Vanessa Roghi e il documentario su don Lorenzo Milani

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Assunti falsi per conservatori rabbiosi

intervista di Gino Candreva

dal numero di luglio-agosto 2017

Vanessa Roghi è la regista del documentario Don Milani: il dovere di non obbedire, prodotto quest’anno dalla Rai.

Come è nata l’idea del documentario? È stata un’idea sua o in qualche modo della redazione di Rai tre?

L’idea è stata mia ma poi condivisa da tutti. Da anni volevo lavorare su questa figura, da quando avevo organizzato una maratona di lettura di Lettera a una professoressa all’Università e, per la prima volta, avevo approfondito il progetto di scuola del priore di Barbiana. Poi, qualche anno fa, avevo scritto una puntata del programma Correva l’anno sul sindaco di Firenze Giorgio La Pira; lì avevo potuto confrontarmi con questa forma di cattolicesimo toscano che, da non credente ma toscana, mi incuriosiva moltissimo. Così, in vista dell’anniversario della morte di don Milani e dell’uscita della Lettera ho proposto a La Grande storia questo tema ed è stato accolto.

Oggi tutti a parlar bene di don Milani: papa Francesco, la ministra Fedeli il 5 giugno ha tenuto un convegno. Ma è un tentativo di depotenziarne l’insegnamento, rendendolo omogeneo all’istituzione alla quale consigliava di disobbedire, o veramente crede che ci sia un recupero della sua scuola?

Non credo assolutamente che ci sia un recupero della sua scuola: molto spesso il pensiero e la pratica di don Milani viene usato letteralmente per rilanciare l’idea che le scuole debbano essere private per esempio, in base al fatto che, ovviamente, la sua scuoletta lo fosse. Non è neanche depotenziare, che prevederebbe un intento chiaramente ideologico, secondo me è proprio non capire, non storicizzare, non approfondire insomma. Ovviamente questo non vale per papa Francesco, il cui magistero ha molti punti in comune con l’idea espressa in più di una circostanza da don Milani, ovvero il fatto che la pratica pastorale debba nascere e confrontarsi con i bisogni di chi si ha di fronte e non essere calata dall’alto.

Pensa che don Milani sia stato un precursore del Sessantotto, come afferma Mieli?

Per essere precisi Mieli afferma che Lettera a una professoressa ha precorso molti temi, e che don Milani è diventato un profeta degli anni a venire. In questo credo che abbia ragione: la Lettera non è stata scritta per i movimenti universitari, ma ha colto alcuni temi che poi gli studenti hanno approfondito e trasformato in oggetto di lotte come il classismo della scuola.

A un certo punto del documentario, Ezio Palombo dice che per don Milani “occorreva ubbidire agli ordini anche ingiusti” (si riferisce al divieto di frequentarlo). Questo, perché?

Perchè don Milani era un prete, quasi tridentino come hanno scritto in molti, e il prete senza obbedienza a suo parere non aveva senso. Obbedire al magistero, ai superiori, alle leggi della chiesa, salvo poi porre la questione dell’obbedienza e del diritto a non obbedire di fronte a ordini ingiusti come centrale: ma ordini dati da uomini in quanto tali passibili di sbagliare, mentre se era una legge della chiesa questa non doveva essere contraddetta.

Nel commentare il metodo di don Milani, Giorgio Pecorini afferma che nella scuola di Barbiana “ci si educava reciprocamente”, il maestro era “il regista”, “l’animatore della comunità autoeducante”. Pensa che sia proponibile in una scuola media oggi?

Sì. Conosco poco le scuole medie anche se ho molte amiche e amici che vi insegnano e credo che siano davvero il luogo dove si consuma e si mette alla prova l’effettività del nostro progetto democratico. Credo che la comunità scolastica debba essere sempre autoeducante e che occorra reciprocità, ma mi sembra così banale dirlo, vorrei darlo per scontato.

Non le sembra che il linguaggio e l’intera impostazione teologica di don Milani siano influenzati da una concezione, potremmo dire, luterana: ovvero che tutti devono saper leggere e scrivere in modo da avvicinarsi autonomamente a Dio, e questo abbia dato fastidio alle autorità ecclesiastiche, più che i suoi metodi pedagogici?

Più che luterana semmai ebraica, nella centralità che dà alla parola rivelata e a quella umana. Ma non credo che sia questo il motivo di fastidio, o meglio non solo questo: non dimentichiamo che don Milani fra il 1947 e il 1953 a Calenzano compie una vera e propria azione politica che manda in bestia molti democristiani e conservatori locali, si oppone agli industriali che licenziano, ai preti che raccomandano. Esperienze pastorali è un testo incandescente da questo punto di vista. Ricordo questo passaggio: “Oramai abbiamo aperto gli occhi, non torneremo più indietro”. È il ritornello che risuona nelle gallerie della cementizia tra i minatori semianalfabeti, nelle officine di Prato tra i meccanici che han letto qualcosa. Bisogna suonare l’allarme. Correre allo scaffale. Tirar giù il De jure proprietatis. Leggere dove dice “In extrema necessitate omnia sunt communia”. Riesaminare meglio quell’aggettivo “extrema”. Vedere se forse, tra poco, non stia per adattarsi ai tempi. Serve altro?

“La scuola che perde Gianni non è degna di essere chiamata scuola”. Una delle piaghe della scuola oggi è la dispersione e l’abbandono scolastico. La scuola di Barbiana potrebbe costituire un esempio di recupero dello svantaggio economico e sociale?

Dopo Barbiana per fortuna la situazione della scuola italiana è molto migliorata: il tempo pieno, le riforme, hanno reso lo spazio scolastico più inclusivo e democratico. Oggi assistiamo a un tentativo di ritorno all’ordine, reazionario, che si gioca per esempio sulla questione della lingua degli studenti, che sarebbero ignoranti per colpa della scuola inclusiva che lascia indietro i più bravi per occuparsi degli ultimi. Barbiana non è più un esempio in sé, lo è però il metodo che indica: primo, nella scuola dell’obbligo non bocciare (e l’obbligo oggi finisce a 16 anni); secondo, agli svogliati basta dare uno scopo.

Esiste una singolare analogia di metodi tra la scuola di Barbiana e i “Convitti Rinascita”, animati negli stessi anni dal Pci. Sarà perché il rinnovamento, soprattutto della scuola media, era un’esigenza ampiamente sentita in quegli anni?

Sì, evidente, dopo la riforma del 1963 ci si rendeva conto che molto ancora doveva essere fatto per attuarla. E ognuno lavorava in questa direzione.

Molti oggi imputano a Don Milani e al Sessantotto i problemi della scuola attuale. Non è magari vero il contrario?

I problemi della scuola attuale dipendono da chi, invece di mettersi lì e trovare delle soluzioni, si lamenta attribuendo ad altri lontani nel tempo i propri fallimenti. Punto. (Oltre che ai tagli all’istruzione ovviamente)

Abbiamo visto le pressioni dei cappellani militari, ma ci sono anche state pressioni della Dc sulle gerarchie ecclesiastiche per far tacere don Milani, visto magari, come si dice nel documentario, frutto di una “germinazione lapiriana” che rischiava di estendersi all’intero clero di base toscano?

Questo l’ho già accennato sopra, comunque sì, il problema della chiesa fiorentina era molto sentito dal partito romano, per questo il cardinal Florit era stato mandato a Firenze. Per controllare, moderare, e in caso di necessità, impedire che certe cose fossero fatte, non solo don Milani, ma anche Balducci e don Mazzi all’Isolotto.

Nelle sue ricerche, non ha trovato nessuna voce contraria ai metodi e all’insegnamento di Barbiana?

Ehhhh, basta leggere il “Corriere della Sera”, o il “Domenicale del Sole 24” ore per trovare gli esponenti attuali dell’antimilanismo, ammesso che il milanismo esista davvero. Scrive per esempio Paola Mastrocola: “Abbiamo emarginato sempre più la grammatica e la letteratura (dei classici, in primis) sostituendola con attività di vario intrattenimento (v. i progetti del Pof). Andiamo a rileggere i passi in cui s’invita la professoressa a non fare grammatica perché la lingua è appannaggio dell’élite, e a non fare Foscolo o l’Iliade del Monti perché la difficoltà di quei testi umilia i “poveri”. Ad esempio: ‘Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri (…). I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro (…). Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua, l’ha detto la Costituzione. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione’. Bene. È da cinquant’anni che facciamo a scuola più Costituzione che grammatica; oggi in particolare facciamo educazione alla cittadinanza, non certo educazione alla grammatica”. Sulla veridicità di queste osservazioni ripetute, come abbiamo visto, da anni senza alcuna sostanziale revisione, sono già intervenuti altri (non è vero che non si studia grammatica a scuola per esempio, e che si studia la costituzione al suo posto). Vorrei dunque soffermarmi su questo passaggio, che è quello nel quale si entra a gamba tesa nella storia, intesa come disciplina, la si usa in modo “pubbico”, e così facendo si costruisce un’ideologia rivolta alla nostra contemporaneità che parte da un assunto falso ma verosimile che, evidentemente, è il punto di incontro di tanti intellettuali di oggi: ovvero che don Milani volesse una scuola più semplice per i poveri. Ovviamente don Milani non ha mai neanche per un momento pensato che la scuola andasse resa più facile, né che ai ragazzi poveri si dovessero precludere le strade che si aprivano ai figli dei ricchi. La sua idea del 1967 nasceva da venti anni di riflessione sull’istruzione in generale. Don Milani aveva iniziato a Calenzano, nel 1947, a riflettere sull’analfabetismo degli operai, l’aveva fatto a partire dalla sua esperienza, l’aveva raccontato nel suo primo libro, le Esperienze pastorali, dove per la prima volta aveva tematizzato il problema della lingua. Don Lorenzo Milani, pronipote del filologo Comparetti, sapeva bene che le lingue sono una “quistione” storica, sapeva che nessuno è predestinato ad essere analfabeta, sapeva che sulla lingua si può e si deve lavorare. Aveva per questo aperto un doposcuola in parrocchia, poteva farlo per una legge dello stato del 1949. Aveva invitato intellettuali a parlare di cose difficili ai ragazzi, perché sapeva bene che la complessità è formativa e che non ci sono cose “vere in città e false in campagna”. Ma evidentemente è questione troppo complessa per essere capita dai rabbiosi conservatori di oggi come da quelli di ieri.

gino001@gmail.com

G Candreva è insegnante

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