Morris Duckworth colpisce ancora: intervista a Tim Parks

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Morte in mostra e il ritorno di un antieroe

Intervista di Tiziana Merani a Tim Parks

dal numero di gennaio 2017

A ventisei anni dalla pubblicazione di Cara Massimina e a circa ventuno da Il Fantasma di Mimì, Tim Parks torna a divertirci e a punzecchiarci con il terzo volume delle avventure di Morris Duckworth, Morte in mostra, edito da Bompiani (2016) e tradotto da Eleonora Gallitelli. Un giallo psicologico, a tratti sociologico, venato dall’umorismo tutto britannico di Parks e da qualche gomitata insofferente agli italiani.

Dopo diversi anni dalle sue ultime malefatte, torna di nuovo in scena Morris Duckworth. Come mai? 

Ho sempre avuto in programma un terzo libro, anche perché per Morris c’erano tre sorelle da sposare; insomma, un po’ come se Zeno Cosini avesse sposato tutte e tre le famose sorelle. Ma volevo aspettare che Morris fosse un po’ più vecchio, con dei figli e una carriera rispettabile. Il momento, diciamo, scatenante, è stato però quando Christopher Ricks, Sir Christopher Ricks, il rispettatissimo critico inglese, mi ha detto che gli piacevano moltissimo questi libri e aspettava con ansia il terzo volume della trilogia. Sono rimasto stupito e ho subito deciso di soddisfarlo. Curioso adesso pensare che è stato proprio Ricks a insistere, per molti anni, che Dylan fosse un grande poeta…

Lei e il protagonista dei tre romanzi avete in comune alcuni aspetti, per quanto a Morris manchi il suo senso dell’umorismo. Scomodando Flaubert, Tim Parks potrebbe dire: «Morris Duckworth c’est moi»?  Per lo meno in parte? 

O scomodando anche Morante, se è per questo, che ha detto «Arturo c’est moi». Sì, è evidente che Morris è una specie di mio losco alter ego. Abbiamo molto in comune e provo una certa simpatia nei suoi confronti, il che fa sì che il lettore si senta invitato a identificarsi con lui, o addirittura a tifare per lui. La cosa diventa sconcertante quando Morris comincia a uccidere. Soprattutto, Morris, come tutti i miei protagonisti, anche dei romanzi più seri, vive una fortissima tensione tra il desiderio di trasgredire e la necessità di immaginarsi buono, tensione che Morris gestisce in un modo tutto suo.

Il primo romanzo di questa serie fu pubblicato con un suo pseudonimo. C’era un pizzico di snobismo verso il genere della crime story in questa sua scelta?

Onestamente no, ma c’era molta insicurezza e confusione. Avevo scritto Cara Massimina, il primo della trilogia, già nel 1982, a 27 anni. Non sono riuscito a farlo pubblicare. Poi ho cominciato a pubblicare libri più “seri” e “letterari”. Nel 1990 un mio amico giallista l’ha letto e mi ha incoraggiato a riprovare a pubblicarlo, e questa volta ho trovato una casa editrice. Ma la distanza tra questo romanzo e gli altri sembrava siderale, così ho scelto di usare uno pseudonimo. Ma è stato un errore, perché le recensioni erano ottime e tutti i critici hanno sottolineato il carattere letterario del libro. Così anni dopo l’ho pubblicato con il mio nome.

Spesso Morris si lascia andare a considerazioni acute e divertenti su certe peculiarità dell’Italia. Morris, essendo un antieroe può permettersi di esternare, senza suscitare eventuali reazioni di fastidio dei lettori italiani. E tuttavia le cose che dice spesso sono vere, quantomeno verosimili. Lei si sente mai altrettanto esasperato nei confronti del nostro incomprensibile paese?

Chi non è esasperato dall’Italia? Gli italiani per primi! L’ironia di questi libri sta nel fatto che Morris, una persona assolutamente inaccettabile e pericolosa, abbia comunque un occhio molto acuto per i difetti degli altri. Così, quando uccide, è spesso convinto di aver ammazzato qualcuno che lo “meritava”, e di tanto in tanto anche il lettore è tentato a crederci.

Morris, che si considera un esperto di arte, propone al direttore di un museo di Verona, la città in cui vive, una mostra di dipinti legati tra loro dal tema della morte violenta. Si mette quindi al lavoro per chiedere in prestito ad altre istituzioni alcune opere dei massimi artisti, da Caino uccide Abele di Tiziano a La strage degli Innocenti di Pietro Testa. Secondo Morris l’atrocità del delitto si trasfigura nella bellezza dell’opera d’arte. Il messaggio è qualcosa sulla brutalità latente in ogni uomo?

Direi di no, in quanto quel “messaggio” mi sembra scontato. Chi ne dubita? Piuttosto, si riflette sul fatto che l’arte rende la violenza accettabile, o almeno qualcosa da consumare esteticamente. Morris vuole usare l’arte come ausilio per uscire dalla violenza, o sublimarla, ma allo stesso tempo capisce a fondo l’ipocrisia di una società che fa finta di inorridire quando l’Isis mostra una decapitazione online, ma poi gode gli infiniti Giuditta e Oloferne, o Salomé e Giovanni Battista esposti nelle varie pinacoteche. Ma soprattutto ciò che più affascina Morris è lo sguardo dell’artista sull’istante che precede l’uccisione, il momento della rivelazione e del riconoscimento, quando vittima e assassino finalmente sono nudi l’uno davanti all’altro, finalmente si capiscono. Di questi momenti lui è un connoisseur.

Le chiedo una considerazione sullo stato del patrimonio culturale in Italia.

Domanda difficile. È evidente che ci sono molte punte di eccellenza. Penso solo a quello che James Bradburne (personaggio che peraltro appare nel mio romanzo) sta facendo alla Pinacoteca di Brera. Ma c’è anche molta stasi, molte bellissime opere d’arte impolverate, musei che non si rinnovano mai, impantanati in un conservatorismo noioso, e anche molte situazioni dove l’ignoranza o addirittura il menefreghismo fanno sì che grandi opere marciscano o scompaiano. Il capitolo in cui Morris riesce a trafugare un dipinto dal sottotetto di una chiesa di provincia non è privo di appigli alla realtà. Ma l’Italia ha una ricchezza artistica così vasta che è difficile immaginare che tutto possa essere ben custodito. In generale bisogna ammirare lo sforzo degli italiani per preservare il loro incredibile patrimonio.

Potremmo definire Morris Duckworth uno squilibrato? O nella sua boria, e nella sua avidità senza freno, rappresenta invece certi uomini moderni che oggi occupano posizioni di potere?

Morris è assolutamente normale. È una persona che vuole avere tutto, ma vuole anche sentirsi buono. È questa la norma oggi. Se fosse rimasto in Inghilterra credo che avrebbe condotto una vita del tutto ordinaria. Solo che, trasferendosi in Italia, ha perso, insieme alla sua lingua di origine, ogni inibizione, mentre la bellezza dell’Italia l’ha abbagliato, rendendolo più voluttuoso, e più deciso ad “arrivare”. Così in certi momenti di crisi, Morris ha preso l’abitudine di, beh, uccidere. Non perché “voglia” uccidere. Non è un serial killer. Anzi, trova sgradevole tutto ciò che ha a che fare con il sesso predatorio. Ma per necessità.

Leggendo il romanzo si ha la sensazione che dietro a ogni pagina ci sia un suo sorriso. Si è divertito a scrivere questo libro?

Immensamente. La struttura di questi romanzi si è rivelata una specie di macchina del divertimento.

Come lei, Morris Duckworth vive e lavora da parecchi anni in Italia pur continuando a essere cittadino britannico. Cosa farebbe adesso, il protagonista del romanzo, di fronte all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa? Diventerebbe cittadino italiano/europeo o rimarrebbe fedele al suo paese d’origine?

Morris senz’altro prenderebbe la cittadinanza italiana. È assolutamente convinto della superiorità dell’italiano raffinato rispetto al grezzo inglese, sempre rappresentato da suo padre, esempio emblematico di una classe operaia che non fa altro che bere e litigare per il calcio. Invece l’Italia gli offre la bella figura, la passeggiata, e una corruzione più “sofisticata”, da ammirare. Per non parlare della preferenza di Morris per la ricca iconografia cattolica rispetto alle spoglie chiese protestanti…

In passato ha scritto un interessantissimo libro sulla traduzione letteraria. Ne emergeva che per quanto bravo il traduttore possa essere, il libro di partenza e quello d’arrivo saranno inevitabilmente distanti. Questa distanza significa che chi parla italiano legge un libro diverso da quello che legge chi parla inglese? Lei ha percepito questa distanza nelle traduzioni dei suoi libri?

Una lingua è come un incanto. Spostare un testo da una lingua all’altra vuol dire farlo apparire sotto una luce assolutamente diversa. Ma si ha lo stesso effetto anche in conversazione. Parlare in inglese e parlare in italiano sono due esperienze diverse. Metti poi, nel caso di questo libro, che i lettori inglesi vedono l’Italia in un modo piuttosto superficiale mentre gli italiani, nel bene e nel male, la conoscono a fondo, ed è evidente che sarà letto in modo molto diverso nei due paesi. Detto questo, ho lavorato al fianco della traduttrice per rendere il romanzo convincente e divertente in italiano. Mi ha aiutato molto, poi, la figura di Morris.

C’è un equivoco divertente legato alla traduzione letteraria che può citare?

Forse l’equivoco più grande in questo momento sono le traduzioni inglesi di Elena Ferrante. Anne Goldstein tende a rendere la Ferrante in un registro molto più alto e latineggiante rispetto al testo originale. Ma invece di rovinare questi romanzi l’effetto è stato di dare agli americani l’impressione che stessero leggendo letteratura in grande stile. E il successo è stato enorme. È davvero una situazione curiosa.

Quali sono gli autori che l’appassionano?

Molti. Dickens, Hardy, Verga, Morante, Pavese, Bernhard, Lawrence, Faulkner, il poco conosciuto Henry Green. Tra i contemporanei lo svizzero Peter Stamm, l’olandese Gerbrand Bakker.

Ci può anticipare qualcosa del suo prossimo libro?

Il prossimo romanzo non potrebbe essere più diverso da Morte in mostra. Si svolge tutto nei pochi giorni tra la morte di una madre e la sua cremazione, e ruota ossessivamente intorno al dilemma se vedere o no il corpo imbalsamato di una donna che non avrebbe mai approvato l’imbalsamazione. C’è molto turbamento. La sola cosa che ha in comune con la trilogia di Morris Duckworth è l’umorismo. Anche se in modo molto diverso, il libro scatena un riso folle. Si intitola In Extremis.

t.merani@libero.it

T Merani è traduttrice

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