Documentalità
Marzo 2010

Maurizio Ferraris
Documentalità
Perché è necessario lasciar tracce
pp. XV-429, € 24, Laterza, Roma 2009
Recensioni di Alfredo Ferrarin e Andrea Sormano
Non c'è divorzio senza rancore
di Alfredo Ferrarin
Se in questa recensione mi soffermo sugli interrogativi aperti da Documentalità di Maurizio Ferraris, vorrei dire subito in modo inequivocabile che si tratta di un libro bello e importante, per cui dobbiamo essergli grati. Le ontologie, dai tempi della giungla meinonghiana, sono rigogliose, e il libro di Ferraris (oltre che acuto, e chiaro e spiritoso pur in una complessità che lo rende diverso dalle sue ultime opere) è ricchissimo. A me non interessa proporre rasoi, ma anzi discutere quanto mi sembra rischi di impoverire l’ontologia sociale di Ferraris: la riduzione del soggetto a un oggetto tra altri, della prassi alla poiesi, dello spirito alla lettera e della politica alla socialità.
Non è questo il luogo per sottolineare la confusione relativa a Kant, al presunto collassamento epistemologia-ontologia e alla cecità delle intuizioni. Esprimo qui una riserva non solo sul fatto che per l’autore della Metafisica dei costumi quello degli oggetti sociali sia (come afferma Ferraris) un ambito ignoto, ma soprattutto sulla possibilità di chiamare il testualismo debole una trascendentalizzazione – che per essere tale ha bisogno di un passo indietro all’atto di iscrizione, prima che all’iscrizione. Il dichiarato aristotelismo dell’ontologia proposta da Ferraris, che consisterebbe in un privilegio degli oggetti sui soggetti, sembra contrastare con l’intento della trascendentalizzazione; ma colpisce anche per un rapporto irrisolto tra individuo e specie. Perché Ferraris sostiene che il mondo è fatto di individui? Come si concilia questo con la tesi dell’esemplarità dell’esempio? A p. 124 si legge che non possediamo le essenze, al massimo somiglianze, analogie, per cui ricorriamo ad esempi.
Può darsi che non possediamo le essenze, ma se non ci fosse un’essenza non si potrebbero prendere Dylan e Mozart come esempi di musicisti. Quando poi Ferraris parla di Husserl e Reinach e invoca l’a priori materiale, e il type sul token, chiamando il tipo del matrimonio un tipo eterno che rende possibile il matrimonio-token di Gino e Gina, non ha di mira un’essenza? Il problema riguarda l’indissociabilità di individuo e regola o intelligibilità: la formulazione di Ferraris (“L’esempio vale come il caso da cui si ricava la regola, d’accordo con il modello del giudizio riflettente di Kant”) conduce non alla primarietà del caso (come fa a essere caso da cui ricavare regole se caso e regola non sono già connessi e vivono del rimando reciproco?), ma alla necessaria immanenza della regola al caso, o dell’intelligibilità all’individuo. Il quale peraltro (nelle pagine finali sull’ineffabilità dell’individuo) viene infine concepito come difetto di fabbricazione, deviazione dall’universale, in un sorprendente platonismo che si concilia a fatica con quanto precede.
Nella metafisica di Aristotele il realismo non era intelligibile senza riferimento ai modi di essere, anche di attività diverse, e all’anima come luogo delle forme. Nell’ontologia di Ferraris non c’è spazio per tutto ciò, né per motivazioni e scopi. Ma divorzi e anni di galera non sono senza rancori e speranze. Ferraris si occupa solo della reificazione, degli oggetti sociali come atti iscritti, non del proposito o arbitrarietà di una loro istituzione. Nonostante la formula oggetto = atto iscritto, dall’atto è espunta ogni attività; per Ferraris non esiste atto che non sia burocratico, che non risulti in poiesi, e la prassi è tale perché non è ancora oggettivata. In questa idea di iscrizione come reificazione non è contemplata la funzione d’iscrizione nella prassi e nella teoria, pur a fronte dell’interesse dell’icnologia (la teoria della traccia per Ferraris) per la memoria e la tabula rasa. La tavoletta su cui scriviamo nel De anima nasce in ambito conoscitivo (alternativo cioè alla poiesi), e riguarda la percezione. Per Kant stesso la genesi della rappresentazione è traccia e autoaffezione, un’iscrizione della spontaneità nel senso interno. Ferraris ignora le rappresentazioni (che gli dovrebbero premere perché è la rappresentazione a dare luogo alla realtà sociale), perché per una metafisica descrittiva il soggetto è un ente tra altri... (continua)
Non nello spirito ma nella parola
di Andrea Sormano
Un pensiero forte sul testualismo debole: così potrebbe essere definito Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, se a lettura conclusa l’idea che ci si è fatta è che il suo autore non rinunci a occuparsi di fondamenti
ed essenze – la documentalità in questione è l’essenza stessa della società in cui non solo da oggi viviamo, la società della registrazione, prima che della comunicazione – e se ne occupi al fine di ridurre la forza del testualismo derridiano (“nulla esiste al di fuori del testo”) inserendovi un corsivo: “Nulla di sociale esiste al di fuori del testo”. Una riduzione che contribuisce peraltro a rafforzare non poco le prospettive di chi, sociologo, proprio l’identità testuale del sociale metta al centro della propria osservazione, nella prospettiva di identificarne il “senso”. A differenza di altri precedenti filosofici – penso a Winch (The Idea of a Social Science and its Relation to Philosophy, 1958) e a Searle (The Construction of Social Reality, 1995) – il libro di Ferraris non si rivolge direttamente al sociologo; ma di un silenzio assai eloquente si tratta, in questo caso, tanta è la forza con cui la sociologia nel suo insieme è invitata a entrare in gioco.
Documentalità si apre con una citazione di Mallarmé (Ton acte toujours s’applique à du papier, car méditer, sans traces, devient évanescent), e le 416 pagine che la seguono ne sviluppano le premesse e la portata in tutte le direzioni, a partire dalla presentazione di un “catalogo di tutto ciò che c’è nel mondo” – soggetti e oggetti; oggetti naturali, ideali e sociali – fino alla conclusione, incentrata sulle forme in cui testualmente si esprime l’unicità di ogni singolo individuo, il suo “stile”, la sua “firma”.
Il paesaggio è smisuratamente ampio, ma il lettore non vi si perde, puntuali essendo le segnalazioni che ne orientano il cammino (dalle iniziali Istruzioni per l’uso alle Undici tesi concentrate nell’epilogo), né cade preda di una seriosità eccessiva, trattenuto com’è da frequenti ammiccamenti ironici, fin dal titolo della premessa, Matrimoni e anni di galera... (continua)












