Colti: Siamo mondi e insieme costruiamo galassie

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 Consorzio Librerie Torinesi Indipendenti

intervista a Davide Ferraris di Luisa Gerini

Uno sfondo blu che ricorda un cielo notturno, su cui brillano come costellazioni i nomi delle 25 librerie indipendenti dell’area metropolitana torinese che appena pochi giorni fa hanno dato vita a Colti: la realizzazione calligrafica di Nadia Leo sintetizza efficacemente lo spirito del neonato consorzio, in cui ogni libreria radicata nel proprio quartiere – un mondo – si unisce alle altre per ampliare orizzonti e campo d’azione andando a costituire una galassia. Come spiega Davide Ferraris  della Libreria Thérèse – che si occupa della comunicazione del consorzio, se Colti si innesta nella consuetudine ormai più che ventennale di sinergie e di progetti condivisi delle librerie torinesi, la sua costituzione rappresenta un ulteriore passo per dotarsi di uno strumento di progettazione in grado di dare visibilità e forza al loro prezioso lavoro di presidio del territorio. Il primo banco di prova non si è fatto attendere: durante la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, Colti avrà in gestione La Piazza dei Lettori, uno spazio di 800 metri quadrati con oltre 12.000 volumi. 

Colti

© Facebook/Consorzio Librerie

Come è nata e ha preso forma l’idea di costituire un consorzio di librerie indipendenti a Torino?

L’idea ha iniziato a maturare in ottobre, subito dopo la conclusione dell’ultima edizione di Portici di carta, quando è arrivato il momento di fare il consueto bilancio. Era la decima edizione e, si sa, i numeri tondi sono un invito non solo a ricostruire il percorso compiuto ma anche a ripensare a come ti immaginavi allora il futuro. Noi librai torinesi ci siamo quindi ritrovati nella riunione forse più partecipata di sempre – non parlo solo di numeri ma di implicazione personale – per avviare tutti insieme una riflessione. Il contesto era particolare, l’ultima edizione aveva rischiato di non esserci. Può sembrare assurdo – e in effetti è incomprensibile – ma la manifestazione non è calendarizzata dal Comune di Torino e ogni anno è necessario ricominciare tutte le trafile burocratiche, un passaggio che con il recente cambio di giunta non era certo scontato. In più si respirava un clima pesante di incertezza legato al futuro del Salone del Libro di Torino e della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura. Infatti, pur avendo Portici di carta una paternità ben precisa, quella di Rocco Pinto del Ponte sulla Dora e delle librerie, il marchio è di proprietà della Fondazione. In quei giorni ci siamo sentiti deboli. E un po’ orfani. Ed è così che è emersa l’esigenza di essere parte di qualcosa, di trovare una casa che fosse in grado di rappresentarci. In altre parole abbiamo capito che era necessario costituire un soggetto che, dopo dieci anni, ci permettesse di fare un salto di qualità: un soggetto che da un lato fosse in grado di relazionarsi con il mondo esterno, anche banalmente per questioni pratiche come le sponsorizzazioni, e che dall’altro avesse la forza di implicare direttamente le persone nella costruzione di un evento.

Dieci anni di lavoro insieme maturati grazie a Portici di carta sono un’esperienza importante di sinergie e di obiettivi condivisi per gettare le basi per la nascita di Colti. Perché avete scelto la formula del consorzio e come state vivendo la prima sfida che arriva proprio in occasione della XXX edizione del Salone del Libro di Torino – ancora una cifra tonda – durante la quale vi troverete a gestire in collaborazione con le biblioteche della città la Piazza dei Lettori?

In realtà è stata proprio la proposta del Salone del Libro a farci fare il grande passo, l’occasione che è servita da stimolo per passare dalla teoria alla pratica dopo un percorso di riflessione comune. Accettare questa opportunità significava confrontarsi concretamente sul progetto e sui suoi obiettivi. Abbiamo optato per la formula del consorzio per un motivo molto semplice: un consorzio è un gruppo di aziende, l’associazione un gruppo di persone. Nell’associazione, l’adesione può essere emotiva ma poi non coinvolgere il tuo lavoro. Noi invece cercavamo una casa, un posto in cui stare. Perché le nostre librerie sono un po’ la nostra casa, e i libri sono un po’ la nostra vita. E la nostra casa e la nostra vita non le possiamo trattare come qualcosa di mutevole e scivoloso, devono essere un luogo sicuro in grado di ospitarci. Questo ha fatto sì che per noi la formula del consorzio fosse la migliore. Naturalmente è una formula richiedente: devi impegnarti in prima persona, non siamo un gruppo di amici anche se alcuni lo sono già, ma altri non lo saranno mai. Anche i criteri per aderire al consorzio sono più chiari: per far parte di Colti è necessario essere una libreria indipendente che per noi significa essere una libreria autonoma nelle scelte, nell’identità e nella proposta. Questa definizione esclude allora sia il franchising che le realtà appartenenti a holding e società la cui attività prevalente non è quella di libraio.

Colti è composto da 25 librerie indipendenti, tutte presenti e attive singolarmente nei loro quartieri dove svolgono un prezioso lavoro di presidio culturale. Come consorzio, invece, come intendete costruire il vostro rapporto con il territorio? E quali saranno i vostri orizzonti di azione, Torino, il Piemonte o anche oltre?

Noi siamo librai e abbiamo le “mani sporche”, ci occupiamo di libri ma lo facciamo con le mani. Il nostro approccio è mettere in relazione i libri con le persone: per noi è un gesto, non un processo mentale. C’è quindi la parte fattiva di commercianti, ognuno nella propria realtà o in iniziative condivise, ma anche l’esigenza della comunicazione. La comunicazione di Colti sarà comune. Abbiamo già aperto una pagina Facebook che ha riscontrato immediatamente un enorme successo. Ogni libreria conserverà ovviamente i suoi canali abituali, ma l’impatto di una comunicazione unica sarà certamente maggiore. Per quanto riguarda il nome, abbiamo creato un logo che stemperasse il significato che di primo acchito si può dare all’acronimo Colti facendo invece emergere le librerie torinesi indipendenti. Anche perché, se diciamo che siamo “colti”, questo discorso delle mani sporche non funziona più, mentre è uno dei nostri punti di partenza. E poi abbiamo l’intenzione di giocarcela con l’ironia. Sapendo che i nostri orizzonti al momento sono rivolti al primo banco di prova del Salone del Libro ma che non potranno che allargarsi, anche se è troppo presto per dirlo.

Com’è cambiato il lavoro del libraio indipendente in questi anni in cui si sono moltiplicati i suoi competitor sia dal punto di vista commerciale che da quello della relazione con il cliente, che oggi ha accesso a un numero certamente maggiore di informazioni sulle ultime uscite?

Il lavoro del libraio è cambiato profondissimamente… e neanche un po’. Quando ho iniziato 22 anni fa, si apriva alle 8.30 e si chiudeva alle 12.30, si riapriva alle 15.30 e si chiudeva alle 19.30. Era un altro mondo. A Torino tutte le librerie erano indipendenti tranne una Feltrinelli in piazza Castello. Avevamo un mestiere molto tecnico, quasi didascalico: non c’era la rete e il tuo strumento di lavoro erano i tomi di informazioni editoriali scritti a caratteri minuscoli in cui trovare il libro che il cliente cercava. Adesso a un libraio si richiede qualcosa in più. Allora dovevamo rispondere a una domanda precisa, mentre oggi dobbiamo proporre, instillare la curiosità per un titolo rispetto a un altro, spiegare il progetto editoriale di una casa editrice. E il rapporto tra la piccola editoria di qualità e le librerie indipendenti è diventato fondamentale. Così succede che Kent Haruf, pubblicato da NN che ha solo due anni di vita, arrivi in testa alle classifiche, o che Claudio Morandini con Neve, cane, piede resti al quinto posto per due settimane. Le realtà di territorio come le librerie indipendenti, proprio come fa la bottega di quartiere che vende il prosciutto buono, fanno emergere la bellezza.

Come si costruisce l’identità di una libreria indipendente e come lavorerete insieme all’interno di un unico soggetto?

Le librerie indipendenti fanno parte del progetto culturale di una città, di un editore, di un quartiere, di una strada. Delle vite delle persone. La nostra identità si costruisce attraverso i libri che scegliamo. E poi c’è il nostro sapere che fa la differenza. Un tempo era un sapere quasi didascalico – ti era richiesto di ricordare il nome dell’editore, chi aveva curato la traduzione, qual era l’ultima edizione… – mentre ora basta digitare un nome sulla tastiera. L’affaccio virtuale sul mondo attraverso un monitor si trasforma in libreria in un incontro reale, di persone che si guardano negli occhi. Oggi siamo professionisti privilegiati della comunicazione letteraria: non solo parliamo tutto il giorno di libri, di progetti editoriali, ci mettiamo anche la faccia e le nostre scelte dicono al mondo chi siamo. Nel consorzio ognuno di noi porterà il proprio bagaglio di esperienze, il suo approccio personale, le sue competenze. Per tutti noi si tratta di reinventare degli aspetti della nostra professione, non è un passo da poco. Siamo ovviamente realisti sul fatto che non è detto che questo effetto moltiplicatore, di amplificazione funzioni. Ma sarà questa consapevolezza a fare da stimolo per lavorare con impegno nei prossimi mesi.

luisa.gerini@lindice.net

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