Luglio/Agosto 2010 di Guido Bonino Sono tempi nebulosi per l’università italiana. Da una parte si profila la cosiddetta riforma Gelmini, di cui non è facile prevedere con esattezza le future vicissitudini parlamentari. Il disegno di legge è, come spesso capita, pasticciato e in più punti assai vago, e per valutarne i possibili effetti, soprattutto per quanto riguarda gli organi di governo e l’organizzazione universitaria generale, nonché i meccanismi di reclutamento e di progressione di carriera per i docenti, è necessario dedicarsi a esercizi di simulazione piuttosto azzardati, e lasciarsi andare a qualche dietrologia. Ma, soprattutto, l’università dovrà affrontare nei prossimi tempi ulteriori riduzioni dei finanziamenti statali, che si aggiungono a quelli degli ultimi anni. Dall’altra parte, è nato all’interno dell’università, a partire dai ricercatori, un movimento di protesta (vedi il sito www.rete29aprile.it) contro il disegno di legge, una protesta che potrebbe mettere in serio pericolo le attività del prossimo anno accademico. L’atteggiamento dei vertici universitari è per lo più ambiguo, attento probabilmente a barcamenarsi tra le richieste della protesta e la necessità di intrattenere buoni rapporti con il ministero. Il fatto più sorprendente è che tutto ciò avviene nel totale disinteresse di tutto il resto del paese, dalla politica (compresa l’opposizione) agli organi di informazione.
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Luglio/Agosto 2010 di Claudio Fava Ci sono moti dettagli che ti fanno amare un libro e che ti rivelano la materia di cui è fatto. Come certe pennellate di colore che sembrano messe lì per caso e invece ci trovi dentro, in controluce, l’animo di chi scrive, la sua qualità umana messa a nudo senza reticenze, senza ammiccamenti. In un racconto denso e lungo come quello che ha scritto Armando Spataro (Ne valeva la pena. Storie di terrorismi e mafie, di segreti di stato e di giustizia offesa, pp. 613, € 20, Laterza, Roma-Bari 2010 Ordina da IBS Italia), pennellate ne troverete parecchie, come pensieri irrequieti ma dovuti sulle cose accadute, sulle persone conosciute, sui vivi e i morti, su un mestiere bizzarro e umanissimo che è quello del giudice, su un’Italia di molte parole e di troppi segreti. Un libro su di noi, noi italiani, fieri, sfacciati, rumorosi e smemorati. Eppure la frase che m’è rimasta dentro, appuntata come uno spillo per la sua bellezza e la sua semplicità, è la frase di un padre. Il padre di Armando, magistrato anche lui a Taranto, che la sera usciva di casa per una passeggiata tra le strade della sua città e accarezzava tutti i cani randagi che incrociava, “sussurrando con voce lenta e affettuosa: cani sperduti, senza collare!”. Che c’entra il ricordo breve, pudico, di quel genitore con un libro che è una lunga corsa dentro il tempo vissuto da un’intera generazione? Che c’entra con il repertorio degli uccisi, dei sopravvissuti, dei colpevoli che il libro di Spataro ci rammenta raccontandoci trent’anni di terrorismo e di violenza mafiosa?
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di Francesco Bucci Abstract I più assidui fra i lettori di Galimberti avranno sovente provato una strana impressione di déjà vu e l’avranno sentita progressivamente crescere, soprattutto negli ultimi anni. “Dove l’ho già letta?” si saranno chiesti sempre più spesso di fronte ad una frase di un suo libro o di un suo articolo. Ebbene, la lettura comparata della sua opera omnia (e di un campione dei libri ivi citati) svela l’arcano: nel comporre i suoi testi Galimberti ricorre frequentemente ad una tecnica di grande efficacia “operativa”, consistente – da una parte – nel riusare (anche reiteratamente) brani più o meno ampi di scritti precedenti (non di rado intere pagine e talvolta perfino interi capitoli) senza dichiararne le origini e – dall’altra – nel far proprie, con buona fedeltà testuale, “idee” di altri autori.
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Aprile 2010 di Benedetta Tobagi “Pino è stato il granello di sabbia che ha fatto saltare il meccanismo”. A parlare è Licia Pinelli, la vedova del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, detto Pino, che in questo libro (Una storia quasi soltanto mia, pp. 200, € 8,50, Feltrinelli, Milano 2009 Ordina da IBS Italia) si racconta in una lunga intervista a Piero Scaramucci.
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Aprile 2010 di Marco Dotti Ogni opera d’arte sembra vivere e consumare in sé l’assillo della propria, a ogni istante possibile, distruzione. La ragione, osserva Massimo Recalcati tra le pagine del suo Il miracolo della forma (Bruno Mondadori, 2007), è forse da rintracciare nel fatto che un’opera d’arte non nasce da semplici accumuli di nozioni professionali e di tecniche specialistiche né, tanto meno, dalla “rinuncia mistica a ogni possibilità di trasmissione”. Più che il vuoto della rappresentazione, vista da tale prospettiva, l’arte risulterebbe rappresentazione di un vuoto paradossalmente radicato nell’impossibilità di liberarsi del “linguaggio”, in nome di un originario prelinguistico. Partendo da una lettura lacaniana, Recalcati rileva come nel campo altamente perturbante che le compete, l’arte produca quasi l’“effetto di un attraversamento del linguaggio, sino a raggiungere la sua violazione, la sua catastrofe, la sua sovversione intrinseca”. Attraverso il linguaggio della forma, l’opera d’arte lambisce quindi una zona limite e oscura del linguaggio, altrimenti deputata al silenzio, aprendosi al rischio di un corpo a corpo vitale e tragico con l’eventualità della sua stessa negazione.
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