Promuovere l’editoria italiana all’estero: incontro con Paolo Grossi

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Azioni e strumenti di valorizzazione: luci e ombre

intervista a Paolo Grossi di Luisa Gerini

Italianista, editore e dirigente del Ministero degli Affari Esteri, Paolo Grossi ha assunto nel luglio 2014 l’incarico di direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles dopo essere stato addetto culturale presso l’IIC di Parigi e aver diretto quello di Stoccolma dal 2008 al 2012. Paolo Grossi è stato anche uno dei promotori della creazione di BooksinItaly, un sito per la valorizzazione della produzione editoriale italiana all’estero.

Il Rapporto sull’Import/export di diritti 2017 indica un incremento delle vendite dei diritti all’estero in particolare nel settore Bambini e ragazzi e nella Narrativa: qualcosa si muove per l’editoria italiana in ambito internazionale?

I dati sono certamente incoraggianti, tanto più a fronte della mancanza totale di una strategia strutturata in questo ambito a livello nazionale. Certo l’AIE promuove la partecipazione degli editori italiani alle fiere internazionali, specie laddove l’Italia è il paese straniero ospite d’onore. Questo è certamente encomiabile e rappresenta uno degli aspetti che giustamente l’AIE rivendica quando valorizza il suo ruolo. Tuttavia, se allarghiamo lo sguardo e facciamo un paragone ad esempio con la Francia, il confronto è veramente impietoso. Al di là delle somme investite (l’ultimo rapporto indica un investimento di 24 milioni l’anno esclusi gli stipendi del personale, una cifra che non ha paragoni con quanto viene fatto in Italia), è proprio il meccanismo di sostegno all’editoria a essere molto ben strutturato. Ed è questa complessa impalcatura a fare la differenza: penso al dispositivo per la promozione della vendita dei libri in francese all’estero che eroga contribuiti alle spese di spedizione, oppure al Bureau international de l’édition française, l’ente che si occupa tra le altre cose di preparare gli editori ad affrontare le fiere internazionali. Faccio un esempio concreto: quando la Francia è stata l’ospite d’onore della Fiera del libro di Calcutta, il BIEF ha prodotto uno studio sul mercato editoriale indiano rivolto agli editori francesi per fornire con un anno di anticipo indicazioni utili su come muoversi per essere più efficaci.

Il rapporto evidenzia come l’Europa resti il mercato di riferimento dell’Italia per la vendita di diritti, pur registrando negli ultimi anni un importante incremento nel Nord America e in Medio Oriente. Il ruolo delle fiere internazionali è certamente fondamentale per far conoscere la produzione editoriale nazionale, così come le coedizioni o la strada intrapresa da e/o con Europa Editions – che ha contribuito al successo di Elena Ferrante negli Stati Uniti – si stanno rivelando efficaci. Quali altri strumenti potrebbe adottare l’Italia per promuovere la traduzione delle sue novità editoriali?

La risposta non è semplice e non sono certo che la scelta di pubblicare direttamente in inglese sia una strada auspicabile e percorribile da tutti. Esistono certamente misure per cercare di assecondare o potenziare questo trend positivo che abbiamo evocato all’inizio. A sostegno della traduzione, in Italia, ci sono i contributi del Ministero degli Esteri a cui si accede attraverso un bando.  Parliamo tuttavia di un importo di circa 200.000 € l’anno per tutto il mondo: gli editori sono sottoposti a trafile burocratiche che spesso li scoraggiano vista l’entità della somma che poi viene erogata. In altri paesi come la Germania i sostegni sono invece di vario tipo, e spesso cospicui. Oppure pensiamo alla Francia, sempre per tornare a questo modello, che organizza atelier per traduttori. Si tratta di iniziative importanti perché i traduttori sono un vettore di mediazione fondamentale, molto spesso sono proprio loro a essere maggiormente aggiornati, a proporre i titoli all’editore. In questo senso, posso raccontare un’esperienza recente. Come Istituto italiano di Cultura di Bruxelles, siamo partner di un nuovo premio letterario che si chiama Pop (Premio Opera Prima) nato in collaborazione con il Master in Editoria dell’Università degli Studi di Milano che ha a sua volta come partner la Fondazione Mondadori. Il nostro impegno consiste nel presentare in Istituto il vincitore: l’anno scorso è stato Gesuino Nemus con La teologia del cinghiale, ormai diventato un piccolo caso letterario. Combinazione dopo l’incontro ne ho parlato con Marguerite Pozzoli che è la curatrice del settore italiano di Actes Sud e anche traduttrice, segnalandole il libro che presto uscirà in Francia.

Nel quadro complessivo della promozione dell’editoria italiana, in cui dati piuttosto sconfortanti sulla diffusione della lettura evidenziano la necessità di incrementare le opportunità offerte dalla vendita dei diritti, qual è il ruolo che è chiamata a svolgere la rete degli Istituti Italiani di Cultura?

Gli Istituti Italiani di Cultura possono svolgere un ruolo importantissimo in questo senso, perché ogni anno, mediamente, ognuno di loro accoglie una decina di scrittori, spesso nomi affermati ma non necessariamente. La loro azione, grazie a un certo ricambio in questi ultimi anni, si è fatta più efficace, è maturata una maggiore consapevolezza sulla necessità di impostare un lavoro di fondo, di tessitura, di invitare gli editori, i traduttori, i mediatori culturali. Perché se negli incontri con scrittori famosi possono venire anche 150 persone, sono poi tre o quattro inviti mirati a fare la differenza. Mi sono reso conto in modo particolare di questa necessità quando sono arrivato all’IIC di Stoccolma nel 2008. Ho trovato una situazione disastrosa per quanto riguardava la narrativa italiana, in quanto le case editrici svedesi traducevano pochissimo e soprattutto senza criteri: la scelta cadeva sull’ultimo vincitore del Campiello, dello Strega, su libri di cui altri editori stranieri avevano già comprato i diritti, oppure venivano seguiti in modo casuale i consigli di qualche italianista locale. Vi era insomma una mancanza totale di informazione a cui si sommava, anche nelle case editrici più grandi, l’assenza di un lettore in grado di leggere libri in italiano, si passava dalle traduzioni in francese o in inglese. Ho così deciso di aprire una rivista semestrale bilingue, Cartaditalia, al cui interno vi fosse una scelta di testi tradotti per presentare autori non ancora conosciuti sul mercato editoriale svedese. Grazie al primo numero, uscito nel 2009 e curato insieme a Domenico Scarpa, sono stati tradotti scrittori come Valeria Parrella, Vitaliano Trevisan o Andrea Bajani.

Oltre all’azione degli Istituti Italiani di Cultura, che si sviluppa sul territorio ed è rivolta a un pubblico locale con esigenze specifiche, al lavoro degli scout e alle fiere, il web può potenzialmente fornire un contributo importante per rafforzare e in un certo senso centralizzare la diffusione delle informazioni. Lei è stato il promotore della creazione di BooksinItaly. Quando è nato il sito e a quali bisogni intendeva rispondere?

Il sito è stato lanciato nel 2014 grazie al sostegno della Fondazione Mondadori che si è avvalsa di un congruo contributo da parte della Cariplo. Ispirato al modello di quanto avviene per esempio in Germania con Litrix (il sito ufficiale) e New Books in German (basato a Londra e rivolto al mondo anglosassone, sia britannico che americano), BooksinItaly è stato concepito come uno strumento di promozione della produzione editoriale italiana all’estero. La funzione del sito è quella di presentare le novità editoriali per mezzo di schede che evidenziano la trama, i personaggi e il motivo di interesse per un’eventuale traduzione (con i riferimenti della persona con cui negoziare l’acquisto dei diritti, in un’ottica di semplificazione) insieme a brani dell’opera già tradotti in inglese perché l’editore straniero possa farsi un’idea del libro senza passare attraverso una lunga catena di intermediazione. Non si tratta quindi di un sito letterario classico né di un luogo per avviare un dibattito sull’attualità culturale italiana, bensì di una vetrina per l’estero strutturata in modo estremamente pragmatico.

Attualmente il sito sta attraversando una fase di incertezza legata al finanziamento del suo funzionamento.

Purtroppo il ciclo triennale di finanziamento della Fondazione Mondadori si è concluso e ora ci stiamo interrogando su quale sarà il futuro di BooksinItaly. I siti esteri analoghi beneficiano di un importante sostegno istituzionale in quanto sono considerati strumento di promozione di un settore dell’economia del paese.  Come ho detto all’inizio, in Italia l’idea di sistema è purtroppo assente: invece, così come tutte le aziende – grandi o piccole che siano – hanno un sito, allo stesso modo è naturale che l’editoria italiana abbia un suo sito di promozione verso l’estero, dovrebbe essere considerato indispensabile. Occorre fare ogni sforzo per mettere intorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti: dal MIBACT (Centro per il Libro e per la Lettura) al MAE (Ministero Affari Esteri) dall’ICE (Istituto per il Commercio Estero) all’AIE (Associazione Italiana Editori) per costruire un progetto condiviso, nel comune interesse della promozione del libro italiano all’estero. Per riuscirci non ci vogliono risorse straordinarie, basta un cambiamento di mentalità che si traduca in un concreto impegno comune.

L’immagine dell’Italia, che può avvalersi di una ricca tradizione culturale ed artistica pur essendo caratterizzata a volte da stereotipi, che ruolo ha nell’attirare l’attenzione degli editori stranieri?

Purtroppo dobbiamo renderci conto che la presenza della nostra letteratura all’estero è marginale. Così come è marginale l’italiano, nonostante sia la quinta lingua studiata al mondo. Dobbiamo calarci in questa dimensione di lingua di nicchia, di élite perché facente parte di quel bagaglio culturale imprescindibile per chi operi nel mondo delle arti, delle lettere, della musica. È in quest’ottica che dovremmo cercare di collocarci in un mercato globale. E poi l’editore estero cerca l’italianità. Ad esempio è chiaro che i libri della Ferrante, al di là della valutazione che si voglia dare alla qualità letteraria, hanno una carica “esotica” forte che ha contribuito certamente al loro successo. Il discorso dei generi è più complesso, benché anche lì, come nel caso dei gialli, giochino spesso le regole dell’aspettativa di qualche cliché. Per fornire un adeguato sostegno alla nostra letteratura all’estero sarebbe allora essenziale riuscire a coordinare gli sforzi che si stanno mettendo in campo, dotarsi di un’efficace cabina di regia per evitare la dispersione di energie. Stiamo parlando di un settore dell’economia che va sostenuto e promosso anche perché la cultura fa parte dell’identità dell’Italia: è questa la percezione che deve maturare.

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