Non esistono affamati atei

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Intervista a Martín Caparrós

di Camilla Valletti

Oltre alla corrente eroica dei grandi reporter sul campo, la sua scrittura, molto appassionata ma anche sempre colloquiale, tendente ad abbassare i toni si ispira ad alcuni modelli letterari, quali?

La corrente eroica non mi piace per niente, non mi fido dei cosiddetti “eroi”. Credo che la cosa più importante non sia far vedere quanto ci si è avvicinati al fuoco, ma piuttosto saper riportare le notizie e, soprattutto, cercare di capire: ascoltare, verificare, mettere in relazione le cose, pensare. È questo il mio lavoro. Per quanto riguarda la prosa, ho sempre scritto opere di finzione e non: il mio compito letterario consiste, ormai da tempo, nel trovare di volta in volta uno stile da usare sia nelle cronache giornalistiche sia nei romanzi, e ovviamente all’interno di questo stile si possono ritrovare decine di influenze, di piccoli furtarelli. Dopotutto è così che si costruisce una scrittura, no?

Nella sua formazione aver fatto il direttore di riviste di cucina, quanto ha influito sulla scelta di un tema così generalista e cruciale come la fame?

Non ho nessuna “formazione di direttore di riviste di cucina”. Dei miei quarant’anni di giornalismo ce n’è stato soltanto uno, venticinque anni fa, in cui ho lavorato come direttore di una rivista di cucina. Come potrà immaginare, quindi, niente di trascendentale. Però ai media piace giocare su queste cose.

Nella prima parte del suo saggio, lei ripercorre la storia della fame e quanto abbia determinato le svolte storiche. Quali ritiene che siano i momenti cruciali?

-1Se volevo mostrare come funziona la fame nel mondo nel 2015 dovevo mostrare, ho pensato, come aveva funzionato nel corso della storia, ed è per questo che il libro comprende diversi capitoli su questo tema. Ho una formazione di tipo storico, sono dell’idea che non si possa capire il presente se non lo si analizza con la stessa distanza con cui analizziamo il passato: per poterlo fare, però, bisogna partire dalla conoscenza e l’analisi del passato. Ci sono stati molti momenti cruciali, e proprio adesso ne stiamo vivendo uno. Grazie ai progressi tecnologici degli ultimi tre o quattro decenni, così dibattuti e così interessanti da discutere, per la prima volta l’umanità è in grado di sfamare tutti i suoi membri senza problemi. Solo che non lo facciamo, e questo fa sì che la fame attuale sia la più meschina, la più imperdonabile della storia.

C’è un legame indissolubile fra fame e religione. Quali sono le sue peculiarità?

Mi premeva dare corpo a ciò che noi chiamiamo così facilmente “fame”: continuo a credere che la fame in sé non esiste, ma che piuttosto esistono persone che la patiscono. Per questo ho parlato con centinaia di persone che soffrono la fame in molti posti del mondo e mi ha sorpreso notare come quasi tutte, in un modo o nell’altro, facessero ricorso alla religione per trovare una spiegazione o un conforto per la loro situazione: non esistono affamati atei. Poi mi sono reso conto che la mia sorpresa era un po’ da stupidi: è da sempre che le religioni fanno sì che i meno fortunati sopportino e accettino la propria condizione, e ovviamente continuano a farlo.

Lei più di una volta scrive, come monito ricorrente, che la fame non deve essere considerata un’emergenza ma un problema cronico. Vuole spiegarci perché?

Perché è un problema cronico: la maggior parte della fame contemporanea non è dovuta a una carestia o a uno stato d’emergenza (una guerra, un periodo di siccità, un cataclisma) ma piuttosto all’ingiustizia nel distribuire le risorse che pure abbondano. La terra produce cibo per dodici miliardi di persone: siamo in poco più di sette, eppure quasi un miliardo di persone non mangia abbastanza.

Nel suo testo ci sono moltissime testimonianze di chi vive veramente la fame; sembra che lei abbia tentato in tutti i modi di far capire al lettore occidentale che non ne sa davvero nulla di quella condizione. Perché questa insistenza? Perché questo diffuso senso di vergogna?

“Diffuso”? Non è per niente “diffuso”: al contrario, sostengo e ripeto con estrema chiarezza che la fame (il fatto che miliardi di persone patiscano la fame) è la grande vergogna della nostra civiltà. E non è che io voglia “farlo capire” a qualcuno. Certo, voglio cercare di comprenderne le strutture, i meccanismi, ma il fatto in sé è molto facile da capire, e chi non lo capisce è perché non vuole, perché ha deciso di non farlo. Ognuno ha i suoi motivi.

Quali sono i paesi più aggrediti dalla fame?

Quasi un terzo degli affamati del mondo, all’incirca 250 milioni di persone, vive in India. E questo nonostante l’India sia ormai una grande potenza emergente, nonché la maggiore democrazia del pianeta. Ciò dimostra che né la democrazia né lo sviluppo capitalista sono sufficienti per sconfiggere la fame, perché l’unica cosa che potrebbe vincerla è una distribuzione giusta, equa del cibo. Dopo l’India, la maggior parte degli affamati vive in Africa, dove il numero non fa che aumentare. Anche lì però ci sono molte differenze: parliamo di Africa come se si trattasse di un’unica entità, altro caso tipico di pigrizia mentale occidentale. Come se un congolese dicesse Europa per dire italiano, norvegese o moldavo, fa lo stesso.

Lei smonta alcune icone del nostro tempo, Madre Teresa e Vandana Shiva; ce ne vuole parlare?

In generale, a noi piacciono i buoni per eccellenza, personaggi la cui bontà sia fuori questione e che ci permettano di creder loro senza fermarci ad analizzare ciò che dicono: è comodo, è facile, è rassicurante. Nello specifico, il caso di Madre Teresa è sorprendente. È una persona che dice, per esempio, che la sofferenza dei poveri è un dono di Dio: “C’è qualcosa di molto bello nel vedere come i poveri accettano la propria sorte, la sopportano come la passione di Gesù Cristo ‒ ha detto molte volte ‒ il mondo migliora con la loro sofferenza”. E intanto riceveva denaro e difendeva dittatori come l’albanese Enver Hoxha o Papa Doc, il tiranno di Haiti. Grandi produttori di sofferenza, dunque collaboratori di quel dio, no?

Lei scrive che la fame è di genere ovvero è soprattutto una questione femminile, in che senso?

Sono due cose diverse. Da una parte sostengo che le donne combattono in prima linea contro la fame: sono loro che cercano di sfamare i propri figli anche nelle condizioni peggiori, che si prendono cura di loro quando si ammalano e li accompagnano in ospedale sempre che ce ne sia uno nei dintorni. Dall’altra, invece, ci sono molte culture dove persiste l’idea che i maschi abbiano più diritto delle donne a sfamarsi: quando il cibo scarseggia, gli uomini della casa mangiano e le donne no. Succede ancora in Cina, in India e in molti altri paesi; è questo che definisco “fame di genere”.

Nell’ultima parte del libro lei smonta tutti i luoghi comuni, quelli che entrano nei discorsi politici, sulle motivazioni del crescere esponenziale della fame: quali sono invece le reali cause?

Spesso si dice che la fame è causata dalla povertà, ma la vera causa della fame è la ricchezza: il fatto che pochi abbiano il monopolio delle risorse di cui così tanti hanno bisogno. Questo avviene nei modi più svariati (modi che cerco di esporre e analizzare, in tutta la loro molteplicità, nel mio libro) ma alla fin fine il meccanismo è sempre lo stesso: l’uso delle risorse alimentari come beni di commercio, così come detta il sistema capitalista di mercato, ne condiziona la produzione in modo da soddisfare i più ricchi e far sì che controllino ciò di cui tanti altri hanno bisogno.

Molti sono stati gli esperimenti falliti, dalle banche per il prestito alla diffusione degli integratori alimentari; perché non si trovano soluzioni strutturali?

Perché la soluzione strutturale, insisto, consiste nel cambiare i termini di scambio, e cioè produrre non perché alcuni diventino più ricchi ma perché tutti abbiano il necessario. Ciò che io chiamo una “forma morale di economia”. Solo che in questo preciso momento storico non sappiamo quale sia in realtà la forma politica in grado di far funzionare questo tipo di economia, ed è come se fossimo paralizzati. Un modo di troverà, si è sempre fatto.

Sono molto efficaci i capitoli intitolati Le voci che riportano il chiacchiericcio del mondo sulla fame: perché ha voluto inserirli?

Magari perché mi sembravano efficaci? No, a parte gli scherzi, perché volevo mettere il lettore di fronte alle proprie idee, a tutta una serie di luoghi comuni che in generale usiamo per tranquillizzarci, per discolparci, per credere che facciamo già tutto quello che possiamo, o che non possiamo farci niente. Ma né una cosa né l’altra sono vere: possiamo fare molto di più per porre fine a questa grande vergogna, per far sì che non esistano più affamati nel mondo. Tuttavia non sembra che lo vogliamo davvero.

Traduzione dallo spagnolo di Sara Amorosini

“La fame” di Martín Caparrós è il libro del mese del numero di settembre 2015.

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