vita dei suoi protagonisti. Che mentre ci stringeva amicizia, in cuor suo sperava che fossero uccisi. Questo lo ha distrutto, forse non in termini morali, ma di certo in termini emotivi, relazionali. Penso che il suo senso di colpa spieghi la parte della sua carriera che ha seguito A sangue freddo, che è stata un fallimento terribile. Anche se ha scritto bei reportage, nel complesso gli anni da allora alla sua morte sono una specie di naufragio.

E come si evita il naufragio?

La questione è sempre nella frase “Tutta la verità, nient’altro che la verità”. Sono due parti diverse. Tutta la verità, no. Ma nient’altro che la verità, in effetti, sì. Nei miei libri non ci sono cose inventate, ma neppure fuorvianti, e penso che l’importante sia questo. Quando si scrive di sé si è padroni di ciò che si fa. Tutto quello che puoi dire di te stesso non è poi così problematico. La gente dice di me, ah, che audacia, sputtanarsi così. Cos’è, perché dico che mi masturbo? Non è complicato, e comunque ho sempre sentito che queste debolezze umane, queste cose che non giovano al mio amor proprio – beh, scriverle fa bene, a te stesso ma anche al lettore che si dice “Beh, allora succede anche a lui!” Il problema è quando scriviamo degli altri. Mi viene in mente una cosa. Dopo la guerra d’Algeria, in Francia, il generale Massu, un generale dei parà, è stato accusato di aver ordinato sistematicamente la tortura con l’elettroshock. Lui aveva risposto una cosa così brutalmente onesta da risultare atroce: “Beh, in fondo due scossette non hanno mai ucciso nessuno! Me le sono fatte dare anche io per capire l’effetto e vi garantisco che non è poi così terribile”. Non capiva che il cuore della tortura è che non sappiamo quando finirà e che non dipende da noi. Anche nella specie di genere letterario che pratico il problema è questo.

Lo ha affrontato spesso.

Su cinque libri che ho scritto con questo registro ho conosciuto una grande varietà di fattispecie, non dirò tutto il ventaglio ma di sicuro una buona parte delle possibilità in materia. Il caso più estremo è La mia vita come un romanzo russo, che è anche l’unico mio libro davvero autobiografico, negli altri sono solo un narratore o testimone, un testimone molto presente, ma non sono libri su di me. Non rimpiango di averlo scritto, ma non vorrei riscrivere un libro così. Mi sono sempre dato come regola di non fare male al prossimo scrivendo un libro. Ci credo molto, ma in quel caso l’ho trasgredita. Ho superato un limite che non andava superato. Eppure l’ho fatto e credo di aver fatto bene. Non è stato catastrofico, ad ogni modo, però è stata una scelta pericolosa e moralmente dubbia. È anche per questo che nel libro seguente, Vite che non sono la mia, ho voluto fare il contrario. È un libro fatto in completo accordo con le persone di cui parla, ho persino accettato di cambiarlo in base ai loro pareri. Il mio editore mi ha detto: “Sei fuori di testa, non ne resterà una riga del tuo libro”, e invece no. Il momento più toccante nella scrittura è stato quando i suoi protagonisti lo hanno letto e hanno potuto modificare i loro ritratti. Lo hanno fatto con grande delicatezza.

Ha parlato di “registro”, poi di “specie di genere letterario”. Ma che genere letterario è, esattamente?

Non so. Per questo evito indicazioni specifiche. In fondo i miei libri sono scritti come romanzi, usano tutte le tecniche dei romanzi, solo che il patto di lettura non è quello della finzione. Anche la responsabilità è diversa. Non so bene, perché non sono neanche davvero scritti autobiografici. E quindi dico “una specie di genere”, “un registro”. Eppure non mi pare di aver inventato niente.

Ci sono scrittori di oggi che sente particolarmente vicini?

Di sicuro Annie Ernaux. Il suo è un caso interessante. Lei non fa autofiction, perché la finzione non c’entra. I suoi sono libri su di lei, sulla sua famiglia. Lei viene non dal proletariato ma diciamo dal mondo dominato, e tutta la sua opera parla di questo: il tentativo di scrivere dell’esperienza di chi non ha la parola per scrivere, di chi non ha accesso al discorso dominante. Ecco, Annie Ernaux l’ha trovata, la voce. Il suo Gli anni è uno dei grandi libri della letteratura francese. È una specie di autobiografia senza più prima persona, è una cosa nuovissima, le viene così naturale che non ti accorgi di quanto è innovativo.

vlatronico@gmail.com

V. Latronico è scrittore

(l’immagine è un dettaglio della copertina “Il regno” edito da Einaudi)

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