Settembre 2010 Oggi in Gran Bretagna, fra le iniziative editoriali più interessanti, troviamo la serie “I Miti” della casa editrice Canongate, che racconta i grandi miti del passato in veste contemporanea. Inaugurata da Margaret Atwood con The Penelopiad (2005), la serie include opere di David Grossman, Victor Pelevin, Dubravka Ugrešic, Ali Smith. L’ultimo contributo, a opera del popolarissimo romanziere Phillip Pullman, è anche il più controverso. The Good Man Jesus and the Scoundrel Christ (aprile 2010) divide il personaggio di Gesù Nazareno in due fratelli gemelli: Gesù e Cristo. La trovata, un po’ prevedibile, ha qualcosa di didattico e parte del romanzo segue questo schema. Gesù è un bimbo sano, Cristo un bimbo introverso e malaticcio. Gesù diventa un uomo pieno di passione e dalle idee chiare, che crede nella bontà della gente; Cristo non riesce a credere nel regno di Dio e sogna una chiesa forte in grado di durare nei secoli. Mentre la storia si snoda, vediamo Cristo interpretare le parti di Satana nel deserto e, più avanti, di Giuda che tradisce. Al tempo stesso, però, Cristo appare più consapevole della sofferenza della gente comune e fa presa sul lettore quando, come il Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov, avanza il sospetto che la moralità del fratello sia un fardello troppo pesante per l’umanità. Definito dalla destra religiosa come “propaganda anti-cristiana per ragazzi”, il libro di Pullman è stato letto da molti come l’ultima espressione di un filone molto inglese di ateismo, che trae ispirazione da Richard Dawkins e ha il suo portavoce più radicale in Christopher Hitchens... (continua)
Settembre 2010 Come ogni anno tra fine mese e inizio settembre arriveranno in libreria oltre settecento novità, contando i soli romanzi. E come ogni anno cerchiamo di spulciare le promesse di questa rentrée. Al primo posto, senza alcun dubbio, il nuovo Houellebecq: nessuno l’ha letto e già si grida al capolavoro. Ciò che si sa è: il titolo, La carte et le territoire; il fatto che fra i protagonisti c’è lo scrittore stesso e un artista che espone carte Michelin (da cui il titolo); la mole (non proprio esile) di 460 pagine; l’editore Flammarion che stampa solo 80.000 copie di lancio (dopo il bidone preso con il romanzo precedente) e la sicurezza che vincerà il – prestigioso? – premio Goncourt. Staremo a vedere. Fra gli altri libri di sicuro successo c’è l’immancabile Amélie Nothomb, sempre puntuale all’appuntamento, che in Une forme de vie darà vita a uno scambio epistolare fra se stessa e un soldato da sei anni sul fronte irakeno. Anche Eric-Emmanuel Schmitt uscirà con il nuovo romanzo, dal titolo che è già un programma: Quand je pense que Beethoven est mort alors que tant de crétins vivent. Torna anche la (ex) scandalosa Virginie Despentes, che racconterà un’adolescente difficile e in rotta con la società inseguita dalla detective privata incaricata di riportarla a casa: il tutto in Apocalypse bébé, da Grasset. In casa Gallimard si punta molto sul secondo romanzo di Jean-Baptiste Del Amo: coronato dal Goncourt con il suo primo Une éducation libertine, l’autore torna con Le sel, scritto nel soggiorno romano di Villa Medici: speriamo che la “soave” aria italica gli abbia giovato un po’ nell’alleggerire il suo stile... (continua)
Luglio/Agosto 2010 “Il delducismo è un umanismo”. Così titolava qualche settimana fa “La républiquedeslivres”, il seguitissimo blog dello scrittore Pierre Assouline. Il riferimento ironico è alla Fondazione Del Duca. La quale, come ogni anno, assegna il premio mondiale “Cino Del Duca”, uno dei più ambiti in campo letterario e scientifico. Ambito perché la somma elargita al vincitore è di ben 300.000 euro. Non imponibili, al netto delle tasse. Ora, per uno scrittore non è poco. In assoluto è il più ricco dopo il Nobel, che al premiato consegna un assegno di 1,1 milione di euro (anche questo, detto per inciso, al netto e senza imposte). Quindi ghiotto boccone per ogni scrittore, che gli permetterebbe beatamente di esimersi per qualche anno dalle annose trattative sulla percentuale dei diritti, sugli anticipi e tutto quanto riguarda la talvolta estenuante dialettica autore-editore. A questo punto è legittimo chiedersi: come si fa a ottenere il premio? Nel suo statuto la Fondazione Del Duca, che è gestita e amministrata dall’Institut de France, precisa che il premio è destinato a un’opera che si distingua per aver costituito “un messaggio d’umanesimo moderno”. È qui che Assouline fa la sua previsione: “Il ventunesimo secolo sarà umanista, o non sarà affatto”. Almeno dal punto di vista letterario. Vedremo se la tendenza umanista prenderà il sopravvento nella narrativa contemporanea. Ma se nel frattempo andiamo a vedere i premiati, allora qualche domanda si può porre... (continua)
Luglio/Agosto 2010 Capitalismo selvaggio, privatizzazioni massicce, ossessione per la ricchezza, sperequazioni crescenti tra ricchi e poveri: secondo Tony Judt, autorevole public intellectual inglese, sono queste le forze che minano la società contemporanea, le cause misconosciute di molte patologie sociali, di tante ansie e della nostra paura del futuro. Ciò che rende difficile alleviare questi mali sociali, scrive Judt, è la nostra incapacità di riconoscerli come tali: trent’anni di crescenti disuguaglianze hanno convinto molti che si tratta di fenomeni “naturali” contro cui possiamo fare ben poco. Il brillante e combattivo manifesto di Judt, Ill Fares the Land (Allen Lane, 2010), è una risposta straordinaria a questo dilemma: un appello appassionato a un’arte di governo più giusta e un’invocazione ai “giovani da una sponda all’altra dell’Atlantico” perché si assumano la responsabilità del mondo in cui viviamo. Come tutti i buoni scrittori politici, Judt è lungimirante e insieme estremamente concreto. Opposizione radicale e dissenso eroico possono essere la risposta giusta a un regime autoritario, scrive Judt, ma “magniloquenza retorica” e disgusto per “il sistema” sono risposte inadeguate e irresponsabili quando la democrazia stessa viene minacciata da sperequazioni crescenti e cinica indifferenza... (continua)
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