L’annegato che muta la realtà: intervista a Jenny Erpenbeck

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Un romanzo che accosta la condizione dei rifugiati odierni a quella degli ebrei di ieri

di Anna Chiarloni

dal numero di giugno 2017

Leggendo Voci del verbo andare si percepisce un’esperienza diretta col mondo dei profughi. Ci si sbaglia?

No, è proprio così. Riflettendo sulle biografie spezzate, su identità ed esistenza mi sono avvicinata ai profughi africani. Per un intero anno li ho seguiti nella loro vita quotidiana, nel loro peregrinare da un quartiere all’altro di Berlino. Mi ha colpito vedere come riuscivano a sopravvivere a quell’eterna attesa dei documenti, con quante angosce dovessero confrontarsi, e cercavo di capire cosa li tenesse in vita. Ma nello stesso tempo osservavo me stessa: il mio comportamento, il mio sguardo o quello dei miei amici su determinati problemi. Chiedendomi per esempio: come giudico la mia esistenza quando accanto a me c’è qualcuno che è infelice perché ha perso tutta la sua famiglia ed è così traumatizzato da non riuscire nemmeno più a parlare? Come si può tornare alla propria nicchia quotidiana dopo aver conosciuto creature come queste, e magari sintonizzarsi su un programma culturale, mettendosi a sentire musica classica…?

Le voci dei profughi narrano di un perdurante sfruttamento capitalista in Africa, dunque nulla è cambiato?

Purtroppo la globalizzazione va sempre in un verso solo: globale diventa il profitto delle grandi multinazionali che in tutto il mondo viene fatto a spese delle popolazioni locali. E alla gente che proviene da quei paesi, obbligata a fuggire a causa dello sfruttamento delle loro terre e proprio a queste persone noi neghiamo asilo! Ma l’anelito verso l’uguaglianza è irresistibile, ci vorrà tempo prima che si realizzi e in certe situazioni potrebbe anche comportare l’uso della violenza. Non so prevedere quando tutto ciò potrebbe verificarsi. Ma certo non tutti i poveri del mondo continueranno a tacere come agnelli di fronte all’esclusione perenne, non dico dal benessere ma almeno da quel minimo necessario per vivere.

Restiamo in Germania. La generosità del suo protagonista – Richard – sembra rimandare alla nota locuzione, anno 2015, di Angela Merkel: “Ce la faremo!”

Le parole della cancelliera mi sono sembrate davvero notevoli: lei ha reagito spontaneamente come essere umano proponendo l’unica cosa ragionevole, ossia evitare quella certa isteria in cui stava scadendo il dibattito. Purtroppo nel frattempo diverse pressioni l’hanno costretta a retrocedere. D’altra parte i cambiamenti giuridici dello status dei profughi sono possibili solo se tutti gli europei si siedono intorno ad un tavolo con lo stesso intento. Finora chi si è mosso per una pacifica integrazione dei nuovi arrivati in Germania sono soprattutto le organizzazioni private.

Nel romanzo ci sono alcuni passaggi che alludono ad una possibile analogia tra il trattamento riservato ai profughi e la deportazione degli ebrei negli anni del nazismo. Riemerge indirettamente la memoria della “colpa tedesca”?

Negli ultimi settanta anni noi tedeschi abbiamo avuto ampio modo di riflettere sulla difficile, a tratti miracolosa sopravvivenza degli ebrei e degli antifascisti sotto Hitler. Le analogie sono evidenti. Un essere umano al quale si nega la possibilità di guadagnare legalmente un sostentamento e dunque di nutrirsi e di fondare una famiglia, ebbene, in ultima analisi a quell’essere umano si nega la vita. Analogamente con i documenti. Nella storia dell’uomo il passaporto è in fin dei conti un’invenzione recente e ci si deve oggi chiedere quale relazione ci sia tra un essere umano e il fatto che abbia o, appunto, non abbia con sé un passaporto.

L’episodio del furto mai chiarito ai danni di Richard lascia intravedere le difficoltà implicite nell’accoglienza. Concorda con questa lettura?

Vedi, non ho pianificato a priori il mio libro, la scrittura ha seguito il cammino imprevedibile della ricerca sul campo. Per me era importante non tacere nulla, e tanto meno manipolare la realtà. L’episodio del furto fa dunque parte, se vogliamo, della ricerca stessa.

Nelle ultime pagine del romanzo si respira un’atmosfera di serena concordia, quasi un lieto fine, poi inaspettata entra in scena una svolta psicanalitica. “Quello di cui riesco a parlare è solo la superficie del non detto”, dice Richard. Che funzione ha il suo ripensamento?

Solo alla fine, con la sua confessione, Richard esce definitivamente dal suo ruolo di imparziale intervistatore, diventa anche lui una persona in cerca di aiuto e decide di confidarsi proprio a quei giovani uomini così provati dalla vita. Lui, lo studioso, ricorda i suoi errori e si pone come un essere che ha perso ogni sicurezza. L’atteggiamento abituale di noi europei è quello di chi crede di essere sempre nel giusto qualsiasi cosa faccia: una condotta naturalmente senza senso. Quante cose non giuste abbiamo fatto negli ultimi secoli! Dovremmo per esempio cominciare a riflettere sul fatto di aver eletto a valore sommo la massimizzazione del profitto, se non vogliamo la distruzione del pianeta…

C’è un leitmotiv che corre lungo il testo – il ricordo di un uomo annegato nel lago – qual è la sua funzione?

Il romanzo parla di confini, anche di superfici, di quello che giace sommerso e di quanto ciò che sta sotto diverga da ciò che sta a galla. Avere una visibilità sociale: è appunto questo che chiedono i profughi. E invece sono sempre stati e vengono tuttora rimossi dalla pubblica percezione, per tacere poi di una sincera accoglienza. Questo significa che oltre il confine reale esiste un confine invisibile. Eppure è inevitabile che la presenza di queste persone nelle nostre città ci ponga delle domande. Loro ci cambiano provocando determinati atteggiamenti. Questo è il senso che assume la figura dell’annegato: funge da metafora di ciò che non si vede, o che non si vuole vedere, ma che tuttavia muta la realtà.

Nell’ultima pagina dell’edizione tedesca compare il numero di Iban con l’invito al lettore a versare su un conto destinato ai profughi. Come vi siete organizzati a Berlino?

In autunno i profughi hanno finalmente ottenuto i documenti necessari, ora possono cercarsi casa. C’è un fondo destinato a loro. La chiesa non ha più un ruolo di primo soccorso ma il visto di soggiorno è valido per un anno, quello che succederà dopo nessuno lo sa.

anna.chiarloni@unito.it

A Chiarloni è professore emerito di letteratura tedesca dell’Università di Torino


Voci del verbo andare: la recensione di Anna Chiarloni al romanzo di Jenny Erpenbeck.

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