Yasmina Khadra – “L’uomo perdona tutto ma non l’umiliazione”

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Intervista a Yasmina Khadra di Lorenzo Avola e Emanule Mercurio

È il pomeriggio di domenica 15 maggio, il penultimo giorno del Salone Internazionale del Libro di Torino, appena concluso. I viali degli espositori brulicano di appassionati e curiosi, le presentazioni si susseguono a ruota nelle aree riservate, tutto intorno è un vociare di gente. Anche allo stand della Sellerio c’è agitazione: è in corso il firma copie de L’attentato (ed.orig. 2005, trad.dal francese di Marco Bellini, pp.264, euro 14, Palermo 2016), uno dei titoli di punta di quest’anno per l’editore di Palermo. Yasmina Kadhra, l’autore, è in piedi, appoggiato a uno scaffale, impeccabile nel suo abito scuro; sta autografando le copie del proprio romanzo, tra fotografie e chiacchiere con i lettori. Lo avviciniamo, ci saluta sorridente e ci invita ad accomodarci sulle poltroncine dell’angolo interviste. Non ha fretta, ci concede tutto il tempo di cui abbiamo bisogno per porgergli le nostre domande.

Il suo libro appena pubblicato in Italia, L’attentato, è – per sua stessa ammissione – un libro polemico: è un invito a una lettura dei fatti di terrorismo che non si fermi alla superficialità, ma indaghi ciò che spinge un uomo a rinunciare alla propria vita in nome di un ideale, religioso o politico che sia. Non spinge a una legittimazione o a una giustificazione, certo, ma a un tentativo di comprensione che dia strumenti per prevenire, difendersi e giudicare.

La prima edizione del libro è del 2004. Oggi, grazie a Sellerio, torna sugli scaffali, più attuale che mai. Crede che l’Europa, investita dall’ondata di violenza degli ultimi anni, sia stata in grado di razionalizzare ciò che tuttora la minaccia o pensa si sia limitata a una caccia all’uomo?

È una domanda difficile alla quale rispondere. Bisogna imparare a isolare questa violenza, perché non è parte dell’umanità, anche se l’uomo nella sua storia è sempre stato violento. Il successo sta nel cercare d’arginarla. Il problema del terrorismo, cui diamo tanta importanza oggi, è un problema che è tornato più volte nella storia ed è un pretesto che viene utilizzato per cercare di fare del male. Bisogna cercare d’imparare a isolarlo e a non farlo entrare nella nostra vita quotidiana, perché questo non porta niente alla cultura. L’umanità deve, dunque, mantenere la propria lucidità e non deve cedere a queste provocazioni, a questo modo di fare terrorismo psicologico sulla violenza. Mi è difficile trovare una parola per identificare questo movimento, perché non è un’ideologia; viene fatta passare per una menzogna pseudoculturale. Sta a noi combatterla. L’unico modo è sicuramente l’intelligenza, e l’uomo è dotato dell’intelligenza per sconfiggerla. Nella storia siamo passati tante volte per questo processo, però dobbiamo convincerci che noi non siamo in pericolo. È una barbarie ciò che sta succedendo alla nostra società, ma possiamo fronteggiarlo così come è successo, in passato, con movimenti come il nazismo. C’è da dire però che, quando Hitler era al potere, la maggior parte della popolazione tedesca sposava la sua causa; questo non è ciò che accade oggi. Il terrorismo islamico non è appoggiato dai musulmani. L’unico modo per sconfiggerlo è isolarlo, perché se lo identifichiamo con l’Islam lo legittimiamo. Se lo spostiamo all’esterno, resta una barbarie e il buon senso può vincere. Dobbiamo convincerci di questo.

Il suo passato da militare, da membro dell’esercito algerino negli anni della Guerra Civile, è stato un aiuto nel processo di indagine del mondo del terrorismo? L’avere avuto a che fare in maniera diretta con esperienze di violenza è stato un motore per affrontare con lucidità la materia o un ostacolo su cui ha dovuto lavorare per avere il giusto distacco e metabolizzare?

Non vedo questa distanza. Io posso dirlo, perché quando ero nell’esercito il terrorismo l’ho combattuto, in Algeria, e senza mezzi a disposizione. L’assurdità è proprio questa: oggi abbiamo tutti i mezzi a disposizione, armi, droni, tecnica sofisticata; non dobbiamo quindi credere che sia una fatalità che ci sia capitata, ma anzi dobbiamo trovare il modo per riuscire a combatterlo. Ma finora questo non è successo, e non vedo la voglia di cambiare la situazione.

Il protagonista de L’attentato, il dottor Amin Jaafari, è il simbolo di un’integrazione di facciata: un privilegiato nel paese ospite che non ha voluto leggere la realtà dei conflitti, ignorando perfino quello interiore della moglie. Una delle sue scoperte nel cammino di conoscenza è che la violenza nasce dall’umiliazione. dall’impedimento di sognare. È una chiave di lettura ancora valida, nella sua profondità, per i problemi d’integrazione che affliggono i maggiori paesi europei, attaccatti addirittura da propri cittadini?

L’uomo è in grado di perdonare tutto, dagli errori alla miseria, ma c’è una cosa che proprio non può sopportare: l’umiliazione. L’umiliazione lo distrugge, gli crea un senso di offesa verso se stesso, facendolo arrivare a disprezzarsi. Questo obbliga l’uomo a una forma di vendetta. E qui è la società occidentale che sbaglia nel non vedere, in queste persone che vengono da fuori, esseri umani identici a loro, sfoderando un senso di disprezzo verso di loro. Queste persone allora non capiscono perché non ci sia integrazione, visto che potenzialmente potrebbero e vorrebbero integrarsi come tutti gli altri. E nel momento in cui arriva qualcuno da fuori che gli mette a disposizione i mezzi per vendicarsi, come ad esempio la religione o il senso di patriottismo, questo non fa altro che alimentare e fomentare la violenza. È come quando in un bar ci sono tante persone allegre che festeggiano e stanno bene, e solo uno è emarginato e isolato; in quel caso la violenza non è che un pretesto per farsi vedere e attirare l’attenzione verso se stesso. Ed è proprio questo il dramma. A questi uomini che non hanno visibilità e non sono inseriti nella società, non resta che la violenza per dimostrare di avere un talento.

Le vicende narrate nel romanzo sono quelle di un attentato contestualizzato nel conflitto israeliano – palestinese. Cosa c’è di quell’inestinguibile odio fra popoli tra le pagine de L’attentato? Perché il suo libro è stato colto come una provocazione?

L’attentato non è un libro sul terrorismo, ma sulla resistenza palestinese. Io non volevo provocare, volevo solo dire come l’assurdità dell’essere umano non ci permette di vivere tutti insieme. Non capisco come il popolo ebraico, che per anni ha convissuto con tutte le religioni, ora non riesca più a farlo. L’assurdità è come nella storia palestinesi e israeliani abbiano sempre combattuto insieme, dai tempi delle crociate contro i cristiani, fino alle guerre contro i musulmani, mentre ora non riescono più a convivere. Sulla terra non c’è un posto per gli uomini feriti, però allo stesso tempo abbiamo bisogno di trovare un posto dove guarire da queste ferite. Israele e la Palestina sono la patria, penso, di tutti i popoli che vogliono guarire. È il territorio di tutte le profezie, e dovrebbe essere aperto a tutta l’umanità. Dovrebbe essere la terra promessa, ma non solo per gli ebrei o i palestinesi, ma per tutti i popoli che vogliono guarire. Sono in guerra da 62 anni, perché neanche gli dei sono d’accordo con gli uomini.

Una certa forma di odio ha toccato anche te prima della pubblicazione del libro. Un’ostilità da parte del mondo intellettuale parigino che l’aveva quasi spinta a un ritiro letterario e a un ritorno nel paese d’origine. L’attentato è stato un suo estremo gesto di lotta al muro d’avversione? È un ultimo colpo consapevole, da scrittore?

In Francia solo una parte degli intellettuali mi ha attaccato, non tutti. Ma è una minoranza molto forte. Mi hanno attaccato semplicemente perché non hanno capito il libro, che è molto forte: sono stato attaccato da entrambe le parti, sia dagli estremisti israeliani che da quelli arabi. Questo dimostra semplicemente che in questo libro ho detto la verità. Quello che mi aspetterà nel futuro non lo so, non so se i lettori continueranno a supportarmi. So solo che io voglio continuare a scrivere con il mio cuore, parlare col cuore e continuare a utilizzare questa lingua meravigliosa.

Lorenzo Avola e Emanuele Mercurio sono studenti Holden

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